Il movimento: il fulcro dell’evoluzione

Sono un neuroscienziato, e in neuroscienze abbiamo a che fare con molte domande difficili sul cervello. Ma voglio cominciare con la domanda più facile e la domanda che avreste dovuto tutti chiedervi ad un certo punto della vostra vita, perché è una domanda fondamentale se vogliamo capire il funzionamento del cervello: perché noi e altri animali abbiamo un cervello? (…) Potreste pensare che ce l’abbiamo per percepire il mondo o per pensare, ed è totalmente sbagliato! Abbiamo il cervello per una ragione ed una sola: per produrre movimenti complessi e adattabili. Non ci sono altri motivi per avere un cervello. Pensateci!

[Daniel Wolpert]

Senza andare troppo indietro negli anni, la teoria dell’Epistemologia Genetica, sviluppata da Jean Piaget negli anni ’50, considerava la motricità alla base dello sviluppo dell’uomo. In particolare, secondo il celebre psicobiologo, lo sviluppo attraversa quattro stadi, ognuno qualitativamente e quantitativamente differente dal precedente: Piaget definisce come punto di partenza di tale processo il cosiddetto stadio sensomotorio, in cui il bambino utilizza i sensi e le abilità motorie, ripetendo comportamenti – prima semplici riflessi – per esplorare il proprio corpo (reazioni circolari primarie) e l’ambiente circostante (reazioni circolari secondarie), adattandosi ed evolvendo gradualmente.

Senza l’abilità di strisciare, rotolare, gattonare, camminare, un bambino non potrebbe assecondare la propria curiosità, non acquisirebbe il significato di lontano e vicino, ruvido e liscio, freddo e caldo, e così via. Senza la capacità di spostarsi nell’ambiente circostante, lo sviluppo cognitivo e sociale di un bambino sarebbe gravemente compromesso.

Anche le più recenti teorie sullo sviluppo dell’uomo considerano il movimento fulcro dell’evoluzione. Tra queste, le più conosciute sono la Teoria dei Sistemi Dinamici (DST), sviluppata dall’ex-presidente della Society for Research in Child Development, Esther Thelen (Thelen, 1985; 1995;  Thelen, Kelso e Fogel, 1987; Ulrich, 1997; Smith e Thelen, 2003), e la Teoria della Selezione dei Gruppi Neuronali (NGST), anche conosciuta come Teoria del Darwinismo Neuronale, sviluppata dal premio nobel Gerald Edelman (Edelman 1989; 1993).

Le due teorie si differenziano da quella piagetiana per la seguente definizione: lo sviluppo dell’uomo è un processo non lineare, caratterizzato da continue fasi di transizione, dipendente da fattori di natura genetica e di natura ambientale. Diversamente, per Piaget, i fattori ambientali, fondamentali per la costruzione dell’apprendimento,  possono favorire o meno lo sviluppo del bambino, ma non ne sono la causa, rappresentata invece dalla genetica.

Dunque, considerare l’ambiente un fattore determinante nell’evoluzione dell’uomo rappresenta una svolta per la comunità scientifica che, fino a circa venticinque anni fa, riteneva lo sviluppo il prodotto di un mero processo di maturazione geneticamente determinato (McGraw, 1943; Gesell e Amatruda, 1947; Peiper, 1963; Illingworth, 1966; Stoeckel, Seitz e Buetefisch, 2009). E, in questo processo di evoluzione, il movimento rappresenta l’unico modo che abbiamo di influenzare il mondo che ci circonda (“a parte il sudore” aggiungerebbe Wolpert).

Oggi ricercatori provenienti da diversi ambiti di studio sono consapevoli del ruolo principale assunto dal movimento. In letteratura, numerosi sono gli studi che evidenziano il ruolo chiave del movimento: senza entrare nei particolari, e volendo utilizzare una metafora, la motricità è il catalizzatore del processo di creazione di nuovi collegamenti neuronali a livello della neocorteccia, struttura corticale che, solo nell’homo sapiens, arriva a occupare fino l’80% del volume totale del cervello (Frahm, Stephan e Stephan, 1982; Krubitzer e Kaas, 2005; Rakic, 2009). Maggiori sono le esperienze vissute dall’individuo per mezzo del movimento, maggiori saranno le connessioni neuronali e, di conseguenza, maggiori saranno i comportamenti che, a seconda della situazione, l’individuo potrà mettere in atto, dove per comportamento s’intende un modo di agire o reagire risultante dalla combinazione di azioni motorie, cognitive e sociali apprese fino a quel momento.

Un bambino che si muove è un bambino che sta partecipando attivamente al proprio processo di sviluppo. La famiglia e la scuola sono tra i principali protagonisti di questo processo, in quanto potenzialmente capaci di modificare l’ambiente al fine di fornire continui, e sempre diversi, stimoli per la crescita fisica e mentale del fanciullo.

Un bambino che si muove sarà un uomo con un migliore livello di benessere psicofisico e sociale, in grado di far fronte alle sfida della vita nel migliore dei modi.

Alla luce delle evidenze scientifiche qui riportate, sorgono spontanee tre domande:

  1. Qual’è la relazione tra movimento e sviluppo cognitivo nei bambini?
  2. I genitori, i/le maestri/e, i medici, gli psicologi, hanno un’adeguata consapevolezza del ruolo che il movimento gioca nello sviluppo degli individui?
  3. Qual è la figura professionale con le adeguate competenze nel settore del Movimento Umano?

Nei prossimi articoli si cercherà di dare una risposta a questi quesiti.

Nell’attesa, per stimolare la riflessione su questo argomento, un video del neuroscienziato Daniel Wolpert da cui deriva l’introduzione di questo articolo.

Bibliografia:

Edelman GM. (1989) Neural Darwinism: The Theory of Neuronal Group Selection. Oxford, United Kingdom: Oxford University Press;

Edelman GM. (1993) Neural Darwinism: selection and reentrant signaling in higher brain     function. Neuron; 10:115–125

Frahm HD, Stephan H, Stephan M. (1982) Comparison of brain structure volumes in insectivora and primates, I: neocortex. J Hirnforsch;23:375–389

Gesell A, Amatruda CS. (1947) Developmental Diagnosis: Normal and Abnormal Child Development. 2nd ed. New York, NY: Harper & Row

Krubitzer L, Kaas J. (2005) The evolution of the neocortex in mammals: how is phenotypic diversity generated? Curr Opin Neurobiol;15:444–453

Illingworth, R. S. (1966). The development of the infant and young child: Normal and abnormal     development (3rd ed.). Edinburgh: Livingstone

McGraw, M. B. (1943). The neuromuscular maturation of the human infant. Reprinted: Classics in Developmental Medicine No. 4. London: Mac Keith Press, 1989

Peiper, A. (1963). Cerebral function in infancy and childhood (3rd ed.). New York: Consultants Bureau

Rakic P. (2009) Evolution     of the neocortex: a perspective from developmental biology.     Nat Rev Neurosci;10:724–735

Smith LB, Thelen E. (2003) Development as a dynamic system. Trends Cogn Sci; 7:343–348

Stoeckel MC, Seitz RJ, Buetefisch CM. (2009) Congenitally altered motor experience alters somatotopic organization of human primary motor cortex. Proc Natl Acad SciUSA;106:2395–2400

Thelen, E. (1985) Developmental     origins of motor coordination: Leg movements in human infants. Developmental Psychobiology; 18, 1 – 22

Thelen, E., Kelso, J. A. S., & Fogel, A. (1987) Self-organizing systems     and infant motor development. Develop- mental Review; 7, 39 – 65

Thelen E. (1995) Motor     development: a new synthesis. Am Psychol.;50:79–95

Ulrich BD. (1997) Dynamic systems theory and skill development in infants and children. In: Connolly KJ, Forssberg H, eds. Neurophysiology and Neuropsychology of Motor Development. Clinics in Developmental     Medicine No. 143–144. London, United Kingdom: Mac Keith Press;     319–345

Antonio De Fano

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Antonio De Fano

Antonio De Fano

Master's degree student presso l'European Master in Health & Physical Fitness, con il sogno di poter dedicare la propria vita alla ricerca scientifica nel campo delle Scienze del Movimento Umano. Lavora come educatore psicomotorio, preparatore fisico per ballerini professionisti e insegnante di danza. Da oltre dieci anni contribuisce allo sviluppo della cultura Hip Hop nazionale, che si impegna a divulgare mediante l'attività agonistica internazionale e l'attività di insegnamento del breaking in tutta Italia.

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