Le “Anime” della Folla

Connettere l’analisi dei processi psicologici alle dinamiche sociali: è questo il compito della Psicologia sociale, la quale si configura come interfaccia tra l’individuo ed il sociale.

E’ la scienza che coglie nei “gruppi” il qui e ora, lo scambio tra i membri, l’interazione tra i soggetti, la co-costruzione dei significati, gli atteggiamenti ed i comportamenti.
Lo studio di tale disciplina è focalizzato sul ruolo dei fattori sociali nel modellare i comportamenti e gli impatti che questi hanno sulla dimensione cognitiva ed emotiva di ognuno di noi.
Un tema attuale, ma che caratterizza i primi studi della Psicologia Sociale in Europa, è quello delle folle -“Mentre le nostre antiche credenze vacillano e scompaiono, e le vecchie colonne a mano a mano sprofondano, l’azione delle folle è l’unica forza non minacciata e il cui prestigio ogni giorno si accresce. L’epoca in cui entriamo, sarà veramente l’Era delle folle” – così scrive, nel 1895, Gustav Le Bon in “Psicologia delle folle”.
E’ chiara a tutti l’immagine negativa del concetto di folla che questo autore offre, definendola come avente una natura impulsiva e irrazionale. Le persone infatti, nella folla tenderebbero ad annullarsi, lasciandosi sedurre dall’eccitazione del momento, polarizzando le loro opinioni a sostegno di un’unica grande idea.


Le cause basilari di questo processo sono da ricercare direttamente nelle caratteristiche del comportamento umano. Quest’ultimo, infatti, sembrerebbe spesso mosso da motivi inconsci comuni che portano, all’interno della folla, allo sviluppo di un’anima collettiva, una sorta di mostro a più teste. Ne deriva quindi la perdita della coscienza di sé o self-awareness di ogni soggetto – si diventa individui anonimi in mezzo alla folla. L’anonimato ha, in questo processo, un ruolo fondamentale: tende ad allentare il senso di responsabilità del soggetto permettendogli di attuare condotte impulsive e distruttive (a volte).
Nell’Era delle Folle si sviluppano il contagio mentale, come fosse un batterio che propina sentimenti che permettono di confondersi nel gruppo, il senso di potenza generato dalla riduzione del senso di responsabilità individuale e la suggestionabilità, mossa dall’indebolimento della coscienza individuale. Questi fenomeni non fanno altro che favorire il processo di deindividuazione, ovvero quella situazione in cui le persone vedono se stesse solo nei termini di una identità di gruppo e il loro comportamento è guidato solo dalle norme di quel gruppo (Myers).

Se il pensiero di una moltitudine può influenzare il comportamento del singolo, in che misura possiamo davvero pensare di essere liberi e di non correre mai il rischio di perderci nella folla?


Elisabetta Ricciardi

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Elisabetta Ricciardi

Studentessa in psicologia clinica presso l'università degli studi di Bari, neo-laureata in Scienze e tecniche psicologiche. Interessata al teatro e alle poesie.