La Carica dei Centomila

“Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. – Niente, -le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino-. Mia moglie sorrise e disse: – Credevo guardassi da che parte ti pende -. Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: – Mi pende? A me? Il naso?”

Qualcuno di voi si è mai chiesto quale possa essere il pensiero altrui nei propri confronti?
E, soprattutto, vi siete mai interrogati su quanto la realtà, il prossimo, possano effettivamente discostarsi, nelle loro fattezze ontologiche, da come noi riusciamo a percepirli?
Lo ha fatto, Vitangelo Moscarda… e lo ha fatto per puro caso: dopo un’ingenua osservazione ironica della sua fedele moglie, e non è più riuscito a fermarsi. L’acuto personaggio e protagonista del più famoso romanzo pirandelliano, per quanto venga presentato come un uomo “comune”, ordinario, dedito al lavoro ed ai piccoli piaceri di una vita sostanzialmente tranquilla (a lunghi tratti piatta, oserei dire!), si configura quale portatore narrativo di una lunga e avvolgente riflessione sotto forma di monologo interiore. Il lettore è posto dinanzi alla complessità del vissuto e dell’essere, quest’ultimo inteso quale una costruzione squisitamente soggettiva, frutto di un personale modo di percepire (e ri-creare) la realtà in base alle proprie credenze, agli schemi mentali e sociali radicati nell’inconscio, e al sentimento che conferisce tonalità al quadro chiamato “realtà”. Sulla scia di una tradizione che aveva posto l’io al centro della riflessione filosofico-matematica, e di cui Cartesio fu il primo vero teorico ed esponente, l’autore tenta di indagare i significati delle rappresentazioni del reale di ogni individuo. Qualche secolo prima Leibniz aveva introdotto il concetto di monade, ovvero una qualsiasi rappresentazione dell’universo che lo racchiudesse in maniera soggettiva e inscindibile; la rappresentazione andava così a configurarsi come una conoscenza del tutto personale, interiorizzata. Qualche anno dopo anche Kant e Schopenhauer si rifaranno, seppur con modalità di pensiero differenti, a queste postulazioni innovative, componendo un quadro teorico che volendo potrebbe culminare in questo squisito romanzo.
“L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa.”
Queste parole evidenziano quanto la visione del sé (e dell’altro-da-sé) non possa e non debba realizzarsi come unica ed immutabile, divenendo una sorta di “prigione euristica” avente per guardie i pregiudizi di cui ci nutriamo (e avveleniamo), e per prigionieri gli aspetti quanto più sfaccettati di una realtà complessa e fluida. Approfondendo un discorso di tipo esistenziale, di lotta con la vita, cominciato con “Il fu Mattia Pascal”, Pirandello prende in esame ed analizza, in maniera a dir poco innovativa e sconvolgente, il sé in quanto tale. Nell’atto di tracciare e delineare i suoi confini, esso si costruisce come un Uno appartenente a chi pennella il proprio autoritratto in maniera inimitabile. Vorrei teorizzare, a questo proposito, come l’autoritratto possa essere, a mio modo di vedere le cose, l’espressione più oggettiva ed esprimibile della percezione del proprio ego.
Una forma di espressione che, artisti del calibro di Van Gogh e Rembrandt, hanno sfruttato al limite delle sue potenzialità espressive, estrinsecando la propria anima attraverso la pittura del loro volto, ponendo così l’osservatore in una chiave di lettura quanto più vicina possibile al loro travaglio interiore.
La tela diviene un tempio adibito all’intima espressione dell’anima, un intreccio di fili sul quale imprimere una personale impronta, scolpendo a fuoco l’immagine del proprio volto, quell’ Uno (in)separabile in maniera netta dagli altri Centomila. Ed è proprio Vitangelo Moscarda che prova ad intuirlo utilizzando la lente d’ingrandimento della sensibilità e della razionalità, con un pizzico di genio (o follia!).
Scaraventando in aria tutti quei preconcetti di cui egli per primo si era da sempre inconsciamente abile portatore, se ne libera.
Il nuovo Vitangelo arriva a rinnegarsi, identificandosi come un Nessuno (elemento apparentemente di sintesi tra il suo Uno e gli altri Centomila, appunto), propendendo quanto più per una soluzione nichilistica che lo affrancherebbe da ogni turbamento ontologico. Ma il nichilismo non può affrancare colui il quale sente in sè il germe della vita, condita da un turbine di emozioni e sentimenti, a cui dare spiegazione è un mistero ancor più devastante.
D’altronde, se non può essere uno solo e stabile, e se non si può, per ovvi e naturali limiti cognitivi, concepirsi in svariati e infiniti modi, meglio rinnovarsi e rinascere attimo dopo attimo, cambiando in simbiosi con la natura (e ogni suo aspetto), racchiudendo il mistero personale di “una realtà che non ci fu data e non c’è…”


Aulo Agerio

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.