Lo psicoterapeuta e il paziente: Peculiarità dei vari approcci.

“Vi è la necessità che gli approcci cooperino per un obiettivo comune,
il miglioramento della qualità di vita del paziente”.

Si apre così uno di una lunga serie d’incontri organizzati dall’associazione studentesca Link all’interno del ciclo di seminari “LINKONSCIO”.
La descrizione dell’evento sul social riporta “Uno psicologo iscritto all’albo degli psicologi sezione A può iscriversi ad una scuola di specializzazione in psicoterapia. Vi sono numerosi orientamenti di psicoterapia: non tutti gli psicologi sono preparati alle differenze e le somiglianze tra questi. Questo accade soprattutto perché durante gli anni di università non studiamo effettivamente le differenze pratiche tra i vari orientamenti”.
Durante l’intero percorso di studi è capitato più volte di sentir parlare della figura dello psicoterapeuta… ma, nello specifico, come agisce?
Questa è molto probabilmente una delle domande che uno studente di psicologia si sarà posto almeno una volta nella vita e l’intento di questo seminario è stato rispondervi, aggiungendo la specificità apportata da ciascun approccio alla cura della persona.
Ma torniamo a noi. Inizio descrivendo le mie sensazioni prima dell’incontro, in parte dovute (forse) ai miei stereotipi e alle mie aspettative circa i vari orientamenti psicoterapeutici. Finché non si è palesata la direzione e il clima dell’incontro, ho pensato che si sarebbe acceso un dibattito (forse uno scontro) tra i vari esponenti. In realtà, è nato uno spazio per un confronto costruttivo.
Molto spesso siamo abituati a pensare ai vari approcci come in competizione tra loro quando, in realtà, questi viaggiano su linee parallele. Bisogna “superare una visione unilaterale al trattamento della patologia” (cit. Stella), favorendo l’integrazione delle prospettive, affinché la competizione epistemologica lasci spazio al protagonista di tutti gli orientamenti: la persona.

Diamo voce alla prospettiva psicoanalitica

L’esperienza di analisi induce nel paziente modificazioni nel/del corpo e del funzionamento fisiologico. Tali modificazioni generano sensazioni che si traducono in modificazioni dell’esperienza, della percezione di sé e dell’organizzazione del sé. Quando si è vis-a-vis con un paziente è possibile comprendere che qualcosa non funziona nell’integrazione del sé, qualcosa impedisce di rispondere adeguatamente ai bisogni e alle emozioni del proprio Sé, fonte di bisogni nella vita.
All’interno del lavoro analitico, il paziente rimodella la propria esperienza personale e relazionale, e questo produce effetti e modifiche nella percezione di sé stessi.
Attraverso l’integrazione tra facilitazioni (lo stabilizzarsi di una attività, quella del riconoscimento dei propri comportamenti disfunzionali durante il processo analitico) e apprendimenti, la relazione terapeutica determina l’evoluzione dell’organizzazione del sé e lo sviluppo della struttura dell’Io.

Ma da cosa origina il desiderio di cura? L’organizzazione del sé è basato sul bisogno, ossia sul senso psico-fisico della mancanza, e sulla capacità dell’ambiente-analista di comprendere e corrispondere in modo adeguato ai bisogni.
Ma l’analista come impara tutto questo? Il training psicoanalitico si articola in tre fasi:
1. Analisi personale: per conoscere l’altro bisogna conoscere se stessi. Questa fase prevedere circa quattro sedute settimanali per un periodo di non meno di cinque o sei anni;
2. Percorso teorico che verte sullo studio dei modelli e autori psicoanalitici;
3. Supervisioni che si protraggono per un periodo non inferiore ai tre anni.
Lo sforzo terapeutico più grande è quello richiesto all’analista nel momento in cui il suo mondo interno si scontra con quello del paziente. Egli deve essere capace di spogliarsi di quelli che sono i rigori che provengono dall’intelletto. Deve essere in grado di operare senza memoria, deve avere la capacità di non anticipare (e prevedere) quello che sta portando il paziente utilizzando i propri modelli teorici.

La seconda interlocutrice del seminario espone l’approccio cognitivo-comportamentale

La tecnica comportamentale si fonda sull’assunto secondo cui la psicologia si applica allo studio del comportamento delle persone: attraverso vari strumenti si vuole modificare la relazione tra le situazioni che creano la difficoltà e le abituali reazioni dell’individuo a queste situazioni, ad esempio, attraverso l’esposizione graduale.
Le tecniche cognitive, invece, partono dall’assunto che asserisce che le persone non sono disturbate tanto dalle cose in sé, quanto piuttosto dalle interpretazioni che danno a questi eventi/situazioni.
È bene sfatare il luogo comune secondo cui la psicoterapia cognitivo-comportamentale sacrifichi la relazione terapeutica, poiché, proprio per le terapie della 3ª onda, la relazione terapeuta-paziente diventa il principale strumento di cambiamento. Prosecuzione delle terapie (all’interno dell’approccio cognitivo-comportamentale) finora più evidenti, queste attraversano un po’ tutti gli approcci. Il loro obiettivo è quello di modificare gli effetti che determinati eventi hanno sugli individui.
All’interno delle terapie della 3ª onda troviamo infatti la Terapia metacognitiva interpersonale, che ha come obiettivo principiale quello di migliorare le capacità metacognitive del paziente attraverso la relazione stessa.

Il terzo esponente presenta l’approccio sistemico relazionale

Il fondamento teorico è quello degli insiemi: noi costruiamo dei sistemi di appartenenza e all’interno di essi costruiamo la nostra identità. Il lavoro dell’individuo non può che essere letto all’interno del ciclo vitale personale e dei sistemi di appartenenza. C’è sempre una stretta correlazione tra individuo e contesto (il suo sistema) ed è in quest’ultimo che assume significato una relazione interpersonale.
Molte teorie aderiscono al modello medico, come se la classificazione e qualificazione della patologia fosse sufficiente per obiettivi di “normalizzazione”? In un ottica che non esclude l’apporto del contesto di appartenenza si potrebbero ri-significare i sintomi, intendendoli come il miglior compromesso per l’individuo in quel particolare sistema. La logica che dovremmo fare nostra non è quella della diagnostica tradizionale, ma quella di utilizzare le tecniche delle relazioni: dobbiamo inserire un sintomo in un contesto all’interno del quale questo assuma il significato di cambiamento. Il tema è “come ri-funzionalizzare”, come dare senso al comportamento (o sintomo) che sembra “strano”. Se si allarga il contesto all’interno del quale è presente il sintomo, questo assume un suo particolare  significato.

L’ultimo intervento espone l’approccio terapeutico della Gestalt e dell’Analisi Transazionale

All’interno del contesto terapeutico ci sono duemondi interni” che si incontrano, quello del terapeuta e quello del paziente. A tal proposito, assume vitale importanza il percorso personale di psicoterapia: un prerequisito per comunicare con il mondo interno dell’altro è quello di conoscere il proprio.
Grazie alla videoproiezione di una seduta psicoterapeutica, visionata dai presenti, è stato possibile intravedere alcuni dei punti cardine su cui tale approccio si poggia: primo tra questi, il contratto terapeutico, per il quale vengono definiti obiettivi a breve termine (quali sono le difficoltà che oggi il paziente vuole affrontare?) e quelli a lungo termine (dove vuole arrivare il paziente con l’intero percorso terapeutico?). Prerequisito fondamentale è la gestione dello spazio fisico durante la terapia. Le distanze accorciate creano un clima di condivisione che si riflette dunque nello spazio fisico.
Inoltre, l’approccio gestaltista si basa molto sul qui ed ora; il terapeuta cerca di creare dei ponti dal parlare al sentire, e ciò è possibile cercando di far riflettere il paziente sulle proprie emozioni così come emergono durante l’analisi. Molto spesso, certi pazienti portano delle emozioni che non sono congruenti con il disagio (emozioni parassite). Il terapeuta dà voce alle “emozioni parassita” e, quindi, cerca di mettere in contatto il paziente con l’emozione che realmente sta vivendo in quel momento. In questo processo il terapeuta ha un ruolo attivo, perché restituisce (disvela) continuamente al paziente quello che sta vivendo. Altro elemento emerso dal video è il “dar voce al bambino vero”. Attraverso questa tecnica il terapeuta concede un permesso, cioè quello di esprimere (e non reprimere) il proprio vissuto, con le emozioni a esso connesse, che il paziente non si è permesso di provare. Inoltre, attraverso la stimolazione, il terapeuta fa esperire al paziente una versione accentuata di un’emozione all’interno del setting terapeutico. Attraverso la sicurezza e il contenimento offerto dalla relazione con il terapeuta, il paziente può esperire l’emozione “disturbante” amplificata. Nella terapia della gestalt si fa emergere di più il sintomo. Portare il sintomo a soglie molto alte permette al paziente di entrare maggiormente in contatto a livello emotivo con esso, e a tal proposito il terapeuta molto spesso chiede al paziente di collocare sul corpo l’emozione che sta vivendo. Emerge, così, l’importanza che questo approccio riserva alla componente fisica del sintomo.
Nella terapia, inoltre, si cerca di far identificare il paziente con il suo sintomo: se ne chiedono la forma, il colore e le qualità fisiche, normalmente non associate al sintomo stesso. Alla base di ciò vi è il principio secondo cui, se il paziente diventa il suo sintomo e s’identifica con esso, coglie il messaggio che questo vuole inviare.
All’interno della terapia si tenta anche di far esprimere al paziente i propri pensieri interni con una sorta di dialogo immaginario con la persona a cui un determinato malessere è collegato. Chiamata “tecnica della sedia calda” perché il dialogo interno del paziente viene esternalizzato come se sulla sedia di fronte ci fosse la persona a cui è collegato il suo stato di malessere.
Parlando di sogni… nella Gestalt ogni elemento del sogno è una proiezione del mondo interno del paziente e il lavoro su di esso è un lavoro di identificazione delle parti del sogno stesso. Si chiede al paziente di raccontare il sogno e cosa di esso l’ha colpito. Successivamente viene chiesto al paziente di rielaborare il sogno dalla prospettiva dell’oggetto/soggetto che ha maggiormente colpito il paziente.

Concludendo, è possibile sottolineare come l’incontro abbia fatto chiarezza su molti punti fino a oggi oscuri rispetto al poliglottismo della terapia: questa può chiamarsi in un modo più che un altro e concentrare gli sforzi su di un aspetto più che su di un altro, ma ha come focus principale di interesse la persona e il miglioramento della sua qualità di vita. Le necessità del singolo e le preferenze sono determinanti rispetto alla scelta di uno specifico orientamento, piuttosto che un altro. Non si può parlare allora di “migliore”, nel dibattito entra in gioco la soggettività: del paziente in primis, ma anche del terapeuta stesso.
Vi salutiamo con un motto a cui siamo giunti in seguito a questo piacevole incontro: “purché si faccia con il cuore e credendoci”.

Gianni Cicinelli

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Autori Freelance

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