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Joker: la disperazione in un sorriso

Hype alle stelle e incassi da capogiro ai botteghini per il nuovo film di Todd Phillips, che ha il merito di essersi spinto in un’impresa tanto difficile quanto invidiata da molti: dipingere la genesi del Joker.

Un Joker mai visto. Si può riassumere così, in breve, l’essenza del nuovo film di Todd Philips, in cui viene mostrata l’origine di un personaggio che, specie grazie alle passate interpretazioni fornite da Jack Nicholson e Heath Ledger, ha sempre creato attorno a sé un alone di entusiasmo e misticismo. La differenza, però, che diventa anche punto di forza del film, è aver fornito il punto di vista strettamente personale dell’antieroe per eccellenza, ripercorrendone i passaggi salienti del suo dramma personale.

Ci troviamo nella famosa Gotham, metafora distopica della società capitalistica moderna in cui corruzione, rincorsa al potere e interesse ipocrita verso le minoranze la fanno da padrone. 

Il futuro Joker, all’anagrafe Arthur Fleck, è un abitante dei luoghi dimenticati e periferici della città con un sogno nel cassetto: diventare un famoso comico. La sua principale occupazione, però, è prendersi cura della madre, cercando di sbarcare il lunario andando in giro vestito da pagliaccio per una piccola impresa. Come se non bastasse, deve lottare ogni giorno con vessazioni di ogni genere, che fanno di lui un uomo decisamente frustrato e incompreso, in cui molti tendono a rispecchiarsi. 

In ultimo, deve farsi carico di un disturbo mentale per il quale in passato è stato in cura all’Arkham Asylum, l’ospedale psichiatrico della città. Sul disturbo in sé non ci viene detto molto: abbiamo accesso, da un lato, ad una depressione di fondo attraverso frasi significative (“Sono soltanto negativi, i miei pensieri”; “Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita” – nei pazienti affetti da depressione è frequente il desiderio o il pensiero legato alla morte, spesso vista come unica via di fuga da una vita insoddisfacente o non all’altezza delle aspettative); dall’altro, la presenza di una risata patologica, improvvisa e incontrollata, specie nei momenti in cui Arthur prova disagio. A poco valgono i suoi tentativi di mortificarsi dinanzi al suo stesso problema, di cui si sente fortemente consapevole, tanto da portare con sé un bigliettino da visita in cui specifica di avere dei disturbi, e che fornisce all’occorrenza a chi si mostra infastidito per i suoi strambi comportamenti. 

“La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi.”

Questa frase, diventata già aforisma, racchiude il principale cruccio del personaggio, il mezzo attraverso cui il regista ci spinge ad empatizzare con le sofferenze di Arthur, consapevole che le sue problematiche, di cui non può colpevolizzarsi, non gli permetteranno mai di poter vivere alla pari di chi lo circonda, di non poter forse mai ritagliarsi anche un solo momento di successo. In fondo, tutto ciò che desidererebbe, sarebbe potersi giocare le sue chances alla pari di chi viene ritenuto socialmente accettabile. Forse, senza volerci spingere troppo in là con l’interpretazione, gli basterebbe che qualcuno ascoltasse per davvero il pianto esistenziale che si cela dietro la sua risata spastica (per ciò che ci è dato sapere, causata da un danno neurologico grave, alla base di molte psicosi e patologie psichiatriche).

Purtroppo per lui, la società in cui è immerso non lascia scampo a nessuno, specie ai più deboli. Significativa, a riguardo, è la scena in cui viene ridicolizzato in diretta televisiva, dal suo showman preferito, per essere incappato in uno dei suoi scoppi di ilarità durante uno spettacolo minore di cabaret.

A far scattare la molla della sua follia criminale, che contraddistingue la psicopatia del Joker, sono 2 episodi, legati indissolubilmente tra loro. In primis la scoperta di un passato travagliato, di cui non aveva più memoria: la madre, infatti, era stata a sua volta ricoverata all’Arkham in età giovanile, con diagnosi di psicosi. Inoltre, aveva permesso che il piccolo Arthur subisse abusi e violenze dal suo compagno, che hanno posto le basi per lo sviluppo della psicopatologia di cui il Joker è portatore. In secondo luogo, l’omicidio di tre giovani ragazzi dell’alta società che lo ergono, per i giornali, ad “eroe” mascherato della fascia povera e disagiata della società. Tanto basta perché possa portarsi a compimento la trasformazione da represso a simbolo efferato e violento di una rivoluzione non tanto di classe, come si potrebbe banalmente travisare, ma di normalità.

Tralasciando, infatti, ogni qual tipo di retorica sui significati politici e di lotta di classe su cui il film pecca, e che poco sono centrati rispetto all’analisi psicologica del Joker, è il tema dell’accettazione che merita un vero approfondimento.

Arthur non è mai stato accettato da nessuno. Il suo disturbo, il suo essere profondamente diverso e strambo, ne ha segnato profondamente l’esistenza e la convivenza sociale e intima con il prossimo. Ha compensato probabilmente i suoi disagi e la sua tristezza imperante con una risata isterica. Ha creato oltretutto un mondo di fantasie in cui rifugiarsi dai suoi fallimenti e dalla solitudine (iconica è, ad esempio, la relazione mai esistita con una vicina di casa). Dopotutto c’era ancora la madre a sostenerlo, ad agire in qualità di ultima ancora, a fargli credere che ci fosse davvero qualcuno pronto ad accettarlo per davvero nonostante i suoi problemi. Scoprire, però, che anche quest’ultima l’ha tradito, quando era solo un bambino, e che tutte le sue certezze derivano dalla bocca di una persona a sua volta gravemente disturbata, è la goccia che fa traboccare il vaso. Banale sarebbe anche dire “Alla fine, però, si va a finire nella psicanalisi da quattro soldi: Joker è diventato cattivo perché la mamma non lo amava.” (Repubblica). A fronte di un trauma comunque esistente e non cancellabile, è il contesto di vita presente a non avergli mai offerto spazi di resilienza salvifica. Arthur non ha mai avuto alternative in fondo: nessuno gli ha mai concesso la possibilità di potersi riscattare, di mostrarsi nella sua intimità, di mettere a fuoco le sue capacità, o quantomeno di potersi sentire bene con se stesso, con tutte le sue problematiche. 

L’unico appiglio gli viene infatti fornito dalla criminalità, anche se inaspettatamente, e lui decide di aggrapparcisi, di crearsi così l’unica via di sopravvivenza. Il Joker diviene la maschera per poter consentire al vecchio Arthur di sentirsi accettato, almeno per una volta, e di trasformare la sua malattia in un punto di forza. Per quanto assurdo possa sembrare, agli occhi dello spettatore, Joker ha trovato l’unico modo per poter provare un senso di benessere soggettivo. Siamo dinanzi alla genesi di un personaggio unico nel suo genere, che trova nel disordine e nella ribellione criminale il suo personale equilibrio.  

Marco Angelillo