Karōshi: quando si lavora per morire e non per vivere

Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo, ma se così non fosse? Se il lavoro fosse ciò che invece, fa perdere la dignità e la fiducia nel mondo? Quello del Karōshi è forse il caso più emblematico di lavoro che non salva la vita, ma la toglie.

 

Nel 1978, tre suoni della lingua giapponese vengono uniti per formare un nuovo vocabolo: ka, cioè eccesso; rō, cioè lavoro; shĭ, cioè morte. Il terribile risultato che scaturisce da questo legame è la parola Karōshi (過労死), che letteralmente può tradursi come morte da troppo lavoro.  


Nel 1987, ben nove anni dopo, finalmente, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponese inizia a diffondere e pubblicare regolarmente le statistiche ufficiali sul Karōshi, con risultati sconcertanti; si stima, infatti, che un giapponese su cinque rischi di morire a causa del superlavoro e che, solo nel 2015, il Karōshi abbia ucciso oltre 2000 persone, decedute principalmente o per suicidio, o per malattie cardiovascolari.

 

Nel 2012, un interessante articolo portò alla luce la sconcertante correlazione esistente tra il Karōshi e le malattie cerebrovascolari (Der- Shin Ke, 2012).

 

Vennero analizzati 203 casi di morte per superlavoro e di questi si osservò che oltre il 60% era dovuto a ictus.


Lo stress lavorativo, infatti, aumenta la produzione e la secrezione di catecolamine, come l’adrenalina  e la noradrenalina, e di cortisolo. Questi fattori sono associati alla progressione del processo di aterosclerosi, che prevede un ispessimento delle pareti delle arterie con conseguenti disturbi circolatori.

 

Lo studio appena citato si rifece al modello teorico presentato nel 1992 da Karasek e Theorell. Tale modello venne chiamato “modello tridimensionale”, poiché integrava tre aspetti psicosociali che, interagendo tra loro, influenzavano la salute dei lavoratori. Questi  sono il Job demand, il Job control e il  Social support.

 

Le più gravi reazioni allo stress psicologico si verificano quando la richiesta lavorativa è alta e la capacità di controllo sul proprio lavoro e di prendere decisioni che lo riguardano sono basse. La categoria in cui rientrano tali individui è quella degli high strain jobs. I lavoratori che si collocano in tale gruppo presentano un livello maggiore di stress e un aumentato rischio di sviluppare malattie psicologiche (Karasek, 1992).

 

Sembra, dunque, che coloro che muoiono a causa del Karōshi si possano inserire all’interno di tale categoria.

 

Karōshi quando si lavora per morire e non per vivere 2

 

Esperienze di vita

 

Karōshi quando si lavora per morire e non per vivere 3

 

Matsuri Takahashi era una giovane ventiquattrenne impiegata presso la Dentsu, società giapponese che si occupa di pubblicità. Alla ragazza veniva richiesta una media di 105 ore di straordinari al mese, poiché gran parte del personale della sua divisione era stato licenziato, mentre il carico di lavoro era rimasto invariato.

 

Di fronte alle proteste della giovane, il capoufficio semplicemente rispondeva: “sei un incompetente se non sai gestire questa mole di lavoro”. La ragazza, in conseguenza a ciò, cadde in una profonda depressione e, il 25 dicembre del 2015, si suicidò buttandosi dalla finestra del dormitorio in cui alloggiava.

 

Il Tribunale di Tokio, alla fine, ha riconosciuto il suicidio di Matsuri come conseguenza della pressione e dello stress lavorativo, facendo rientrare il suo caso tra gli esempi di Karōshi.

 

Come diceva Martha Medeiros in una celebre poesia, spesso erroneamente attribuita a Pablo Neruda: “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro […]”. (Medeiros, 2000).


Questo è esattamente quello che succede a chi si ammala di Karōshi. Lentamente, perde le proprie energie, la propria forza, la propria dignità, fino ad arrivare al punto di togliersi la vita, pur di non dover sopportare una simile condizione.

 

Sitografia:

 

Bibliografia:

  • Ke, D. S. (2012). Overwork, stroke, and karoshi-death from overwork. Acta Neurol Taiwan, 21(2), 54-9.
  • Karasek RA, Theorell T. (1992) The psychosocial work environment. In: Healthy Work- Stress, Productivity, and the Reconstruction of Working Life. Basic Books. 31-82.
  • Medeiros, M. (2000). A morte devagar. Zero Hora.

 

Marta FrigerioⒸ

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Marta Frigerio

Marta Frigerio

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di neuroscienze e neuropsicologia. Affascinata dai disturbi dissociativi della personalità e di personalità multiple nella speranza di trovare una teoria valida per giustificare il suo costante parlarsi da sola e darsi pacche di incoraggiamento sulla spalla. Amante dell'arte, dei film e dei libri, costantemente in cerca di angoli del mondo nascosti e estremamente empatica, talvolta incompresa.