La vittoria di Donald Trump: tutto ciò che dovresti sapere e ancora non sai

Un’analisi psicodinamica della leadership e dell’elettorato del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America

Lo scalpore che la vittoria di Donald Trump, ormai 45° presidente degli Stati Uniti d’America, ha suscitato è, a solo un giorno dalle elezioni, molto evidente. Sui social network dilagano post e video di personaggi famosi, volti noti e non, che si indignano per l’elezione del nuovo presidente; basti pensare che, in meno di 48 ore, sono stati arrestati numerosi cittadini americani scesi in strada a protestare contro il nuovo presidente, gridando insieme “NOT MY PRESIDENT”, non riconoscendo il miliardario come loro rappresentante (Repubblica.it, sezione Esteri, 2016).
Ciò che, però, è interessante chiedersi è come, nonostante le manifestazioni di palese disprezzo nei suoi confronti e la campagna portata avanti dalla democratica Hillary Clinton con il sostegno di star e personaggi importanti, il repubblicano Donald Trump sia riuscito a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti.

Da un punto di vista psicologico, come funziona la mente degli elettori? Come vengono interpretate le elezioni e i candidati, psicologicamente parlando, dal cittadino votante?
La psicologia politica, che studia le basi cognitive del comportamento di voto, cerca di rispondere a questi quesiti, rifacendosi a teorie psicologiche passate e a nuove interpretazioni dei fenomeni che avvengono nella mente umana.

A tale scopo, la Fondazione “Ahref”, un’organizzazione no-profit nata a Trento grazie alla Fondazione Bruno Kessler, ha lanciato una nuova piattaforma web dedicata al Fact Checking, espressione inglese che significa “verifica dei fatti”. Tale strumento, messo a disposizione di tutti i cittadini, ha l’obiettivo di contribuire alla verifica dell’attendibilità delle informazioni che le persone ricevono. All’interno di questo contesto, la psicologa Barbara Collevecchio, esperta di psicologia e comunicazione politica, interviene parlando del rapporto esistente tra Fact Checking e psicologia, mostrando i meccanismi psicologici impliciti che fanno sì che un individuo prediliga certi leader e ideali rispetto ad altri.

Secondo l’autrice e, più in generale, secondo la psicologia politica, la difficoltà che sperimenta il cittadino nel distinguere le informazioni vere da quelle false (a cui si è spinti a credere), deriva da due principali problemi:

  • Un problema sociale estrinseco legato alla tipologia di leadership del leader politico: è un problema collettivo che si forma perché ci sono tre differenti tipologie di leader che adottano strategie altrettanto differenti per coinvolgere e convincere gli elettori. Queste tre tipologie sono: il “leader sano”, ovvero un leader che attua una politica improntata alla competenza; il “leader paranoico”, che struttura tutta la sua leadership sul nemico e secondo il principio che presuppone che il popolo si debba unire attorno a lui perché solo lui è in grado di difenderlo dai nemici; e il “leader narcisista”, cioè un leader che chiede di essere amato e crea degli adoratori che lo seguono.

Le figure negative della leadership, cioè il leader paranoico e quello narcisista, inficiano entrambi la verità, anche se con meccanismi diversi: il leader paranoico è alla continua ricerca del complotto e trascina le folle affiché lo seguano e tramino teorie complottiste anche quando non vi sono i presupposti, alterando, così, la percezione della realtà; il leader narcisista, invece, afferma che la verità, per come è, sia del tutto inaccettabile e crea una metacostruzione della realtà fatta collaborativamente con la popolazione, in base a ciò che lui stesso dice essere vero.

  • Un problema intrinseco alla psiche umana: esistono dei motivi intrinseci che impediscono la ricezione della verità. Tale problematica, che riguarda così intimamente la psiche, è stata analizzata in particolare dalla teoria della psicoanalisi, che si rifà agli studi che Bion condusse sui gruppi. Secondo lo studioso, i gruppi si formano secondo assunti di base definibili come pulsioni inconsce, che fanno sì che gli individui si aggreghino in base a un desiderio inconscio di Messia. Tali gruppi vengono chiamati “ad attesa messianica” e vedono il leader come una sorta di Messia che li può salvare da pericoli esterni. Questo sarebbe il motivo per cui risulta difficile alle persone accettare critiche rivolte al proprio leader o a un’ideologia in cui credono; si crea, infatti, un vero e proprio meccanismo di proiezione in cui il sé viene proiettato sull’altro, cioè in cui l’individuo proietta sul leader le proprie caratteristiche. Il leader deve, dunque, essere in grado di raccogliere tali proiezioni inconsce e deve fare in modo di concentrare, su di sé, o caratteristiche che la popolazione ha, o caratteristiche che la popolazione desidera. Per tale motivo, dunque, più sarà difficile accettare critiche rivolte a se stessi, più sarà doloroso accettare una critica rivolta al proprio leader.

Partendo da queste premesse, dunque, risulta interessante capire perché le elezioni americane abbiano portato Donald Trump a essere il candidato vincente.

Giancarlo Dimaggio, nel suo nuovo libro intitolato L’illusione narcisista (Dimaggio, 2016), spiega come Donald Trump possa essere considerato, per l’appunto, una figura narcisista.
Sono note, e oggettivamente riconosciute, le battute sessiste che il candidato repubblicano ha fatto durante la campagna elettorale: forse si è trattato di un semplice momento di cameratismo volgare, ma, se così fosse, spiega Dimaggio, non si tratterebbe affatto di narcisismo, ma di un insieme di frasi inappropriate che certamente non depongono a suo favore. Se, invece, Trump ha fatto queste affermazioni per marcare la differenza tra lui e gli altri, non per forza nemici, ma anche compagni politici, allora siamo di fronte a un quadro narcisista. Questo quadro psicologico è, infatti, caratterizzato dall’incapacità di stare nella relazione con gli altri e dalla volontà di mostrare non solo la propria superiorità, ma anche l’inferiorità degli altri. Tutto ciò sarebbe confermato, secondo il profilo psicologico tracciato da Dimaggio, dal bisogno di Trump di avere al suo fianco donne estremamente belle, poiché anche il semplice vezzo di essere un intenditore sopraffino colpisce e impatta fortemente sulle persone.

Un esempio pratico di ciò è la frase che egli riserva ad Angelina Jolie, commentando la sua bellezza: “I do understand beauty, and she’s not”, ovvero: “io me ne intendo davvero di bellezza, e lei non è bella”. Il verbo do all’interno della frase inglese serve ad accentuare il fatto che lui se ne intenda di bellezza. In questo modo, emerge il narcisista che si pone in una cerchia di eletti indefinibile, ovvero quella degli intenditori di bellezza femminile.

La teoria espressa da Dimaggio andrebbe, dunque, a confermare quanto Barbara Collevecchio esprime nella sua analisi sul Fact Checking, ovvero che la figura del leader narcisista chiede di essere amata, crea degli adoratori e ritiene la realtà come inaccettabile, arrivando a costruirne un’altra a sua immagine e somiglianza, seguendo ciò che lui e lui soltanto dice. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui gran parte della popolazione americana è rimasta ammaliata dal modo di fare estremamente sicuro e “fuori dagli schemi” che Donald Trump ha mostrato di avere. Molti sostengono, infatti, che sia stata questa sua diversità, questa schiettezza, questa sua attitudine anti-establishment, ovvero, contraria al sistema, a suscitare speranza in tutti quelli che dal sistema non si sentono in nessun modo rappresentati o tutelati.

Per concludere, si ricordi che Donald Trump aveva concorso senza successo alle primarie del Partito della Riforma per le presidenziali del 2000. Prima di diventare repubblicano, sosteneva il Partito Democratico. Ciò confermerebbe la teoria del narcisismo di Dimaggio, in quanto, infatti, una personalità come Trump non avrebbe potuto spiccare altrettanto bene all’interno di un partito in cui doveva concorrere per il primato con una figura forte come quella della Clinton. La scelta di separarsi completamente dal Partito Democratico, dunque, potrebbe essere spiegata come il miglior modo per emergere e differenziarsi diventando la voce di tutti coloro che disprezzano il sistema.

Bibliografia:

  • Catellani, 2011, Psicologia della politica, Milano, Raffaello Cortina Editore
  • Dimaggio Giancarlo, 2016, L’illusione del narcisista. La malattia nella grande vita, Milano, Baldini&Castoldi
  • Festinger Leon, 2001, Teoria della dissonanza cognitiva, Milano, Franco Angeli Editore
  • Wilfred R. Bion, 2013, Esperienze nei gruppi, Roma, Armando Editore

Sitografia:

– AHREF:  http://www.ahref.eu/it/media/comunicati-stampa/fact-checking/

– IL FATTO QUOTIDIANO: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/26/psicologia-della-campagna-elettorale-e-fact-checking/480602/

– LA COMUNICAZIONE: http://www.lacomunicazione.it/voce/effetto-boomerang/

– REPUBBLICA: http://www.repubblica.it/esteri/2016/11/11/news/usa_2016_ancora_proteste_anti_trump_in_molte_citta_-151787388/amp

– STATE OF MIND:  http://www.stateofmind.it/tag/psicologia-politica/

Marta Frigerio

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Marta Frigerio

Marta Frigerio

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze del Corpo e della Mente presso l'Università degli Studi di Torino. Appassionata di neuroscienze e neuropsicologia. Affascinata dai disturbi dissociativi della personalità e di personalità multiple nella speranza di trovare una teoria valida per giustificare il suo costante parlarsi da sola e darsi pacche di incoraggiamento sulla spalla. Amante dell'arte, dei film e dei libri, costantemente in cerca di angoli del mondo nascosti e estremamente empatica, talvolta incompresa.

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