L’Odissea: la forza degli amanti è vivere nello stesso tempo

Ci sono innumerevoli ragioni per le quali ci si appassiona alla letteratura e, più in generale, alla narrativa. Tra i suoi poteri più affascinanti c’è la capacità di colmare la dissintonia di tempo che condiziona la nostra vita. Ci affanniamo tutti i giorni sommersi dai doveri sforzandoci di vivere nell’hic et nunc, eppure siamo sempre in ritardo o in anticipo, ci tocca sempre inseguire o aspettare. Il dolore e la meraviglia della vita degli esseri umani, lo spettacolo quotidiano di ciò che facciamo è proprio questo: l’incapacità di stare nel tempo. Ed è qui che la narrazione, in particolare quella d’amore, mette ordine per noi, regalandoci il cosiddetto “lieto fine”, un piccolo angoletto in cui non c’è più “ritardo” rispetto al tempo. La maggior parte delle storie d’amore raccontate comincia con due amanti ostacolati dal tempo che non permette loro di stare insieme. Probabilmente, i primi ad aver compreso e raccontato questo dramma furono i Greci, con l’Odissea di Omero, un poema che porta con sé il profumo primordiale della notte dei tempi.

Com’è noto ai più, l’Odissea narra del lungo viaggio di Odisseo (o Ulisse), re di Itaca, che, reduce dalla guerra di Troia e ostacolato da forze divine e terrene, cerca di tornare a casa. Impiegherà dieci lunghi anni per riuscirci, dopo averne trascorsi altrettanti dieci in guerra. Durante questo ventennio, Penelope, moglie di Odisseo, attende il suo ritorno rifiutando di cedere alle richieste di matrimonio dei Proci, che da tempo hanno invaso la reggia reclamando il trono di Itaca. Degna moglie dell’uomo che incarna l’astuzia, Penelope ha escogitato il famoso espediente della tela (che tesse di giorno e svolge di notte) per tenere a bada i Proci, con la promessa di sposarne uno dopo averla terminata. Dopo innumerevoli avversità, Ulisse riesce a giungere a Itaca, dove lo attende un’ulteriore sfida. Affinché non venga riconosciuto, Atena, sua protettrice, gli dona le sembianze di un vecchio mendicante e lui riesce, così, a essere accolto nella reggia e sconfiggere i Proci in una vera e propria carneficina. Ma questo non basta a Penelope per riconoscere quello sposo che è stato via tanto a lungo.

Questa è la trama più conosciuta della vicenda, e anche la più superficiale. Se andassimo più a fondo scopriremmo che alla base di un’opera così complessa, al di là dei conflitti umani e divini, c’è una dissintonia di tempo che due amanti cercano di colmare. Lo stesso espediente della tela di Penelope, non è altro che la metafora di una donna che cerca tenacemente di rimanere attaccata al proprio tempo, un tempo connesso al passato, scisso da quello reale, in cui c’è ancora spazio per il ritorno del marito. E dall’altra parte, in maniera speculare alla staticità della moglie, Odisseo combatte contro mille avversità per tornare da lei e ricucire in un istante quei vent’anni strappati alla loro vita insieme.

Il momento del riconoscimento tra i due amanti è il fulcro fondamentale di tutta l’opera, l’ultima prova e la più insidiosa al quale il protagonista è sottoposto. Alla moglie dell’uomo “dal multiforme ingegno”, colei che porta il nome di un’antica dea uccello, Omero non poteva che assegnare un ruolo da giocatrice di scacchi, da sfinge raffinata, alla quale non basta osservare il proprio uomo per riconoscerlo. Penelope ordina alle ancelle di spostare dalla propria stanza il letto nuziale, in modo da far riposare “l’ospite” (Ulisse) che con tanta audacia ha sconfitto i Proci. La donna sfodera l’unica arma possibile, costruita su un segreto che solo lei e Odisseo condividono: il letto nuziale.

C’è un grande segreto
nel letto ben fatto
che io fabbricai.
(Odissea XXIII, 188)

Il Talamo è stato, infatti, fabbricato da Odisseo stesso che, scelto un grande albero di ulivo, lo ha intagliato realizzando al suo interno il letto e costruendogli attorno l’intera stanza. Il letto, quindi, è proprio un albero d’ulivo radicato saldamente nella terra e non può essere spostato. Ed ecco che finalmente i due amanti, grazie alla risoluzione di quest’ultima significativa insidia, si ricongiungono. Penelope sa che lui non può essere nessun altro se non Ulisse, e quest’ultimo comprende che lei non ha condiviso quel letto con nessun altro uomo. Finalmente il tempo dilatato di tutti quegli anni passati divisi, in un solo istante, si rigenera. Questa è la forza degli amanti, vivere nello stesso tempo, strapparsi dal “tempo reale”. E Odisseo, che nel suo viaggio ha incontrato tra le donne più belle e affascinanti del mondo, le quali l’hanno tutte desiderato ardentemente offrendogli poteri straordinari, doveva saperlo sin dall’inizio, sin da quel giorno in cui si mise all’opera attorno all’ulivo, che bisogna tenersi attaccati alla terra. E l’amore che lo trascina è tutto rivolto a una donna che il potere primordiale della terra lo incarna, Penelops, antica dea uccello.

Bibliografia consultata:

  • Casertano, M., Nuzzo, G., 2011, Storia e testi della letteratura greca, G.B. Palumbo editore.
  • Lampis, G., 2015, Il mistero del letto di Odisseo, http://www.atopon.it/.

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Paola De Frenza

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Paola De Frenza

Paola De Frenza

Laureanda in comunicazione linguistica e interculturale all'università di Bari. Dominata dal bisogno di conoscere e comprendere. Empatica e sognatrice per natura, votata a liberare (e liberarsi) dalle sovrastrutture e dai pregiudizi, per scoprire cosa c'è "dentro", cosa c'è "dietro".