La “Folie a deux”: l’omicidio di Ferrara

Partiamo dall’omicidio di Ferrara per parlare della folie à deux, un disturbo piuttosto raro, ma con origini documentate nella storia della psichiatria.

 

Pontelangorino, 10 Gennaio 2017.

 

Riccardo e Manuel, amici d’infanzia di 16 e 17 anni, uccidono con un’ascia i genitori di Riccardo, Nunzia di Gianni e Salvatore Vincelli.

 

Durante il loro interrogatorio, nella sala d’aspetto della caserma, Riccardo chiede a Manuel: «che cosa ti hanno chiesto? Dimmelo, sbrigati…», poi «[…] dove siamo stati, che cosa abbiamo fatto, se avevo la febbre. Tranqui»; o ancora «quindi, tutto quello che ci eravamo detti prima? Oh, mi raccomando Manu, mica [puoi] tradirmi…».

 

Il primo a crollare e a far trovare l’arma del delitto è Manuel, e fin da subito emerge come l’esecutore materiale sia lui, spinto da una promessa di ricompensa economica da parte dell’amico: mille euro per la vita dei due genitori, con i quali Riccardo aveva continui dissidi. Durante l’interrogatorio, mentre Manuel si mostra più “sensibile”, Riccardo ha un atteggiamento più freddo e distaccato.

 

Inoltre, è stata avanzata l’ipotesi secondo cui i due avessero una relazione amorosa osteggiata dalla famiglia di Riccardo, il quale avrebbe pensato di risolvere il problema con la morte dei due.

 

È balzata fin da subito agli onori della cronaca la volontà di rimanere uniti, anche nella difesa dalle accuse di omicidio, e il forte legame tra i due, che dalle prime fasi di indagini si sono accordati e confrontati sulle versioni migliori da fornire agli inquirenti. Lungi da noi voler commentare in questa sede le dinamiche del delitto e delle indagini, vogliamo, invece, porre l’attenzione sul legame dei due amici.

 

Il caso preso in esame ci riporta alla mente diversi casi di omicidio compiuti in un duo, e a questo proposito c’è una menzione da fare al fenomeno dellafolie a deux.

 

Di questa particolare condizione si occupò per primo Legrand du Saulle, psichiatra francese del 1800: essa è una sorta di delirio trasmesso tra due, o addirittura più persone. Sono necessarie alcune condizioni perché questa si verifichi (Lasègue, Falret):

 

  1. La coppia è formata da un soggetto dominante e da un soggetto passivo;
  2. I due soggetti della coppia devono condividere per diverso tempo uno stesso ambiente e le stesse idee, senza avere interferenze esterne che possano distoglierli dal loro delirio;
  3. Il delirio deve basarsi su attività concrete e reali;
  4. L’induttore (o personalità dominante) influenza il passivo con le sue allucinazioni, le quali diventano proprie del soggetto più debole e alimentano in lui un forte odio.

 

Da un punto di vista clinico, la folie a deux è abbastanza rara, e può prevedere quattro tipi di follia (anche se la divisione è più teorica che clinica): imposta, simultanea, comunicata e indotta. È importante sottolineare come, secondo Budoni et al. (1999), l’elemento fondamentale per la costituzione della follia sia l’isolamento dagli stimoli sociali e culturali esterni, unito a una fortissima relazione interpersonale. La domanda sorge spontanea: potrebbe essere il caso dei due ragazzi?

 

Non lo sappiamo, e saranno gli esperti a decidere in merito; quel che è certo però, è che la storia della cronaca italiana è costellata da figli che uccidono i genitori, in coppia, spesso con i fidanzati di turno, o con gli amici, come nel caso di Riccardo e Manuel. Come dimenticare, infatti, l’omicidio di Ancona, nel quale Antonio Tagliata ha ucciso i genitori della fidanzata; oppure il delitto di Novi Ligure di Erika e Omar; o, ancora, il caso di Doretta Graneris, che uccise madre, padre, nonni e fratellino con la complicità del fidanzato?

 

Le motivazioni che spingono i ragazzi ad agire questi crimini possono essere molteplici. Alla base c’è una visione distorta del rapporto con i genitori, visti come un ostacolo a causa delle regole che impongono all’interno della famiglia e della vita personale dei ragazzi. In un mondo fatto di idee e convinzioni del tutto errate, essi credono che la loro unica via di “fuga” sia far sparire chi li ostacola e non permette loro di vivere nuove avventure e la vita in generale.

 

E mentre Manuel, Riccardo e tutti gli altri si chiedevano come poter sfuggire alle accuse di omicidio – pianificando alibi e comportamenti corretti da tenere di fronte alla stampa e agli inquirenti -, a noi viene da chiederci cosa scatti nella loro mente: come riescano ad agire, uccidendo a sangue freddo coloro che li hanno fatti nascere e che, purtroppo, molto probabilmente non hanno saputo cogliere, capire e valutare in tempo i segni di un rancore e di un vissuto interiore deviante.

 

Vissuto che, se non opportunamente analizzato, ascoltato e corretto, può portare alcuni soggetti a esperire condotte criminali, grazie all’aiuto di una seconda persona, che diventa parte del  loro mondo fatto di sogni e finti ideali.

 

© Giada Sciumè

 

Bibliografia:

  • Mastronardi, V. M., De Luca, R., I serial killer, Newton Compton Editori, 2013, Roma, pp. 334-337.

 

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Giada Sciumè

Giada Sciumè

Sono una Dottoressa in Psicologia Clinica, Applicata e della Salute, vicina all’inizio dell’Esame di Stato e con uno studio di tipo psico-criminologico alle spalle: sono infatti laureata in Scienze dell’Investigazione e in Psicologia della Devianza e Sessuologia.
Il mio sogno era lavorare nel campo del crimine; ad oggi, sono molto interessata al contrasto della violenza, della pedofilia e del crimine, e a tutto ciò che riguarda l’animo umano nel suo intimo. Amo leggere, scrivere e disegnare e ritengo l’aggiornamento e la formazione continua estremamente importanti.