“MA QUESTO NON E’ UN FIORE!” – tra Integrazione ed Inclusione, la soggettività delle Persone-

È un sabato pomeriggio del periodo natalizio. Sono al Centro, con i miei amici dell’Unitalsi. In particolare, accanto a Patrizia, 38 anni, altezza media, un po’ robusta, capelli tendenti al grigio, appena lavati e pettinati con la riga al lato da una madre anziana, ma ancora giovane. Patrizia quando mi vede grida il mio nome, ride, spalanca gli occhi e apre le braccia per accogliermi in un abbraccio che termina solo se io decido di farlo terminare. Patrizia ripete le parole che gli altri le dicono e annuisce a qualsiasi cosa le venga detta; chiede ad ogni donna se sia fidanzata e, se scopre che lo è, le chiede come si chiama il fortunato, quanti anni ha e di che colore ha gli occhi. No, non le interessa se sia ricco, povero, alto, basso, magro, grosso, di buona o cattiva famiglia, se fuma, se beve, se va in chiesa la domenica. No, tutto ciò non ha rilevanza per lei, le interessa molto di più il colore che ti ritrovi davanti quando incroci il suo sguardo con il cuore pieno d’amore. Dopo aver raccolto informazioni sul ragazzo/fidanzato/marito, ti chiede se sei mamma, ma premette, tutto d’un fiato, come fosse una frase registrata e fissa: “io non ho bambini, e tu, hai bambini? A me piacciono i bambini”. La parola “mamma” non la usa, ma le manca, sì, le manca terribilmente il sogno di poter essere mamma, di poter amare un uomo e guardare il colore dei suoi occhi, di poter cullare tra le braccia un bambino e di poterlo tenere stretto al seno, come fa con i disegni di Gesù Bambino, con una delicatezza materna che neanche le mamme al parco, di Domenica, stressate ed isteriche, hanno più.

E’ sempre sabato pomeriggio e chiedo ai ragazzi di disegnare un fiore: dobbiamo creare un prato verde e fiorito su un cartellone. Giuseppe, Carmela, Mariella e Vito disegnano un fiore. Fiori grandi, piccoli, schiacciati, appassiti, neri, grigi o rossi, ma sono fiori. Patrizia no, non disegna un fiore, delinea una sagoma ovale, stretta e tondeggiante. Vita, signora che aiuta nella gestione del gruppo degli amici dell’Unitalsi, viene interpellata da Patrizia “Vita, ti piace il mio fiore”, Vita “Patrizia, ma cos’è? Non è mica un fiore questo! Questo vediamo…che può essere…” lo gira e rigira mille volte tra le mani, lo allontana e lo avvicina “mmm io direi che può essere una bambola”. Patrizia è pensierosa, eppure è sicura di aver fatto un fiore, annuisce, perché lei annuisce sempre, ma non ribatte. Osserva, immobile, la matita impugnata da Vita che aggiunge dei petali, cancella delle linee… e ne ricava un fiore, uno vero questa volta. Ma per Patrizia quello era già un fiore! Infondo, Chi decide se quello è o meno un fiore? Chi può sapere cosa è per Patrizia un fiore? Che forma abbia, che colore abbia e quale sia il suo profumo al sorgere del primo sole primaverile? Chi può sapere se il vento dei pomeriggi invernali, potrà scuoterlo o se le nuvole potranno cambiarne, incupendoli, i colori? Chi decide se il fiore ha una mamma o un papà, o magari dei bambini, o un fidanzatino di cui vedere il colore degli occhi nei tiepidi abbracci invernali? Io non penso di poterlo decidere, né sapere. Peraltro, so che Patrizia, alla prossima consegna “disegnate un fiore”, disegnerà ancora il SUO fiore.
Ho due scelte: posso scegliere di considerare quello di Patrizia il “suo” fiore o posso decidere di strapparlo e consumare una risma di fogli bianchi attendendo un fiore, il MIO fiore. Posso decidere di spiegare a Patrizia che il suo fiore non esiste o posso decidere di accettare che i fiori, così come possono essere gialli, alti, bassi, robusti, snelli, possono avere anche forme diverse, magari, sì, simili ad una bambola da cullare tra le braccia come una madre sa fare.
E’ facile parlare di integrazione e inclusione, sfornare norme e decreti da far correre tra i corridoi delle vecchie scuole elementare e tra le mani delle vecchie maestre tra una lezione di grammatica italiana e una di educazione civica. Più difficile è rispondere alla domanda di Patrizia “ti piace il mio fiore?”. Cosa faccio, la integro e le spiego che forma abbia un fiore in modo che il cartellone finale sia omogeneo e bello da vedere o la includo e le faccio capire che la sua realtà è bellissima e che nessun prato verde caccerà mai il suo fiore, ma al massimo sarà lui a sforzarsi di trovare uno spazio adeguato per lui, per i suoi colori e per il suo profumo?
Integro o includo?
In Italia, la storia di questi due termini, inizia quando, con l’affinarsi della ricerca pedagogica e didattica che tracciava percorsi di scolarizzazione degli alunni “diversi”, il termine “inserimento” cominciò a sembrare troppo passivo e poco espressivo del lavoro di co-educazione che tale fatto comportava. Si cominciò a parlare così, verso la metà degli anni ’70, di integrazione: gli alunni con disabilità non erano solo presenti in classe ma si collegavano al lavoro didattico dei compagni e riuscivano a divenire per quanto possibile uno di loro, grazie al lavoro svolto in classe ed all’interazione con i pari. In aggiunta, ci si rese conto che proprio grazie a questo comune lavoro educativo e di istruzione, gli i ragazzi con disabilità crescevano più facilmente nell’apprendimento, e negli aspetti relazionali, come poi dirà l’art 12 comma 3 L.n. 104/92. A partire però dalla metà degli anni ‘90 ci si cominciò ad interrogare sempre più frequentemente se l’integrazione non dovesse considerarsi un fenomeno biunivoco: essa consiste solo nell’adattamento dei comportamenti degli alunni con disabilità a quelli dei compagni non disabili? E se anche quest’ultimi non dovessero adattarsi nella comprensione e nell’accettazione dei compagni con disabilità?
Così, si venne affermando il termine inclusione, a significare la reciproca permeabilità dei rapporti fra alunni con disabilità e loro compagni in un contesto sociale in cui, non solo l’alunno viene “preso in carico” nella sua specialità, ma viene anche organizzato e strutturato un contesto flessibile e plasmabile che si assume la responsabilità e l’onere di adattarsi ai suoi coinquilini.
Sì, un po’ come il prato verde del Centro, che alla fine non ha rifiutato lo strano fiore di Patrizia, ma lo ha osservato, per poter trovare il punto, al sole o all’ombra, in cui le sue forme fossero più belle, i suoi petali più dispiegati, la sua essenza più fresca e gradevole, i suoi colori più luminosi, brillanti ed in grado di far risplendere le tonalità di tutti gli altri fiori che lo circondano.
E, voi, il vostro fiore, come lo disegnereste?

Antonella Spinelli

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Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.