Meditazione: in che modo influenza il cervello?

La meditazione è una disciplina millenaria i cui benefici non sono mai stati indagati dalla scienza classica. Tuttavia negli ultimi cinquant’anni qualcosa è cambiato.  Ma perchè la scienza dovrebbe occuparsene?

 

Non di rado ci si dimentica che anche le scienze forti come la fisica e la chimica hanno come oggetto di studio pur sempre la stessa realtà: non esiste un “oggetto” chimico che non sia anche un “oggetto” fisico. Le teorie che cercano di unire i livelli di spiegazione diversi delle varie scienze sono le cosiddette “teorie ponte”. Tornando alla nostra trattazione è evidente che quando si parla di mente e pensieri, concetti decisamente poco legati al mondo fisico, si parla di neuroni, assoni e dendriti, oggetti senza dubbio fisici e più facilmente misurabili.

 

Per tali ragioni sono stati condotti numerosi studi che cercano di correlare i cambiamenti della mente durante la meditazione con parametri psicofisiologici dell’attività del cervello come l’elettroencefalogramma. In altri termini, l’ipotesi di ricerca comune, che è anche la teoria ponte che ci interessa, è che la meditazione induca cambiamenti neuropsicologici misurabili con gli strumenti e riproducibili in laboratorio.

 

“Da molti anni ormai […] Scienziati di levatura mondiale mi hanno impartito insegnamenti di in fisica subatomica, in cosmologia, psicologia e biologia. Sono state le nostre chiacchierate sulle neuroscienze tuttavia, a rivelarsi particolarmente importanti. Da quegli scambi di punti di vista è nata infatti una valida iniziativa di ricerca, una vera e propria collaborazione tra monaci e neurologi, volta a indagare in che modo la meditazione possa influire sulle funzioni cerebrali. Lo scopo non è quello di appurare se il buddismo ha torto o ragione […] bensì quello di estrapolare dal loro ambito tradizionale queste tecniche, studiandone i benefici potenziali o mettendo in comune le eventuali scoperte con chiunque possa reputarle utili. Dopo tutto, se le pratiche che risalgono alla tradizione cui io appartengo potessero essere associate ai metodi scientifici, allora potremmo forse essere in grado di compiere un ulteriore piccolo passo avanti per alleviare le sofferenze umane”. (Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, 2005).

 

Cosi parlava nel 2005 il quattordicesimo Dalai Lama. In conformità a questa visione si è scoperto che la meditazione prolungata attiva la corteccia prefrontale, correlando così con un’aumentata sensazione di benessere e riduzione dell’ansia (Hernández, 2017; Lazar, 2005). Inoltre, poiché vengono ridotti stress, ruminazione e pensieri intrusivi sono stati evidenziati grandi benefici anche a carico dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA). L’ipotalamo controlla la ghiandola surrenale attraverso l’appena citato asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Il sistema viene attivato in condizioni di stress: il nucleo paraventricolare dell’ipotalamo, rilascia il CRH (ormone di rilascio della corticotropina) che a contatto con le cellule corticotrope dell’adenoipofisi causano la secrezione di ormoni adrenocorticotropi ACTH. Questi hanno un effetto:

 

  • sulla corteccia surrenale la quale secerne glucocorticoidi come cortisolo, un ormone che aumenta il metabolismo di glucosio.
  • sulla midollare del surrene la quale secerne adrenalina, un ormone che causa sudorazione, aumento del battito cardiaco, aumento della respirazione.

 

Questo sistema permette di affrontare situazioni di pericolo, ma, se mantenuto attivo troppo a lungo, non è salutare. Di norma ciò non avviene poiché il sistema possiede un meccanismo di spegnimento a feedback negativo in altre parole il rilascio di cortisolo viene modulato in base alla sua concentrazione. Se lo stress perdura, tuttavia, la produzione del cortisolo può aumentare oltre soglia limite fino a raggiungere i recettori glucocorticoidi dell’amigdala, il feedback negativo viene così sregolato con una conseguente iper-attivazione dell’asse HPA. In questa condizione l’individuo sperimenta un grande stress aumentando la probabilità di sviluppare patologie come depressione e disturbi del sonno oltre, in casi più estremi, di portare alla morte di neuroni in alcuni specifici distretti cerebrali.

 

 

Mindfulness e neurogenesi

 

Caduto uno dei dogmi che aveva dominato le neuroscienze nel secolo scorso, cioè che la plasticità cerebrale possa avvenire esclusivamente a livello sinaptico, dendritico e assonico si sono aperti nuovi e interessanti scenari. È stato evidenziato che la mindfulness based stress reduction (MBSR), un particolare tipo di meditazione sviluppato da Jon Kabat-Zinn nel 1979, è legata in modo molto promettente al tema della neurogenesi, cioè alla nascita di nuovi neuroni. Britta K. Hölzel e colleghi (2011), in uno studio su 17 partecipanti sottoposti a MBSR, hanno provato non solo un aumento del benessere percepito, ma anche un aumento della massa grigia. In particolare nelle regioni dell’ippocampo sinistro, corteccia cingolata posteriore, giunzione temporo-parietale e aree specifiche del cervelletto. I risultati suggeriscono che la partecipazione a programmi MBSR è associata a cambiamenti nella concentrazione di materia grigia nelle regioni del cervello coinvolte nei processi di apprendimento e memoria, nella regolazione delle emozioni, nell’elaborazione di processi riferiti a se stessi (self-referential processing), e nella capacità di comprendere pensieri, sentimenti e prospettive proprie e altrui (perspective taking). L’aumento della massa grigia nell’ippocampo correla perfettamente con i già citati miglioramenti nella gestione dello stress.

 

Quali prospettive nella pratica clinica?

 

Shors TJ e colleghi (2014) hanno ideato un training basato sull’esercizio fisico e la meditazione per favorire la neurogenesi. Ricerche che hanno messo in luce come la sopravvivenza dei neuroni prodotti nell’ippocampo migliora notevolmente attraverso un training psicologico (Shors, 2014) o che il numero di cellule prodotte può essere aumentato con l’esercizio fisico (van Praag, Kempermann, & Gage, 1999), hanno ispirato i ricercatori a sviluppare un intervento clinico per gli esseri umani noto come formazione mentale e fisica, o MAP Training . Ogni sessione è composta da 30 minuti di allenamento mentale con meditazione e attenzione sostenuta (seduta di 20 minuti e passeggiata di 10 minuti). Il componente di formazione mentale, ovvero la meditazione, è seguito da una formazione fisica con 30 minuti di esercizio aerobico eseguito a moderata intensità. Durante questa fase i partecipanti imparano le routine di ballo coreografate mentre si impegnano nell’esercizio aerobico. In uno studio pilota “proof-of-concept”, hanno fornito una formazione MAP (2 sessioni a settimana per 8 settimane) a un gruppo di giovani madri della comunità locale rimaste recentemente senza un tetto, la maggior parte delle quali avevano precedentemente sofferto di abusi di vario genere, dipendenza e depressione. I dati preliminari suggeriscono che la formazione MAP migliora i sintomi riguardanti depressione e dell’ansia (Shors, 2014). Cambiamenti simili non sono stati osservati in un gruppo di donne senza tetto che non hanno partecipato a MAP Training. Attualmente non è stato possibile determinare con evidenze statistiche forti se i nuovi neuroni nel cervello fossero aumentati di numero a seguito di MAP Training, tuttavia lo studio apre interessanti e nuovi scenari su nuovi indirizzi di ricerca e nondimeno su nuovi approcci terapeutici.

 

La meditazione ha un’influenza tutt’altro che marginale non solo sul funzionamento del cervello, ma anche sulla sua struttura. Il pensiero, usando una terminologia meno scientifica, guida la formazione e la morte di neuroni e reti di neuroni. I meccanismi più fini, tuttavia, non sono stati ancora svelati e, nonostante il sempre crescente numero di studi in merito, rimangono aperti numerosi e probabilmente imprevedibili scenari.

 

Adriano Cacciola

 

Bibliografia:

  • Hernández, S. E., Barros-Loscertales, A., Xiao, Y., González-Mora, J. L., & Rubia, K. (2017). Grey Matter and Functional Connectivity in Anterior Cingulate Cortex is Associated With the State of Mental Silence During Sahaja Yoga Meditation. Neuroscienze, 371, 395-406.
  • Hölzel, B. K., Carmody, J., Vangel, M., Congleton, C., Yerramsetti, S. M., Gard, T., & Lazar, S. W. (2011). Mindfulness practice leads to increases in regional brain gray matter density. Psychiatry Research: Neuroimaging, 191(1), 36-43.
  • Kabat‐Zinn, J. (2003). Mindfulness‐based interventions in context: past, present, and future. Clinical psychology: Science and practice, 10(2), 144-156.
  • Lazar, S. W., Kerr, C. E., Wasserman, R. H., Gray, J. R., Greve, D. N., Treadway, M. T., … & Rauch, S. L. (2005). Meditation experience is associated with increased cortical thickness. Neuroreport, 16(17), 1893.
  • Shors, T. J., Olson, R. L., Bates, M. E., Selby, E. A., & Alderman, B. L. (2014). Mental and Physical (MAP) Training: a neurogenesis-inspired intervention that enhances health in humans. Neurobiology of learning and memory, 115, 3-9.
  • Van Praag, H., Kempermann, G., & Gage, F. H. (1999). Running increases cell proliferation and neurogenesis in the adult mouse dentate gyrus. Nature neuroscience, 2(3), 266.
  • Winter, D. D. N., & Koger, S. (2014). The Psychology of Environmental Problems: Psychology for Sustainability. Psychology Press.

 

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Adriano Cacciola

Adriano Cacciola

Studente di neuroscienze all'università degli studi di Torino, da sempre affascinato dai correlati biologici della psiche. Aspirante psicoterapeuta e formatore. Insieme alla psicobiologia, automotive e tecnologia sono le mie più grandi passioni. Ultimamente mi sto avvicinando al mondo del graphic design.