La gabbianella e il gatto: una metafora dell’adozione

Un piccolo excursus sul tema adozione, sulle sue criticità e punti di forza, effettuato attraverso l’analisi della metafora evidenziabile nel film d’animazione “La gabbianella e il gatto” che ha conquistato l’infanzia di tutti.

 

Sicuramente molti ricorderanno il film d’animazione tutto italiano, uscito nel 1998, intitolato “La gabbianella e il gatto”, tratto dal romanzo “Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare”, scritto dal poeta Luis Sepúlveda. Ai tempi della sua uscita nelle sale ha avuto molto successo, specie tra i più piccoli, per le canzoni memorabili e per la storia emozionante che raccontava: quella di una gabbianella che, rimasta orfana, viene “adottata” da un gatto, e dal suo gruppo di amici, con tutte le conseguenze che ne derivano.

 

Il film è un bellissimo e ben riuscito connubio tra divertimento, sentimento e consapevolezza; un viaggio che porta un gatto a ricoprire un ruolo diverso da quello che ci si aspetterebbe, pur di mantenere una promessa, e che porta una gabbianella a crescere in una famiglia differente dalla propria, ma non meno calorosa, che si impegna con tutta se stessa per portarla al suo obiettivo. Ma cos’altro ci vuole raccontare questo cartone animato strappalacrime?

 

La gabbianella e il gatto può essere anche visto come una metafora del bambino adottato. Gli animali, così umanizzati, parlanti, e possedendo sentimenti come le persone, ci mostrano lo scenario che, spesso, va a crearsi quando un bambino è costretto, per un motivo o per l’altro, a lasciare la sua famiglia d’origine per essere poi affidato a un’altra famiglia, con cui possono venire a instaurarsi dissidi, contrasti.

 

 

Il cartone animato dall’aria ingenua e dalle canzoni emozionanti, ci mostra fin da subito una giovane gabbiana che, in fin di vita a causa della crudeltà umana (indirizzata, in questo caso, verso la natura) depone il suo uovo, ma non potrà mai occuparsi del piccolo.
L’unica cosa che può fare è, allora, affidare il suo uovo, la piccola gabbianella non ancora nata, a Zorba, un gatto buono, ma decisamente impreparato a sostenere questo fardello. Non si può dire lo stesso per quanto riguarda chi, invece, si propone di accudire un bambino in affido o, addirittura, ne adotta uno. La metafora, però, funziona lo stesso: la famiglia “affidataria” o adottiva, spesso non possiede tutti gli strumenti per prendersi cura del piccolo.

 

Le famiglie che si offrono per l’affido o l’adozione sono, di solito, composte da una coppia di persone grandi e mature (Garelli, 2000), ma questo non significa che non possano insorgere delle problematiche. Queste famiglie spesso hanno vissuto l’elaborazione del dolore dell’impossibilità di procreare, e cercano un’alternativa che gli permetta di vivere l’esperienza della genitorialità o, ancora, possono soffrire della sindrome del nido vuoto (Spence, Lonner, 1971) se i propri figli sono grandi e non hanno più bisogno di loro: in ogni caso, una famiglia che si rende disponibile ad accogliere un nuovo figlio nel proprio nucleo familiare sta esprimendo, a sua volta, un bisogno (Guida, Kaneklin, 1993). È proprio per questo che è necessario che vi sia, tra famiglia e minore, il cosiddetto Goodness of fit (Thomas e Chess, 1977): ovvero, si dovrà provvedere a creare un giusto abbinamento tra minore e famiglia a cui viene affidato, in base alle caratteristiche dei due, affinché siano compatibili.

 

 

Ritornando al nostro esempio: la gabbianella si ritrova a crescere pensando di far parte della famiglia di Zorba, di essere, di fatto, un gatto: ovvero, di essere sua figlia. Ciò non è sempre vero quando si parla di famiglie affidatarie o adottive, in cui, spesso, i bambini hanno un’età tale da comprendere cosa li circonda, e capire che la famiglia a cui sono stati affidati non è la loro famiglia d’origine. È proprio qui, nell’incontro tra vecchio e nuovo, passato e presente, che si formano i primi conflitti e le prime difficoltà: il minore può iniziare a esplicitare difficoltà relazionali, comportamenti aggressivi, sentimenti di rabbia o tristezza.

 

I genitori adottivi o affidatari, spesso, si aspettano che i bambini si affezionino a loro molto più facilmente di quanto, in realtà, possa accadere; quando non si sentono ricambiati nell’amore e nell’affetto che impegnano verso il bambino, possono subentrare sentimenti di frustrazione, tristezza e impotenza. Capita, infatti, che il bambino continui a nutrire la paura di un nuovo abbandono e la sofferenza per la famiglia che si è lasciato alle spalle: i sentimenti contrastanti provati dal bambino possono inibire la sua capacità di costruire in maniera rapida dei legami con la nuova famiglia.

 

È per questo che i genitori adottivi o affidatari dovrebbero sempre essere sostenuti da varie figure, come gli assistenti sociali, nel loro percorso: ciò dovrebbe aiutarli a costruire, per il minore, un ambiente dove sentirsi sicuri, accolti in tutti i loro aspetti, accettando la doppia dipendenza (alla famiglia d’origine e alla nuova famiglia) del bambino (Greco, Iafrate, 2001). Il piccolo, infatti, potrebbe sperimentare sentimenti di tristezza e vergogna per essere stato abbandonato dalla sua precedente famiglia, incapace di accudirlo, e percepirà prepotente la paura dell’abbandono.

 

 

Ma, tornando alla nostra metafora, un bambino adottato, se molto piccolo al momento in cui cambia famiglia, può non aver memoria, non ricordarsi o non sapere di essere stato adottato. Così, spesso, succede che il bambino adottato venga a sapere delle sue origini in maniera poco tutelata, quasi traumatica, risvegliando in lui sentimenti di disagio, di tristezza, di rifiuto. Perché i genitori d’origine non l’hanno voluto? Quali motivazioni avevano per darlo via? Perché non potevano tenerlo? Tutti quesiti che, per quanto dolorosi per loro, i genitori adottivi devono aspettarsi e devono essere disposti ad accogliere, a rispondere con pazienza, amore, affetto, anche in cambio dell’ostilità, e di un improvviso, e si spera provvisorio, allontanamento.

 

Nel caso della gabbianella, lei è orfana: sua madre, infatti, muore con il rimpianto che mai potrà vedere sua figlia crescere. Spesso, però, nella realtà le cose sono ben diverse, almeno per quanto riguarda l’affido: mentre, quando vi è un’adozione, il distacco dalla famiglia d’origine è netto, questo non si può dire per quanto riguarda l’affido. La presenza di incontri e contatti tra famiglia affidataria e famiglia d’origine può essere problematica se non moderata a dovere dagli assistenti sociali.

 

 

Alla fine, la piccola gabbianella della nostra storia impara a volare: sotto i consigli di Zorba, ma anche dei suoi amici, che formano un ambiente vario, differenziato, aperto allo scambio. Certamente, la famiglia adottiva della gabbianella, ovvero Zorba e i suoi amici gatti, non hanno portato a termine il compito di crescere la gabbianella con la stessa facilità con cui l’avrebbe fatto la sua vera mamma, in una condizione ideale. Non è la stessa cosa, perché la comunicazione non è sempre facile, specie a causa delle differenze che ci sono alla base dei due protagonisti principali. Ma, nonostante le diversità, nonostante, come in tal caso, i due, la famiglia e il piccolo adottato, appartengano addirittura a razze diverse, si trovano, si incontrano a metà strada e la gabbianella alla fine spicca il volo. Metafora di come riesca a crescere bene, come riesca a sviluppare le sue potenzialità che, altrimenti, senza la famiglia adottiva, non avrebbe potuto avere.

 

Questo cartone animato non è solo un bellissimo esempio di accettazione del diverso, di accoglimento delle differenze tanto da trarne un giovamento, un insegnamento. È anche una bellissima metafora di come un bambino adottato, nonostante le difficoltà che possa trovare assieme alla sua nuova famiglia, possa arrivare a una crescita, persino più consapevole.

 

 

Bibliografia

  • Cassibba R., Elia L. (2007), L’affidamento familiare. Dalla valutazione all’intervento, Carocci, Roma.
  • Garelli F. (2000), L’affidamento. L’esperienza delle famiglie e dei servizi, Carocci, Roma.
  • Greco O., Iafrate R. (2001), Figli al confine: una ricerca multimetodologica sull’affidamento familiare, FrancoAngeli, Milano.
  • Guida M. G., Kaneklin S.L. (1993), Conoscenza della famiglia affidataria e ipotesi d’abbinamento, in AA.VV. (a cura di), Affido familiare. Approfondimenti teorici e metodologici di un percorso, Quaderni di Psicoterapia Infantile, Borla, Roma.
  • Spence D. L., Lonner T. D. (1971), The Empty Nest: A Transition within Motherhood, in “The Family Coordinator”, 20, pp. 369-75.
  • Thomas A., Chess S. (1977), Temperament ad Development, Brunner-Mazel, New York.

 

Sitografia

  • www.italiaadozioni.it

 

Filmografia

  • La gabbianella e il gatto, 1998, Enzo D’Alò, Italia.

 

Sabrina Guaragno

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Sabrina Guaragno

Sabrina Guaragno

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, editor e book-blogger a tempo perso. Amante dei libri, della scrittura e divoratrice di fumetti e serie tv. Eterna sognatrice sensibile agli animi afflitti.