Lèon: quando il passato diventa prigionia

Little Italy, New York. Léon, killer professionista di origine italiana, si presenta agli occhi del pubblico come un uomo-macchina, una persona dedita solamente al suo lavoro, apparentemente priva di qualunque emozione e/o compassione, eccezion fatta per l’espressa regola morale di non dover uccidere donne e bambini. Il suo unico contatto sociale risiede nella figura di Tony, suo datore di lavoro, che lo accolse all’età di 19 anni dopo il trasferimento in America. La sua unica amica, una piantina da vaso ben curata che condivide con lui due aspetti fondamentali della vita: la mancanza di radici e il silenzio. L’esistenza del protagonista verrà ben presto sconvolta da una ragazzina (Mathilda) con gravi problemi familiari alle spalle che, salvata dallo stesso Léon, si unirà a lui con l’intento di apprendere i segreti del suo mestiere al fine di vendicare la sua famiglia, brutalmente assassinata da una singolare squadra di polizia antidroga.

Stiamo parlando di “Léon-the professional”, film uscito nelle sale cinematografiche nel 1994 e diretto da un abilissimo Luc Besson. È un prodotto che si presta ad una lettura diversa dall’usuale, una lettura che per struttura e significati è nel suo insieme dinamica. Il nucleo centrale del film ruota attorno alla contrapposizione Amore-Morte, che trova le sue basi concettuali nel rapporto dicotomico, di derivazione psicanalitica, tra Libido e Destrudo. E’ il rapporto tra i 2 protagonisti a rappresentare la messa in scena di questo nodo concettuale. La mancanza di socialità da parte di Léon ha una sua giustificazione; non è dovuta solo alla concezione ed alle conseguenze di vita che il suo mestiere comporta. Léon non può vivere nel sociale, non può provare sentimenti che non siano indifferenza, non deve farlo. Cerca di liberarsi di Mathilda in ogni modo, le prova quasi tutte, ma non è in grado di poter gestire l’attaccamento empatico che la ragazza instaura nei suoi confronti. Mathilda ha ritrovato in lui le sue figure genitoriali, in particolare quella di una mamma morta anni prima e sostituita in maniera indegna dalla nuova compagna del padre.
Quello spiraglio di salvezza offertogli in un impeto di bontà dal killer, ha risvegliato in lei un legame che aveva perso troppo presto, creando un intoppo nel suo percorso di crescita, una lacuna evolutiva difficile da colmare. Mathilda non vuole abbandonare Léon, lotta per riprendersi ciò che ha lasciato a metà. Lo imita, si diverte con lui cercando un contatto emotivo, ne fa un personale esempio di vita, proprio come in un vero rapporto genitore-figlio. Ma il protagonista, per poter prendersi davvero cura di Mathilda, deve fare i conti con il suo passato; un passato che lo ha segnato, che lo ha costretto a fuggire, che lo ha portato a doversi far carico di una vita colma di vuoto e solitudine, priva di radici, come la sua cara piantina. Il suo folle amore per qualcuno lo ha portato al sangue; l’amore ha causato morte. Legarsi alla ragazzina potrebbe significare mettere in pericolo la sua vita, persino quella di entrambi, in accordo con uno schema mentale fittizio che determina e indirizza la vita di Léon da quel tragico accaduto della sua giovinezza. D’altronde, è quell’evento ad avergli cambiato l’esistenza. L’episodio nascosto nei meandri del suo passato, è un passaggio chiave, tale da poter far cogliere ad un attento osservatore il suo singolare legame con la piantina da vaso. I sentimenti d’amore, gli unici che il nostro killer abbia mai provato prima dell’incontro casuale con Mathilda, risiedono tutti nella sua vita precedente, nelle vere radici da cui proviene; radici che non ha più, come la sua piccola amica vegetale. Un amore, un sentimento quanto meno affettivo, frutto dell’impossibilità di riproporre quell’associazione dualistica che ritorna continuamente in ogni singolo aspetto della pellicola. La morte non può sopraggiungere dove non ci sono radici, essa risiede solo nella rievocazione di uno script, di una situazione prototipica logicamente fondata nella mente del protagonista. Tuttavia, per quanto tutto possa sembrare già definito e segnato, per quanto Léon abbia ricostruito la sua vita sulla base di nuovi e quanto più profondi schemi mentali, e per quanto tutto il contesto possa presentarsi funzionale al suo nuovo ego, si troverà immerso dinanzi ad un pericoloso bivio; un bivio che sa di riappropriazione di quella vita precedente ormai quasi del tutto persa; un bivio che nasce da un nuovo amore, ma che porta ad una difficile scelta: morire per esso o vivere con la morte dentro.

Aulo Agerio

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.