Juvenile Sex Offenders, una ricerca nata dalla sinergia tra Psicologia, medicina e giustizia

Il seminario sui Juvenile Sex Offenders si è tenuto in data 09/10/15 nell’aula De Benedictis della Facoltà scuola di Medicina degli Studi di Bari “Aldo Moro”. In tale sede sono stati trattati i primi dati provenienti da una ricerca effettuata nella regione Puglia che ha visto coinvolti i ricercatori di tre sezioni universitarie della Facoltà Scuola di Medicina della Università di Bari (Criminologia e Psicopatologia Forense, Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile), in stretta collaborazione e sinergia con il Centro di Giustizia Minorile della Regione Puglia che ha fornito un contributo notevole ed indispensabile per il reclutamento dei soggetti da esaminare.
Numerosi sono gli spunti di riflessione emersi nell’ambito di questo seminario, durante il quale importanti studiosi ed esperti hanno potuto approfondire un argomento all’ordine del giorno. Tra tutti gli interventi, citeremo con particolare attenzione quello del professor Sabatello, del professor Grattagliano, del professor Greco ed altri di uguale importanza.
L’argomento principale della ricerca è stato introdotto con l’immediato riferimento alla sessualità tipica della fase adolescenziale. Gli adolescenti non hanno una sessualità ancora ben definita, quindi c’è un confine tra comportamento nella norma e tratti di patologia. In aggiunta alle forme tradizionali di comportamenti sessuali bisogna considerare le forme nuove di abuso nella rete, nella quale è difficile riconoscere il confine fra normalità e identità virtuale problematica; infatti gli operatori hanno poche conoscenze riguardo la violenza in questi mondi e di conseguenza poche armi che permettono di combatterla. In generale, tuttavia, la migliore prevenzione è curare gli stili accuditivi e la modalità di relazione con i genitori.

Il tema principale è stato introdotto dal prof. Sabatello dell’Università Sapienza degli studi di Roma: il “JSO”, ovvero Juvenile Sex Offenders, è un minore che mette in atto un comportamento non desiderato da chi lo subisce, non paritario e derivato da una coercizione. Esistono due tipologie di minori che commettono reati: gli Special, che ne commettono una sola tipologia nel corso della loro vita, e i General che ne commettono più tipi. I reati sessuali inoltre possono comprendere il contatto fisico o escluderlo (esibizionismo, voyeurismo ecc.).
“Un reato commesso da un minore non necessariamente ha come conseguenza la formazione di una problematica psicopatologica, in quanto i crimini in età evolutiva non vanno valutati in termini descrittivi”- afferma il prof. Sabatello volendo far intendere che nella diagnosi non bisogna basarsi strettamente sui sintomi riconoscibili, dovendo sempre inserirli in un contesto, tenendo inoltre aperta la possibilità che determinate manifestazioni comportamentali siano una richiesta di aiuto e non necessariamente una patologia.
La classificazione dei comportamenti sessuali inappropriati nei minori viene così effettuata:

  • Comportamento sessuale precoce: che prevede contatti sessuali senza coercizione e violenza i quali, di solito, trovano origine in violenze precedentemente subite in età infantile.
  • Comportamento sessuale inappropriato: come ad esempio la masturbazione compulsiva
  • Comportamento sessuale coercitivo: che prevede, appunto, che il minore eserciti coercizione al fine di ottenere dalla vittima quello che desidera

Fra le classificazioni degli autori di reato viene considerata anche la variabile temporale: da una parte prendiamo in considerazione il Early Onset Group composto da minori che iniziano presto la loro attività criminale nella loro vita e la terminano tardi e il Late Onset Group di criminali che, invece, cominciano tardi. Oltre ad una distinzione in termini di precocità dell’abuso, è importante citare un’altra categoria di abusanti, definita “Juvenile Female Sex Offenders”, ragazze che mascherano i loro comportamenti dietro relazioni di aiuto con bambini e approfittano di questa posizione per molestarli. La loro età si aggira intorno ai 12 e 14 anni e mostrano meno comportamenti antisociali rispetto ai JSO. Una tra le possibili cause è la sovrastimolazione (overstimulation) oltre ad abusi subiti in infanzia.

È possibile che molti committenti di reato siano alessitimici, tuttavia la maggior parte di criminali utilizzano delle difese fra le quali riconosciamo la reinterpretazione degli eventi, utile per tentare di non sentirsi colpevoli (la quale deriva dalla teoria del disimpegno morale di Bandura) e la negazione di quanto accaduto e in fine la dissociazione. Quest’ultima difesa non è da considerarsi da un punto di vista patologico in quanto la sua presenza è ritenuta consueta, da molti studiosi, nelle vittime di abusi.
Per quanto concerne le differenze fra i JVO (Juvenile Violent Offenders) ed i JSO, sono emerse forti peculiarità di questi ultimi: innanzitutto è stato riscontrato che i JSO tipicamente risultano essere isolati, possiedono difficoltà relazionali, hanno subito abusi sessuali a loro volta, hanno problematiche psicopatologiche, hanno modelli di relazione violenta, commettono crimini più violenti, frequentano parti devianti, hanno più probabilità di fare uso di sostanze e hanno una gestione della rabbia meno funzionale; i JVO, invece, ritrovano in fattori storici, contestuali e individuali l’origine dei loro comportamenti.

Per quanto riguarda il rapporto fra psicopatologia e sex offenders emerge che il disturbo ossessivo compulsivo ha un ruolo importante, perché la ruminazione costante impedisce al minore di uscire dal loop di pensieri che lo inducono a commettere violenze. I fattori più rilevanti nell’eziologia della violenza sono la predisposizione e l’ambiente piuttosto che i fattori individuali. Ricordiamo infine che è importante allearsi con la “parte buona” presente in ogni persona malata, utilizzandolo come punto di forza.
Nell’ambito della ricerca “Juvenile sex Offendersi: La nostra ricerca” il prof. Ignazio Grattagliano e la dott.ssa Grazia Pierri hanno illustrato quali sono i fattori di rischio che possono indurre i minori ad esercitare violenza.

Le teorie con fattori singoli trovano le cause in:

  1. Fattori biologici
  2. Fattori cognitivi: ad esempio distorsione cognitiva
  3. Fattori di apprendimento sociale: ad esempio possono essere stati a loro volta vittime oppure possono aver visto molti film/filmati pornografici che hanno modificato la loro capacità di essere empatici
  4. Fattori relativi alla personalità: i quali sono strettamente collegati con le relazioni dell’infanzia. Le teorie multifattoriali invece credono che esista una sinergia fra ambiente e geni, fra la personalità il coping e il parental care, fra i precedenti penali, il fallimento scolastico e l’aver avuto rapporti sessuali prima del crimine.

La metolodogia utilizzata nella ricerca ha potuto esplorare la funzione del test MMPI, contenente tre scale che possono essere utili nel caso in cui ci siano delle differenze significative rispetto al gruppo di controllo: la scala lie (della menzogna) che può essere utile per capire se il soggetto ha commesso un reato sessuale o simili, la scala relativa alla devianza psicopatica e la scala che riguarda l’abuso di alcool e sostanze.
È opportuno interrogarsi sulle origini che i comportamenti violenti e i crimini sessuali possono avere, fra le quali riconosciamo: un rapporto deviato con il padre (principalmente ritrovato nei JSO), l’appartenenza ad una famiglia con un solo genitore (il che implica uno scarso controllo), un mal funzionamento del sistema di coping oppure, più in generale, un parental care scadente.
La ricerca fornisce interessanti elementi criminologici per quanto riguarda reati di tipo sessuale, li analizziamo di seguito. L’abusante per il 64% occupa un ruolo attivo e nell’84% dei casi la vittima conosceva l’aggressore. In più molti aggressori non presentano alcuna forma di handicap. Gli autori di reato descrivono spesso la vittima come disponibile e seduttiva. Gli elementi che hanno influito sono: la fantasia, l’appartenenza al gruppo, la curiosità e la voglia di provare nuove esperienze. Soltanto 2 violenze su 31 sono state perpetuate per motivi di natura sessuale. Le strategie utilizzate per ottenere ciò che gli autori desideravano dalla vittima sono state molto frequentemente il far interpretare l’atto come un gioco o l’essere amichevoli, mentre poche volte è stato necessario usare la violenza. Le strategie di disimpegno morale sono molto presenti e alcune utilizzate sono state, ad esempi, l’attribuzione di colpa alla vittima o la negazione della responsabilità.
Il Dott. Riccardo Greco nel suo intervento ha menzionato un’antica usanza informale che si svolgeva presso alcuni paesi italiani, l’iniziazione sessuale. Questa veniva condotta dai pari su un ragazzo più piccolo, probabilmente alle prime esperienze, e consisteva nel supporto di quest’ultimo, tramite racconto di esperienze sessuali relative alla propria vita e consigli. Nella nostra società questo stesso ruolo viene svolto dai media. Dunque il minore è a rischio perché possiede un’ampia padronanza del mondo di internet, in quanto nativo digitale; ma il mondo della pornografia di internet è unicamente rivolto ad un pubblico di adulti, dunque l’apprendimento (per altro molto immediato) del minore è condizionato dagli adulti. Conseguentemente il comportamento sessuale diventa stereotipato, in quanto al ragazzino mancano le competenze, che invece l’adulto ha, che permettono di osservare in maniera critica quello che vedono nei filmati pornografici. Inizierà a svilupparsi una cyber-intimità, minore concentrerà la sua attenzione su come si pratica l’attività sessuale e non sulla componente amorosa. L’interpretazione dell’attività sessuale potrebbe modificarsi per le prossime generazioni a causa dell’inappropriata istruzione che i minori ricevono da internet.
La sessualità nell’età dell’adolescenza è importante perché è una fase di ridefinizione, dunque ci si focalizza sulle differenze tra sesso, genere, identità di genere e ruolo di genere. In queste età non vi sono molti rapporti tra uomini e donne in quanto passare del tempo con soggetti dello stesso sesso fa sentire meno frustrati. Secondo Blask si parla di “generazione Q”, in termini però strettamente negativi, facendo riferimento ad un quoziente intellettivo poco sviluppato. La società non delinea un senso ed un’identità; la conoscenza del mondo avviene tramite i sensi e le soglie sensoriali tra uomo e donna sono ben diverse. L’adolescente possiede e si esprime tramite un corpo sensoriale e vive costantemente la ricerca del piacere. Il corpo è il mezzo di espressione maggiore, tanto che vige l’espressione esteriore. La sessualità deve essere considerata nel suo significato particolare di “benessere”, inteso come insieme di sensazioni, sentimenti ed emozioni. L’intimità è corporea, sessuale, psicologica, intellettuale ed amicale. Sviluppo emotivo, attaccamento e bending sono tre dei concetti che possiamo trovare al centro dello sviluppo della personalità e dell’equilibrio psicologico dell’adolescente. Innanzitutto sviluppo emotivo comprende emozioni primarie ed anche secondarie; l’attaccamento comporta una relaizone emotiva intima ed il bending comporta avere un legame affettivo univoco. È molto importante anche l’autoregolazione emotiva che comprende un riferimento sociale, l’uso dell’empatia, la competenza emotiva, l’intelligenza emotiva e la competenza sociale. Tutti questi concetti purtroppo vengono a svilupparsi in un cosiddetto “palcoscenico” per il corpo, ovvero la rete. È qui che nascono e maturano rapporti nuovi e a stampo “cybernetico”. Il tema del sexting è qualcosa di decisamente attuale: sfruttare un’immagine, quindi il corpo, dà una forte importanza alla seduzione. Emerge l’importanza dell’identità digitale, modellata sia dal singolo che dal pubblico, in quanto spesso i giudizi degli altri plasmano il singolo, rendendolo uguale a come viene giudicato dall’esterno. E questo è preoccupante alla luce del tema affrontato, perchè siamo nell’”epoca di Narciso”, caratterizzata dall’estrema difficoltà di creare stabili relazioni con il prossimo, incentrando gran parte del tempo sulla costruzione della propria immagine.

A conclusione di tale riflessione, non potremmo non citare una delle espressioni più significativa emersa tra le voci che hanno preso parte al seminario.
“Buttare la chiave?”, così Isabella Mastropasqua, Dirigente Ufficio IV del Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità – Studi e Ricerche ed Attività Internazionali, decide di denominare il proprio intervento, suggerendo la necessità di non abbandonare i giovani coinvolti in queste difficili situazioni. Intervenire e credere di poter prevenire qualcosa di irrimediabile, spesso sottovalutato o, peggio, sopravvalutato e ritenuto insormontabile. L’attenzione nei confronti degli adolescenti, come figli o come studenti o semplicemente come motore della società, è qualcosa di irrinunciabile.

Liliana Dassisti
Stefania De Fiore

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Liliana Dassisti

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, futura studentessa in Psicologia Clinica. Appassionata dei sistemi formati da individui e della complessità che ogni persona rappresenta; forte sostenitrice dei diritti di tutti, con un grande senso di giustizia. Sogno un giorno di poter analizzare i contesti lavorativi per prevenire i comportamenti violenti, infatti, questo è stato il tema della mia Tesi di Laurea. Desidero diventare una Psicoterapeuta a tempo pieno, la scuola di pensiero per cui sono attualmente interessata è la Terapia Sistemico-Relazionale. Sono un'appassionata di libri, anche se con i ritmi universitari il tempo a disposizione per dedicarmi alla lettura è notevolmente diminuito. Tra i miei autori preferiti c'è Coelho. Tra i miei libri preferiti c'è Memorie di una Geisha di Arthur Golden. Pratico sci alpino da circa dieci anni, ho praticato danza classica e moderna durante l'infanzia e l'adolescenza.