“Narciso e Boccadoro” di Hermann Hesse: una lettura psicologica. L’Attaccamento come fondamento teorico e neuro-scientifico della relazione precoce madre-bambino

“Narciso e Boccadoro” si configura essenzialmente come un libro-avventura di un giovane talentuoso, ma instabile, precario nella sua identità e nella sua progettualità esistenziale.

Si tratta di un libro analitico, in partenza quasi noioso ed eccessivamente descrittivo, che tuttavia, in un crescendo,
acquistaintensità semantica per raggiungere l’acmè (ακμή “apice, il punto più alto” in lingua greca) nella sua ultima pagina, pagina 291.
Si, è proprio nelle sue ultime righe di narrazione che Herman Hesse esplicita, sviscerandola crudamente, l’Aletheia (dal greco ἀλήθεια, <>) del suo romanzo. Tutto ciò, con una raffinatezza psicologica inaudita, quasi di chi avesse mezzi d’usato mestiere.
La storia si snoda in periodo Medievale. Il fil rouge del romanzo è la storia di amicizia che lega silenziosamente il dotto e religioso Narciso e Boccadoro, suo amico, suo opposto. Boccadoro è un artista geniale e vagabondo, innamorato della vita e della sua precarietà di luoghi e sentimenti.

“La meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo d’azione.”
Boccadoro però è anche orfano. Orfano di amore, orfano di cura, orfano di calore. La madre: è la sua più grande mancanza, è la straordinaria assente nella sua vita. Una madre che lo ha abbandonato, ancora piccolo. Una madre che gli ritorna in sogno, quasi ogni notte. Una madre che lo tormenta, lo tortura nei pensieri e nei meandri dell’intimità. Un’intimità che si fa spesso ingorgo di impulsi, desideri, pulsioni contrastanti e contraddittorie, trasgressive, ma teneramente fanciullesche. Una personalità adolescenziale, quella di Boccadoro, che si dipana in un’esperienza di vita eterea, sfuggente, promiscua e voluttuosa, prima che nel corpo, nell’anima.
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D’altra parte c’è Narciso. Il suo nome non è una scelta casuale di Hesse. Grecità, bellezza ellenica si traducono, in luce medievale, in integrità morale e curiòsitas. Dotto, colto, ligio al dovere e stabile. Si, così dannatamente stabile, Narciso assume una valenza topica nel romanzo. Narciso è stasis (dal greco στάσις, <>, <>), fermezza. Mai indugio, mai conflitto. Boccadoro, dal suo canto, è dinamicità, caducità ontologica.
Narciso è rigore, Boccadoro è trasgressione. Narciso è purezza, Boccadoro è contaminazione.

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. »
Boccadoro è ricerca. E’ crysis, è sempre alter da se stesso. Un sé che non si riesce a trovare ed in realtà, neanche a cercare. Un’identità che non si compone mai, neanche ingannevolmente. Mai. Un’esistenza che si frammenta continuamente, che non si stanzia in nessun dove. Che non ha partenza, nè tantomeno futuro.
La ricerca della madre, ovvero dell’origine prima dell’essere, colora con tonalità ora vivaci, ora terribilmente cupe, questo romanzo. Una madre mai trovata, una madre solo immaginata, mai vissuta. Una madre che è sogno, mai realtà. Nessuna speranza, nessun futuro attende Boccadoro. Boccadoro è e rimane orfano. Solo quando, in punto di morte, intraprende la dolorosa via dell’elaborazione del lutto della propria persona, elabora, contemporaneamente, come un’epifania Pirandelliana la sua amara verità, rivolgendosi al suo amico:

“Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”
Un tuffo al cuore. Un sussulto ancestrale, quasi scontato, ma cruento, spietato. Nulla è vita, senza nascita. Nulla è divenire, senza ἀρχή (<>). Sì, Boccadoro, in punto di morte, sperimenta e perde la sua battaglia contro il nulla della sua condizione di orfano, di uomo “senza madre”.

SENZA UNA BASE SICURA, DOVE POSSIAMO ANDARE? A COSA POSSIAMO ASPIRARE?
Un’analisi psicologica di profondo spessore psicologico si apre come un varco, a partire da pagina 291 di questo viaggio.
Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico, dopo una serie di studi giunse ad affermare che la relazione madre-bambino è da considerarsi non solo come un bisogno di dipendenza, bensì in termini di attaccamento che si sviluppa durante i primi mesi di vita e che ha come funzione principale quella di mantenere il bambino in stretta prossimità con la figura materna, mettendo in atto un sistema di schemi comportamentali volti alla ricerca della sicurezza. Inoltre Bowlby, ispirandosi all’etologia, sostiene che i genitori hanno il compito di fornire una base sicura al proprio bambino dalla quale possa partire per esplorare il mondo esterno e verso cui possa ritornare nel momento del bisogno sapendo per certo che sarà confortato e rassicurato. La Ainsworth fu la prima ad usare l’espressione base sicura, proprio per indicare l’atmosfera di sicurezza creata dalla madre, consentendo al bambino l’esplorazione dell’ambiente.

L’esigenza di una figura di attaccamento come base sicura è evidente nell’infanzia ma può essere riferita anche nell’adolescenza e nell’età adulta. Come afferma Bowlby chiunque non abbia tale base è solo e senza radici.
Numerose ricerche stanno focalizzando l’attenzione, in ambito neuroscientifico, attraverso l’utilizzo di RMf, sul fondamento neurobiologico dell’esperienza precoce di attaccamento madre-bambino, ponendo quest’ultima in relazione con i livelli di disturbo somatico (vedi disturbi gastrointestinali funzionali), psicologico, sociale del bambino stesso e non solo.
La teoria dell’attaccamento di Bowlby è ad oggi la più lucida spiegazione scientifica del modo in cui le esperienze precoci condizionano lo sviluppo psicologico. Il cervello quale substrato biologico alla base dei nostri stati mentali, segue a sua volta uno sviluppo che è possibile definire esperienza-dipendente, e non vi è dubbio che la relazione con la figura di attaccamento sia la principale fonte di esperienza nel primo periodo di vita del bambino. Lo stesso patrimonio genetico che garantisce al bambino ancor prima della nascita, la formazione delle strutture cerebrali è soggetto a processi epigenetici che determineranno in misura significativa le modalità di espressione genica e di sviluppo cerebrale. (Ardito, Adenzato, 2012) Si sta scoprendo in questi anni che l’affermazione secondo la quale la mente umana emerge dalle attività del cervello le cui strutture e funzioni sono a loro volta direttamente influenzate dalla qualità delle esperienze interpersonali è più profondamente fondata di quanto non fossimo disposti a credere prima che le neuroscienze ci permettessero di capire quanto l’intuizione originale di Bowlby fosse straordinariamente corretta!


Senza madre non si può amare, senza madre non si può morire.
(Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro. Pag. 291)
 
Antonella Spinelli 

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Antonella Spinelli

Antonella Spinelli

Studentessa magistrale in Psicologia Clinica. La formazione classica mi orienta verso l'espressione artistica e mi anima di un forte interesse per la ricerca scientifica. La curiosità, è lei a motivare i miei studi, prim'ancora dell' indiscusso orientamento al caregiving e alla promozione del benessere.