Il Kinesio Taping: Placebo?

Metodo rivoluzionario o semplice moda, è certo che il Kinesio Taping stia diventando davvero popolare sia in ambito medico, sia sportivo.

 

In pratica di cosa si tratta?

Creato nel 1970 dal giapponese Kenzo Kase, è un metodo che si basa sull’applicazione cutanea di bende elastiche di diversa forma e colore, adibite sia a uso terapeutico, che come apporto alle prestazioni sportive agonistiche.

 

Vede la sua prima applicazione in occasione delle Olimpiadi di Seul del 1988 e, nell’ultima decade, il suo utilizzo si è dilagato, trovando sempre più sostenitori fra medici, terapisti e atleti di tutte le discipline.

 

Le bende elastiche vengono applicate direttamente sulla pelle e si ipotizza possano apportare diversi benefici, tra cui una maggiore mobilità rispetto al classico bendaggio funzionale, una regolazione del meccanismo stimolazione-inibizione dei muscoli, una diminuzione del dolore dato dalla trazione verso l’alto della pelle a causa della tensione del bendaggio elastico che porrebbe meno pressione sui meccanocettori situati sotto il derma e un miglior drenaggio linfatico volto a favorire il microcircolo.

 

Quindi, è efficace?

Nonostante il dilagare di questo fenomeno, le testimonianze a favore, le controverse evidenze scientifiche e, probabilmente, il fatto che molti di voi abbiano sperimentato sulla propria pelle questa metodologia con risultati soddisfacenti, molte ricerche hanno dimostrato come gli effetti del K.T. non siano differenti da quelli di un placebo.

 

In ambito sportivo, Steven J. Kamper e Nicholas Henschke, in una pubblicazione sul “British Journal of Sports Medicine”, comparando diversi studi scientifici presenti sui maggiori database, hanno concluso che il metodo non sembrerebbe avere un effetto benefico sul dolore maggiore e che,  sostanzialmente, non differisce molto dall’effetto placebo. Anche in ambito clinico, si è giunti alle stesse conclusioni (Parreira, Costa, et al., 2014).

 

“Un mio amico sostiene che funzioni, mi ha convinto a provarlo e ha funzionato anche su di me, ma gli studi dicono che è un placebo! Qual è la verità, allora?”

 

Banalmente, la verità sta nel mezzo!

Nel caso in cui il K. T. si riveli effettivamente utile e fosse supportato da solidi studi scientifici, chapeau al Dott. Kase per l’intuizione brillante, per la perseveranza nel credere nella propria idea e per aver tramutato quest’ultima in una metodologia “interessante”. Nel caso in cui, invece, si dovesse rivelare un comune placebo, suggerirei di trarre ispirazione dalle parole del professore di fisiologia umana e applicata del King College di Londra, Steve Harridge:

 

“Potrebbero essere dei semplici accessori di moda, a mia conoscenza non ci sono solide prove scientifiche che suggeriscono un miglioramento nelle prestazioni muscolari”. (…) Ciononostante, se gli atleti credono che questi nastri apportino dei benefici possono essere utili dal punto di vista psicologico, come un comune placebo. Ciò potrebbe fare la differenza tra successo e sconfitta.”

 

Ma, cos’è un placebo?

Il placebo è una sostanza, o una terapia inattiva, il cui effetto benefico, o curativo, è dato in parte dalla suggestione psicologica. Infatti, se il paziente, o lo sportivo, crede nella terapia che gli è stata somministrata, potrebbe riscontrare dei benefici, a prescindere dal principio di azione della terapia stessa. Per esempio, il semplice fatto di ricevere delle rassicurazioni dal proprio medico, ottenere delle prescrizioni o farmaci, tranquillizza il paziente, riducendo i livelli di ansia e aumentando le sue capacità naturali di autoguarigione. D’altronde, è stato ampiamente dimostrato che, se un individuo assume una bevanda, anche il solo pensare che questa sia alcolica lo porterà a sentirsi leggermente ebbro (McKay, Schare, 1999).

 

Da un punto di vista biologico, l’effetto placebo è dovuto al rilascio  di dopamina, un neurotrasmettitore che agisce, tra le altre cose, su un’area del cervello chiamata nucleo accumbens, ritenuto responsabile dei meccanismi di rinforzo, dolore e piacere. Nonostante ciò, Fabrizio Benedetti, professore ordinario di neurofisiologia all’Università di Torino e fra i maggiori esperti a livello mondiale dell’effetto placebo, ha rilevato, in uno studio sugli aspetti genetici dell’effetto placebo in pazienti con disturbi d’ansia, il coinvolgimento della serotonina, come sostanza associata alla risposta del placebo, e non della dopamina.

 

A tal riguardo, possiamo concludere che non esiste un singolo meccanismo di risposta al placebo e/o una singola sostanza. Ma è l’interazione tra uomo e ambiente, tra corpo e mente, tra le cellule stesse del nostro organismo a fare la differenza.

 

È ragionevole credere che l’effetto placebo potrebbe essere alla base di numerose terapie  attualmente in voga, come il cupping, l’omeopatia, la pranoterapia e così via.

L’effetto placebo, la nostra “attitudine a credere”, ha un’incidenza non indifferente sui processi fisiologici.

 

Ma perché, allora, su alcune persone funziona e su altre no?

Nel 2012, una ricerca di  Kathryn T. Hall e colleghi ha dimostrato la probabile correlazione tra l’effetto placebo e i geni. Nella ricerca sono stati analizzati 104 pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, trattati con un’iniezione placebo nelle seguenti condizioni: senza interazione con il medico, con interazione con il medico e senza nessun trattamento. Dai dati rilevati è emerso che esiste un collegamento fra una maggiore sensibilità all’effetto placebo e una determinata variante del gene COMT che produce un enzima, la catecol-O-metiltrasferasi, che interviene nel metabolismo della dopamina e di altre catecolamine, fondamentali nell’effetto placebo.

 

Un nuovo studio dell’equipe di scienziati sopracitata, che si basa su tutta la letteratura scientifica che tratta questo argomento, ha evidenziato la presenza di altri dieci varianti genetiche a carico di altrettanti geni coinvolti nella reazione al placebo in determinate situazioni cliniche. Analizzando questi biomarker, si potrebbe prevedere come e quanto un individuo risponde a una terapia anche inattiva, e spiegherebbe il perché su alcuni individui il Kinesio Taping, per esempio, funzioni di più che su altri.

 

Il Taping potrebbe essere un placebo? Funziona?

È da condannare l’utilizzo di un potenziale placebo se è di effettivo aiuto per i pazienti?

 

Bibliografia:

  • Garlaschelli, L., (2000) , Effetto Placebo, http://www.cicap.org/n/articolo.php?id=100079
  • Hall, K. T., Lembo, A. J., Kirsch, I., Ziogas, D. C., Douaiher, J., Jensen, K. B., Conboy, L. A., Kelley, J. M., Kokkotou, E., Kaptchuk, T. J. (2012). Catechol-O-methyltransferase val158met polymorphism predicts placebo effect in irritable bowel syndrome. PloS one, n.7(10), e48135.
  • Hall, K. T., Loscalzo, J., & Kaptchuk, T. J. (2015). Genetics and the placebo effect: the placebome. Trends in molecular medicine, 21(5), 285-294.
  • Mckay, D., & Schare, M. L. (1999). The effects of alcohol and alcohol expectancies on subjective reports and physiological reactivity: A meta-analysis. Addictive behaviors, 24(5), pp.633-647.
  • Kamper, S. J., & Henschke, N., (2013), Kinesio taping for sports injuries. British journal of sports medicine, n.47(17), pp.1128-1129.
  • Parreira, P. D. C. S., Costa, L. D. C. M., Junior, L. C. H., Lopes, A. D., & Costa, L. O. P., (2014) . Current evidence does not support the use of Kinesio Taping in clinical practice: a systematic review. Journal of physiotherapy, n.60(1), pp.31-39.

 

Sitografia:

 

Marcello Andrenucci

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