Mindhunter: nella mente del serial-killer

La nuova serie di Netflix “Mindhunter” ha ricevuto il plauso di pubblico e critica in brevissimo tempo. Ma cosa c’è di veramente “scientifico” in questa serie tv ideata da Joe Penhall? Cosa sono la profilazione, i serial-killer, la psicologia comportamentale? Ed Kemper e gli altri sono davvero esistiti?

 

Mindhunter (letteralmente: cacciatore di mente) è una serie di Netflix che ha fatto il suo debutto il 13 ottobre 2017 con una prima stagione formata da 10 episodi, e ha riscosso subito un grande successo nel pubblico e nella critica. La serie è tratta dal libro Mindhunter: Inside FBI’s Elite serial Crime Unit di M. Olshaker e J. E. Douglas e narra le vicende di due agenti dell’FBI che iniziano a comprendere i limiti dell’investigazione classica riguardo alcune tipologie di assassini sequenziali –come vengono inizialmente denominati i serial killer- e a concentrarsi su ciò che, nel corso del tempo, diventerà la psicologia comportamentale, aprendo la strada ai moderni sistemi di studio e profilazione criminale.

 

La serie presenta, al di là delle vicende personali dei due protagonisti, degli interessanti argomenti che svilupperemo in questi tre punti chiave:

  • Il limite dell’investigazione “classica;
  • La nascita della psicologia criminale, e con essa il ribaltamento della visione “mostro/vittima”;
  • I risvolti e le naturali conseguenze della nascita della nuova disciplina nelle scienze forensi e comportamentali.

 

Il limite dell’investigazione “classica”

L’investigazione, di base, può essere ascritta a quattro significati specifici (Sidoti, 2006):

  1. Un significato ampio, come ricerca dettagliata e approfondita applicata a molte attività umane;
  2. Un significato professionale, dove troviamo l’attività compiuta a proposito di un crimine, dove si ricerca la verità investigativa;
  3. Un ulteriore significato, che riguarda l’attività riservata nel processo alla parte privata, differenziata dall’indagine (l’immaginario collettivo del “detective”, in breve);
  4. Un ultimo significato contrapposto alla cultura inquisitoria, tipico delle civiltà anglosassone.

 

E’ evidente che, per quanto riguarda l’FBI, la ricerca di elementi e indizi fine a sé stessi avrebbe impedito una crescita e un superamento di antichi scogli: a differenza dell’investigazione classica, dove la ricerca della verità è l’obiettivo ultimo per il capovolgimento o la risoluzione di un caso, nell’istituzione è molto importante non solo la risoluzione del caso, ma anche la possibile prevenzione di nuovi casi e recidive.

 

In questo la profilazione-cioè stilare un profilo criminale in base ai comportamenti tenuti sulla scena- e la psicologia criminale, a partire dagli anni Settanta, hanno dato buoni risultati anche se, come fa notare Godwin (2000) la maggior parte delle considerazioni originarie dell’FBI non possono essere più considerate valide a oggi per via dell’esiguo numero di campioni repertati e per la complessità della vita reale. Pur con la limitatezza e gli errori delle prime prove dell’FBI, sicuramente il Dipartimento di Scienze Comportamentali di Quantico ha avuto il merito di introdurre nuove categorie descrittive dell’omicidio multiplo (Mastronardi, De Luca, 2013).

 

La serie fa notare il superamento della “vecchia scuola”, seppur con molte incertezze, a favore di una visione integrata di approcci, dove interviste ai criminali, studio della scena del crimine e una buona dose di intuito, problem solving e ragionamento corroborano le ipotesi che si vanno via via formando.

 

La nascita della psicologia criminale, e con essa il ribaltamento della visione “mostro/vittima”

 

Una delle cose che la serie, per voce dei protagonisti, fa subito risaltare è la limitata capacità degli agenti dell’FBI di riuscire a risolvere in maniera ordinata i conflitti con i criminali. A livello storico, i criminali sono sempre stati visti come un qualcosa “altro” da tenere da parte, separare nettamente da noi con la dicotomia buono/cattivo. In questo senso, Lombroso e i suoi studi sull’uomo delinquente sono illuminanti.

 

Però, a ben guardare: “La salute mentale perfetta è un’astrazione. Non è neanche desiderabile e anzi è addirittura disumana” (Simon in Sidoti, 2006), ed effettivamente il dubbio che spinge il protagonista della serie è il seguente: perché certi soggetti compiono certi crimini? Cosa ne pensano loro stessi? Sono davvero così diversi da noi? Sono dei mostri, o forse anche loro delle vittime, in un certo senso?

 

Partendo dal presupposto che, in ambito processuale e giuridico, non possiamo basare un giudizio sull’idea di “buono/cattivo” e “giusto/sbagliato” in maniera troppo semplicistica, ma occorre studiare le varie sfaccettature del caso, se si parla dei serial killer esaminati nella serie -in particolare di Ed Kemper, di cui potrete trovare la vera intervista su Youtube-, il protagonista nota come una serie di cause socio-familiari portino taluni soggetti a compiere determinate azioni.

 

Strizzando un occhio alla teoria dell’etichettamento di Durkheim, il dubbio che emerge nella serie è se queste persone, con un passato differente, sarebbero diventate lo stesso assassini o meno. La colpa è tutta ascrivibile agli assassini, o c’è qualcosa che li ha “travolti”?

 

Risposte che vi lascio scoprire guardando con i vostri occhi la serie. E sì, i serial killer citati sono esistiti davvero.

 

I risvolti e le naturali conseguenze della nascita della nuova disciplina nelle scienze forensi e comportamentali

 

La nascita della psicologia criminale ha portato un grande cambiamento in molti ambiti, dalla psicologia e la psichiatria, al sistema giuridico e penale. Lo studio sistematico e scientifico di vari aspetti del crimine, oltre al repertamento degli indizi -ad esempio, firme, trofei, scena del crimine organizzata o disorganizzata, ecc…- e poi, in seguito, lo studio delle biografie dei killer, le loro storie di vita e le loro condizioni medico-psichiatriche hanno fatto in modo di creare una statistica dove poter ascrivere un determinato tipo di crimine e criminale in base agli elementi lasciati sulla scena.

 

Un esempio di profilazione è il caso delle coltellate inferte in zone erogene e genitali: molto spesso, stanno a indicare una forte rabbia verso l’altro sesso -solitamente femminile-, con possibili rimandi a frustrazioni da sentimenti di inadeguatezza. Senza lo studio di molteplici casi con questa particolare caratteristica, l’individuazione del collegamento non sarebbe stato così probabile. Ovviamente, il lavoro si è evoluto e modificato col passare del tempo, e oggi si dispone di nuove tecniche, maggiormente scientifiche rispetto agli inizi, con le quali cercare di aumentare la casistica odierna.

 

Per concludere, vi invito a seguire la serie, che permette anche ai “non addetti ai lavori” di potersi calare, per qualche puntata, nella mente dei serial-killer.

Bibliografia:

  • Mastronardi, V. M., De Luca, R., I serial killer, Newton Compton Editori, Roma;
  • Sidoti, F., Criminologia e Investigazione, Giuffrè Editore, Milano.

 

Sitografia:

 

© Giada Sciumè

Che ne pensi di questo articolo?

Potrebbero anche interessarti:

Giada Sciumè

Giada Sciumè

Sono una Dottoressa in Psicologia Clinica, Applicata e della Salute, vicina all’inizio dell’Esame di Stato e con uno studio di tipo psico-criminologico alle spalle: sono infatti laureata in Scienze dell’Investigazione e in Psicologia della Devianza e Sessuologia.
Il mio sogno era lavorare nel campo del crimine; ad oggi, sono molto interessata al contrasto della violenza, della pedofilia e del crimine, e a tutto ciò che riguarda l’animo umano nel suo intimo. Amo leggere, scrivere e disegnare e ritengo l’aggiornamento e la formazione continua estremamente importanti.