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La psicologia e la psicoterapia sono scientificamente valide?

La risposta per quanto possa sembrare scontata per gli esperti o studenti del settore, in realtà presenta delle criticità; “Certo che sì, è scritto sul manuale X” oppure “Certo, me lo ha detto il professore in università”, ritengo che non possano e non debbano essere considerate esaustive. Questo solo articolo non può avere la pretesa di rispondere in maniera esaustiva a questa complessa domanda, piuttosto l’obiettivo principale è quello di spingere coloro i quali studiano o lavorano nel campo delle discipline psicologiche a scoprire come rispondervi in maniera chiara e comprensibile per tutti. Questa è solo la mia opinione:

 

La risposta dell’APA (2013): dalla definizione di psicoterapia alla sua efficacia

l’American Psychological Association (2013) chiarisce in una review di letteratura alcuni punti utili sia alla definizione che all’efficacia delle psicoterapie:

La psicoterapia (individuale, di gruppo e di coppia/familiare) viene definita come una pratica, basata sulla la collaborazione tra cliente/paziente e psicoterapeuta, sviluppata in modo tale da fornire un sollievo a sintomi, cambiamenti di personalità, presenti e futuri, che impattano negativamente sulla qualità della vita dell’individuo. Essa ha come obiettivo quello promuovere comportamenti funzionali e favorire l’inserimento dell’individuo in situazioni salutari (APA, 2013). Quindi, dal punto di vista operativo: “la psicoterapia prevede un impiego intenzionale di metodi clinici e posizioni interpersonali derivanti da principi psicologici stabiliti con il proposito di assistere le persone nella modifica dei loro comportamenti, cognizioni, emozioni ed altre caratteristiche personali, con l’obiettivo di ottenere quello che per i partecipanti stessi risulta essere desiderabile” (pag. 102) (APA, 2013).

Nel 2005, l’APA ha nominato una task force per definire e discutere delle pratiche psicologiche Evincece-Based (EBBP) le quali sono il frutto “dell’integrazione delle migliori ricerche disponibili con esperienza clinica considerando il contesto delle caratteristiche, cultura e preferenze del paziente” (pag. 273) (APA Presidential Task Force on Evidence-Based Practice, 2006). Per eventuali delucidazioni sulla definizione data dall’APA rimando al documento originale causa l’ingente mole di informazioni non funzionali all’obiettivo dell’articolo in questione.

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L’effetto positivo generale della psicoterapia risulta costante tra la maggior parte delle condizioni patologiche diagnosticate, con una varianza maggiormente influenzata dalle caratteristiche del paziente, dalla cronicità, complessità ed intensità della patologia, dal supporto sociale e dal contesto in cui l’individuo/gruppo è immerso, da quelle del terapeuta, e molto meno influenzate invece delle diagnosi specifiche o delle varie scuole psicoterapeutiche presenti sul mercato; “Gli effetti tendono ad essere duraturi nel tempo, e non sembrano essere necessarie altre tipologie di trattamenti a supporto” (pag. 103); “Anche comparando le diverse forme di psicoterapia, i risultati non risultano essere particolarmente significativi, questo suggerirebbe che: (1) la maggior parte delle psicoterapie strutturate sono ugualmente efficaci e (2)  che, quando la diagnosi del paziente o lo specifico utilizzo di una tipologia di psicoterapia non sono totalizzanti della relazione paziente-terapeuta, questa ha maggiori risultati” (pag. 103) (APA, 2013).

Quanto sostenuto dall’APA (2013) infine, la ricerca riporta effetti positivi e duraturi per una vasta gamma di patologie, che non si concentrano esclusivamente in disturbi dell’umore o d’ansia, ma ne coprono anche altri di tipo “somatico”, per esempio di carattere: “dermatologico, neurologico, cardiovascolare, respiratorio, gastrointestinale, muscoloscheletrico, genitale/urinario, immunologico” (pag. 101) (Abbass, Kisely, & Kroenke, 2009). Tali effetti possono essere simili, o addirittura superiori confrontati a cure prettamente farmacologiche, con il vantaggio di avere effetti collaterali minori ed una maggiore aderenza al trattamento da parte dei pazienti. Inoltre, sono stati riscontrati effetti positivi sul miglioramento dell’umore e una riduzione di stati depressivi tra individui con condizioni patologiche acute e croniche, per esempio artrite, cancro, HIV/AIDS (pag. 104) (APA, 2013).

Alcuni esempi della sua efficacia

La psicoterapia apporta miglioramenti sui sintomi di disturbi dell’umore e di ansia, in particolare è stato rilevato che la terapia cognitivo comportamentale (CBT) e la psicoterapia interpersonale (IPT) impattano sul sistema metabolico neuronale, agendo sui: meccanismi di irrorazione di ossigeno e/o glucosio, delle strutture corticali: corteccia dorsolaterale, ventrolaterale e prefrontale mediale, la corteccia cingolata anteriore e posteriore/precuneo e sulla corteccia dell’insula (Frewen, Dozois & Lanius, 2008).

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Hunot e colleghi (2007), in una review pubblicata sul database delle review sistematiche di Cochrane, una istituzione riconosciuta per l’accuratezza delle review pubblicate, riportano che il 46% dei pazienti con diagnosi di disturbo di ansia generalizzata, trattati con psicoterapie ad approccio cognitivo comportamentale mostrano risposte positive, in termini di riduzioni dei sintomi, dopo il trattamento, confrontati al 14% di coloro che mostravano miglioramenti anche se non trattati (Risk Relative, RR 0.64, 95% IC da 0.55 a 0.74).

Hoffman e colleghi (2007), mediante una meta-analisi di studi clinici controllato randomizzato (RCT), hanno supportato l’efficacia di interventi psicologici utili a diminuire la sofferenza, la depressione e la disabilità di persone con diagnosi di lombalgia cronica (CLBP). In particolare, hanno comparato al gruppo di controllo di persone non trattate, pazienti trattati mediante CB. Stando ai risultati riportati i trattamenti CB si sono dimostrati utili a diminuire l’intensità del dolore provato (d 0.62, p 0.01), ma non suggeriscono il miglioramento della qualità della vita o la depressione (p 0.1); Per quanto riguarda gli interventi di self-regulatory treatment (SRT), i risultati si sono dimostrati migliori sia dei precedenti, rispetto ai trattamenti CB, e sia del gruppo di controllo, nel diminuire l’intensità del dolore percepito (d 0.75, p 0.001) e nella riduzione dei sintomi depressivi (d 0.81, p 0.05).

Jonathan Shedler (2010) prende in esame gli effetti della psicoterapia psicodinamica e quella cognitivo-comportamentale, comparando i loro effect size (ES). Esso è stato utilizzato per valutare le differenze tra gruppi di persone trattate e non, in particolare:

“L’ ES è ottenuto dalla differenza tra la media dei gruppi di controllo e quelle dei gruppi con pazienti trattati, espressa in deviazioni standard. Un ES di 1.0 sta a significare che la media dei pazienti trattati è di una deviazione standard più “sana” rispetto alla media del gruppo di controllo (pazienti non trattati), quindi la curva a campana o normale si discosta di una deviazione standard, rispetto alla stessa ma del gruppo di controllo. Un ES di 0.8 è considerato come una grande differenza tra i due gruppi prima citati, 0.5 di moderata differenza e 0.2 di piccola entità” (pag. 100) (Shedler, 2010).

Tabella

Nelle review citate da Shedler (2010) emerge che l’ES delle psicoterapie protagoniste degli studi da lui considerati hanno valori che non scendono sotto 0.58, con punte di 1.8, a prescindere dai differenti approcci di riferimento delle stesse, questo significa che il peso dell’effetto, quindi la differenza tra le persone trattate e no, è di grado moderato o sostanzioso, e si suppone che tale differenza sia dovuta proprio al trattamento.

Come riportato nella tabella 1 su presentata, l’autore, al fine di porre un metro di paragone al lettore, considera anche gli ES rilevati di alcuni dei farmaci più utilizzati per il trattamento dei disturbi a carattere depressivo. È interessante notare come i valori riportati delle terapie farmacologiche siano decisamente più bassi, con un effetto di lieve entità, rispetto a quelli delle psicoterapie.

Considerazioni conclusive

Rispondere alla domanda “La psicologia e la psicoterapia sono scientificamente valide?” non è così semplice, e di certo una risposta secca, positiva o negativa che sia, sarebbe superficiale.

Quelli sopra riportati sono solo alcuni esempi scovati in alcuni dei principali database (Google Scholar, PubMed, Scopus, Cochrane Library), all’interno dei quali sono presenti non solo pratiche con “valori forti”, ma anche studi che non ne sono in possesso. È indubbio che alcune delle pratiche psicoterapeutiche non siano ritenute “scientifiche” perché non sostenute da studi, i quali dati posso avere un campione di persone troppo esiguo, un effetto troppo basso o con un valore di p troppo alto.

Questi, seppur considerati poco validi dal punto di vista scientifico, possono non esserlo da un altro punto di vista, per il motivo per cui essi vengono realizzati, cioè quello di migliorare la qualità della vita delle persone.

Se una delle caratteristiche di bontà dei risultati di uno studio è il numero dei partecipanti, questa di solito non lo è fuori dal laboratorio. Nel mondo reale la pratica è rapportata al singolo, ergo essa può mantenere la sua utilità anche se non ritenuta scientificamente valida.

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Questo problema della scientificità non è esclusivamente appartenente alla disciplina psicologica, ma si può riscontrare anche in altre come le scienze motorie o la medicina: Panda (2006) scrive che quest’ultima non è una scienza esatta, essa è fortemente basata sulla pratica, “è insieme arte e scienza” e che “un buon medico deve diventare un buon artista con sufficienti conoscenze scientifiche” (pag. 138).

Quindi non è importante il concetto di scientificità in psicologia? No, anzi, penso che è proprio grazie a questa continua ricerca di scientificità che la psicologia ha fatto passi da gigante, e si è potuta dotare di strumenti prima teorici, poi pratici, per migliorare ed incrementare gli strumenti a disposizione per il benessere del paziente, pensate, ad esempio, alla nascita delle varie correnti teoriche. Dotarsi di un metodo scientifico, anche per lo psicologo, diventa utile a focalizzarsi sull’ oggetto a cui rivolge la sua pratica (il paziente) e come questo reagisce ad essa, monitorandolo, ed anche eventualmente mettendola in discussione, adattandola, piuttosto che concentrandosi solo sulla pratica stessa o sulla scuola di pensiero a cui si appartiene.

Concludendo, rispondendo alla domanda principale: “La psicologia e tutta la Psicoterapia sono scientificamente valide?” la mia risposta sarebbe: “Ni”, è possibile trovare pratiche validate scientificamente in alcuni studi (per esempio gli studi citati nel paragrafo sull’efficacia) ma allo stesso tempo è possibile trovare alcune ricerche che non lo sono. In realtà anche un l’approccio diagnostico biomedico applicato alla diagnosi psichiatrica o piscologica non si salva dal problema della scientificità, infatti, può non essere considerato molto valido a causa della eterogeneità diagnostica dovuta alla sovrapposizione di alcuni sintomi tra le varie patologie (Allsopp, et al., 2019).

Proprio su questa scia, mi pongo un’altra domanda, anzi, “la” domanda: “La psicologia o la psicoterapia sono utili?”. A questa risponderei senza dubbio in maniera affermativa.

Ritengo importante differenziare i concetti di “utile” e di “scientificamente valido”, i quali talvolta sono usati come sinonimi, ma in realtà non lo sono. In più, ritengo che la competizione tra i vari professionisti, o tra le varie scuole di pensiero (biomedica VS psicoterapeutica o psicoanalitica VS cognitivo-comportamentale, ecc.), in questo caso, non faccia letteralmente bene a nessuno. Lo psicologo, il medico o qualsiasi professionista della salute vanno considerati, seppur con competenze e/o strumenti diversi, utili in egual maniera alla persona con un malessere che chiede aiuto.

Shedler (2010) sottolinea che le differenze degli ES tra le psicoterapie e farmacoterapie, nella sua review prima presentata in cui sembra che la psicoterapia sia più efficace della farmacoterapia, chiarisce che tali differenze “possono essere spiegate in parte da differenze metodologiche tra lo studio degli effetti delle psicoterapie e dei farmaci, i quali, quindi, potrebbero non essere direttamente comparabili. Quanto emerso, quindi, non dovrebbe essere interpretato come una evidenza conclusiva della maggiore efficacia della psicoterapia. Gli ES dei farmaci antidepressivi sono stati riportati esclusivamente per fornire dei punti di riferimento che potranno essere familiari per molti lettori” (pag. 100). Inoltre, non sono state trovate differenze statisticamente significative tra interventi psicoterapeutici e farmacologici nel trattamento dei disturbi a carattere depressivo nei bambini e negli adolescenti (Cox, et al., 2012)

Quindi piuttosto che confrontare in maniera esclusiva i vari tipi di terapie, attualmente le “nuove tendenze integrative hanno portato la psichiatria contemporanea al punto in cui l’uso combinato di farmaci e psicoterapia è ormai una pratica quasi universale per condizioni psicotiche e non psicotiche” (pag. 146) (Gabbard, 2015). I trattamenti per la cura del paziente, solo se considerati in ottica sistemica e multifattoriale, possono essere considerati veramente utili.

Antonello Luisi

  • Abbass, A., Kisely, S., & Kroenke, K. (2009). Short-term psychodynamic psychotherapy for somatic disorders: Systematic review and metaanalysis of clinical trials. Psychotherapy and Psychosomatics, 78, 265–274.
  • American Psychological Association. (2013). Recognition of psychotherapy effectiveness. Psychotherapy, 50(1), 102-109.
  • APA Presidential Task Force on Evidence-Based Practice. (2006). Evidence-based practice in psychology. The American Psychologist, 61(4), 271.
  • Australian Psycological Society. (2018). Evidence-based psychological interventions in the treatment of mental disorders: A review of the literature. The Australian Psychological Society Ltd.
  • Cox, G. R., Callahan, P., Churchill, R., Hunot, V., Merry, S. N., Parker, A. G., & Hetrick, S. E. (2014). Psychological therapies versus antidepressant medication, alone and in combination for depression in children and adolescents. Cochrane Database of Systematic Reviews, (11).
  • Frewen, P., Dozois, D., & Lanius, R. (2008). Neuroimaging studies of psychological interventions for mood and anxiety disorders: Empirical and methodological review. Clinical Psychology Review, 28(2), 228–246.
  • Gabbard, G. O. (2015). Psichiatria psicodinamica: Quinta edizione basata sul DSM-5. Cortina.
  • Hoffman, B. M., Papas, R. K., Chatkoff, D. K., & Kerns, R. D. (2007). Meta-analysis of psychological interventions for chronic low back pain. Health psychology, 26(1), 1.
  • Hunot, V., Churchill, R., Teixeira, V., & Silva de Lima, M. (2007). Psychological therapies for generalised anxiety disorder. Cochrane Database of Systematic Reviews.
  • Hunter, C. M., Hunter, C. L., & Kessler, R. (2014). Handbook of clinical psychology in medical settings. Springer.
  • Panda, S. C. (2006). Medicine: science or art?. Mens sana monographs, 4(1), 127.
  • Shedler, J. (2010). The efficacy of psychodynamic psychotherapy. American psychologist, 65(2), 98.