Minaccia o sfida? Come affrontare meglio gli stressor lavorativi, sportivi e di vita quotidiana

Che si tratti di uno stressor di natura lavorativa, sportiva, di studio o della mamma che ci chiede di riordinare casa, tutto sta nella modalità con cui scegliamo di affrontarlo: come una minaccia o come una sfida.

 

Quotidianamente, siamo circondati da potenziali stressor, ossia circostanze positive o negative che rompono i nostri equilibri richiedendo un adattamento. Quando valutiamo le richieste del problema come eccedenti rispetto alle risorse che sentiamo di possedere, il pattern di risposta allo stressor sarà di natura threat (minaccia), mentre, quando percepiamo le nostre risorse come pari o superiori alle richieste, il pattern derivante sarà di tipo challenge (sfida). In entrambi i casi, il problema dev’essere percepito come personalmente rilevante (Blascovich & Tomaka, 1996).

 

Cosa accade a livello psicofisiologico?

A seconda di come percepiamo le situazioni, i nostri sistemi nervoso e cardiovascolare reagiscono diversamente e la qualità della performance varia di conseguenza.

 

Nella modalità sfida, a livello soggettivo si esperisce la voglia di mettersi in gioco, di imparare mettendosi alla prova e a livello cardiovascolare la mobilizzazione delle risorse è efficiente e organizzata, finalizzata allo scopo e per questo adattiva. Il pattern psicofisiologico sarà dettato dall’attivazione beta-adrenergica del sistema nervoso simpatico portando a un aumento della frequenza cardiaca, a un maggior rilascio di catecolamine (adrenalina e noradrenalina), a un aumento della gittata cardiaca e a vasodilatazione periferica.

 

In questo modo, il pattern di attivazione potenzia le risorse della persona garantendo una performance migliore e un minor livello di distress (stress negativo) percepito. Diverse ricerche hanno, infatti, dimostrato l’associazione tra la prevalenza di aspettative positive e un miglior stato di benessere fisico, oltre che psichico.

 

Se viene, invece, innescata una modalità più di tipo minaccia, a livello cardiovascolare si verifica una mobilizzazione inadeguata o disorganizzata (per cui, sebbene aumenti la frequenza cardiaca e vi sia rilascio di catecolamine, il prevalente rilascio di cortisolo media l’effetto delle catecolamine portando a decremento o stabilità della gittata cardiaca e a vasocostrizione periferica con conseguente pericoloso aumento della pressione sanguigna).

 

Il prodotto sarà un pattern disadattivo di attivazione fine a se stessa e non produttiva che, negli individui che tendono a rispondere spesso con questa modalità, oltre che ostacolare la performance, può portare effetti negativi sulla salute, associandosi, ad esempio, a una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari (Light, Sherwood, & Turner, 1992).

 

 

In base a cosa si attiva l’una o l’altra modalità?

Tutto dipende dalla valutazione che facciamo delle richieste e delle risorse e della proporzione tra i due aspetti. Ad aumentare la probabilità che si risponda allo stressor con la modalità minaccia piuttosto che sfida sono, ad esempio, aspetti come la presenza di un rischio fisico o psicologico, l’incertezza e la scarsa chiarezza della richiesta, l’elevata quantità di sforzo fisico o psichico da investire, ma anche la valutazione negativa delle proprie conoscenze, abilità, tratti disposizionali (essere più o meno portati in un tipo di compito) e possibilità di ricorrere ad aiuti esterni.

 

Quali suggerimenti si possono trarre e con ricadute in quali ambiti?

A questo punto è intuibile come, oltre alle autovalutazioni, possano giocare un ruolo cruciale le diverse istruzioni che riceviamo e i feedback ottenuti per le precedenti performance (Tomaka et al., 1997).

 

Pensiamo ora alla differenza che si potrebbe fare in diversi ambiti manipolando le condizioni e rendendo più probabile l’adozione di una modalità positiva di sfida:

 

  • Un superiore a lavoro che sappia valorizzare le risorse del singolo e sappia proporre nuovi compiti enfatizzandone gli aspetti di sfida positiva, chiarendone obiettivi e modalità, moderando i livelli di rischio e sforzo necessari (la presenza di uno psicologo del lavoro potrebbe sicuramente essere facilitante in tal senso);
  • Uno studente che affronta una prova con la mentalità del mettersi in gioco, con la consapevolezza di ciò che sa fare, evitando frequenti confronti e concedendosi il tempo necessario ai propri ritmi di studio;
  • Uno sportivo che si impegna per obiettivi che può raggiungere sulla base del livello di allenamento focalizzandosi sul modo con cui regge la sfida e cercando, così, di attivare indirettamente pattern di risposte cardiovascolari che possono potenziare anche la prestazione fisica (Blascovich et al., 2004).

 

Si può, dunque, modificando sia la natura delle richieste che delle autovalutazioni, cambiare il modo con cui affrontiamo gli stressor, migliorando, così, performance, vissuto soggettivo e stato di benessere psicofisico generale.

 

Per approfondire…

  • Blascovich, J., & Tomaka, J. (1996). The Biopsychosocial Model of Arousal Regulation. Advances in Experimental Social Psychology, 28, 1-51.
  • Blascovich, J., Seery, M., Mugridge, C., Kyle Norris, R., & Weisbuch, M. (2004). Predicting athletic performance from cardiovascular indexes of challenge and threat. Journal of Experimental Social Psychology, 40, 683–688.
  • Light, K. C., Sherwood, A., & Turner, J. R. (1992). High cardiovascular reactivity to stress: A predictor of later hypertension development. In J. R. Turner, A. Sherwood, & K. C. Light (Eds.), Individual differences in cardiovascular response to stress (pp. 281–293). New York: Plenum Press.
  • Tomaka, J., Blascovich, J., Kibler, J., & Ernst, J. (1997). Cognitive and physiological antecedents of threat and challenge appraisal. Journal of Personality and Social Psychology, 73, 63-72.

 

Jenny Aratari ©

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Jenny Aratari

Jenny Aratari

Dottoressa magistrale in Psicologia Clinica, la formazione padovana le ha donato smisurata passione per la psicofisiologia e per tutto ciò che leghi salute psichica e fisica. È convinta che prima della cura debba esserci la costruzione di benessere nell’ottica della psicologia positiva. Animata da un quasi patologico ottimismo riguardo alla ricerca del lavoro, prova a motivare i colleghi a inventarsi come nuove figure professionali in risposta a nuovi bisogni.