Lo psicologo di base: tra precarietà e necessità

La crescente flessibilità del postmodernismo non risparmia neanche la figura dello psicologo, per la quale il cammino verso il mondo del lavoro è ogni giorno più complesso.
La natura eclettica di tale professione, tuttavia, non risulta facilitante nel momento in cui ci si approccia alla realtà sfaccettata della precarietà lavorativa, come ben evidenziano i dati riguardanti l’entità della domanda, ma anche della richiesta, di psicologi da parte della società e la quantità degli stessi, dati che spesso fanno emergere numerose contraddizioni.
Troppo spesso, per evitare la drammatica passività professionale, molti psicologi si accontentano di ruoli di ripiego, situazione che si riflette inesorabilmente sull’immagine della stessa figura professionale. A monte, tuttavia, di tali questioni vi è certamente il fatto che il diritto alla salute fisica è un concetto culturalmente reiterato, mentre siamo ancora lontani da quest’ottica se pensiamo al diritto alla salute mentale. Accedere ai privati risulta per molti oneroso a livello economico e i servizi pubblici molto spesso non sono bastevoli, senza contare l’ancora enorme tabù nei confronti del concetto di “malattia” mentale. Nella società liquida in cui ci troviamo a vivere al giorno d’oggi, caratterizzata dalla velocità piuttosto che dalla durata, da relazioni inconsistenti e stress, il ruolo dello psicologo è dunque ancora più complesso e va ancora più in profondità, nel momento in cui assume come compito anche quello di aiutare le persone a identificare ed essere coscienti dei loro veri bisogni, laddove, in una prospettiva di crisi economica, è proprio il benessere, o ancora, la salute psicologica a subire maggiori tagli. Un servizio molto spesso necessario, ma al tempo stesso inaccessibile, proprio come, nel maggior numero di casi, lo stesso percorso formativo dello psicologo. Un altro punto interrogativo che si pone nei confronti di tale professione, infatti, riguarda anche la condizione, frequentemente culturale, di costante “imperfezione” che attanaglia gli psicologi non psicoterapeuti, laddove la specializzazione in psicoterapia per molti risulta un vero e proprio ostacolo anche per quanto riguarda l’autorealizzazione, visti i costi elevatissimi di tali scuole e l’ulteriore allungamento dei tempi di formazione, e dunque di disoccupazione.

Il gettarsi nella psicoterapia come unico spiraglio di luce significa legittimare questa visione dello “psicologo incompleto”. Bisogna, dunque, uscire da questa stagnazione professionale ed esistenziale, e puntare ad incentivare la figura dello psicologo, grazie anche a politiche di welfare che permettano di districare il problema dell’accesso per i cittadini alle cure psicologiche, al di sopra difficoltà reddituali. Questo genere di politiche non solo risolverebbe molti dei problemi legati al faticoso accesso al mondo del lavoro da parte degli psicologi ma darebbe maggiore dignità a tale professione, producendo un avanzamento culturale collettivo che gioverebbe non poco all’intera società, ma anche alla tutela dello psicologo, sia in un’ottica di lavoro sia e soprattutto nell’ottica del suo percorso formativo. Le istituzioni italiane, purtroppo, lungi dal cogliere prontamente il bisogno diffuso di interventi volti alla tutela del benessere, poco o nulla viene fatto a livello meramente pratico, come potrebbe, ad esempio, essere l’istituzione della figura lo “psicologo di base”, che teoricamente fornirebbe sostegno ad ogni cittadino affiancandolo nei momenti critici e nelle fasi delicate dell’esistenza, finalmente uscendo dall’idea per cui il benessere psicosociale sia un lusso piuttosto che un diritto e che le problematiche inerenti alla psiche siano qualcosa di da disapprovare piuttosto che comuni problematiche. Chi, tuttavia, oggi avverte coscientemente il bisogno di una figura di questo tipo è ancora costretto, se possiede la disponibilità economica per farlo, a rivolgersi ad un professionista privato, o un’altra figura che molto spesso è anche economicamente più praticabile, ma deficitaria di un’esaustiva formazione di tipo psicologico, reiterando ancora una volta in circolo vizioso che impedisce alla nostra professione di avere il giusto peso all’interno del sistema sociale.

Raffaella Ribatti

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