Narrare, narrarsi, scrivere di sé: la narrative-therapy e la scrittura creativa

“Nel rapporto fondamentale con se stessi gli esseri umani sono prevalentemente dei narratori […]; amano il succedersi ordinato dei fatti perché assomiglia ad una necessità, e l’impressione che la loro vita abbia un “corso” li fa sentire come protetti in mezzo al caos.”

[Cit. Musil]

Il legame tra narrazione e psicoterapia è forte e indissolubile: la base di una terapia, fondamentale per l’instaurarsi dell’alleanza terapeutica, motore di una possibile rielaborazione delle esperienze, del trauma, della sofferenza, e induttore di un cambiamento è sicuramente la narrazione. Il paziente narra di sé mentre il terapeuta ascolta, ma i ruoli possono invertirsi e il terapeuta può restituire al paziente una versione rielaborata della sua storia e della sua sofferenza.

La narrazione è a tutti gli effetti uno strumento di negoziazione e di cambiamento: un esempio sono le figure retoriche, che rappresentano un mezzo per riflettere su se stessi, sulle proprie emozioni e sul proprio passato, dando modo di narrarlo e di narrare il presente, pronosticando il futuro.

“L’uomo è narrativo per natura […] cominciamo a raccontare storie su noi stessi prima ancora di vivere realmente un evento.”(Alan Parry, 1997).

Secondo Yalom (1998) sarebbe proprio nel gioco di “finzione/realtà” il nucleo terapeutico dello strumento narrativo, mentre Luhrmann (1998) individua nella narrazione il luogo dell'”ambiguità”.

Si può anche evidenziare un collegamento tra linguaggio narrativo e onirico: entrambi, infatti, danno luogo all’attivazione di reti associative e recupero di ricordi, che danno modo di rielaborare e apporre processi di chiarificazione delle proprie esperienze, anche traumatiche.

Lasciando quasi da parte il punto di vista cognitivo, solitamente il punto focale è l’emozione: come asseriva Parry (1998), “tutte le storie parlano di emozioni”. Il coinvolgimento emotivo e la sua reciprocità avrebbe un ruolo fondamentale: si è rilevato come sia correlato a una maggiore capacità di narrare gli eventi nel paziente (Anstadt, Merten, Ullrich, Kraause 1996).

Ma gli studi sulla narrazione in psicoterapia hanno toccato anche altri ambiti come quello della percezione e della terapeuticità del narrare, rivelando l’importanza della reciprocità delle narrazioni nei contesti gruppali (Gersie 1997); altri temi approfonditi sono stati quelli del terapeuta come narratore (folk-therapy) e della terapeuticità dell’ascoltare e del leggere, che dà molta importanza alla comunicazione di costrutti e alla rielaborazione tramite un linguaggio carico di riferimenti letterari all’interno del dialogo terapeutico (Hynes, 1988).

La narrazione della storia di vita è sicuramente uno dei metodi più utilizzati, sia come occasione di ri-elaborare il sé e produrre una trasformazione (Schafer, 1992), sia perché assicura al paziente la possibilità di essere ascoltato in un contesto “sicuro”, di cui può fidarsi (Mc Leod Johnnel, 1997).

Nella narrazione in terza persona, inoltre, si riuscirebbe a creare una distanza con gli eventi che  favorisce le libere associazioni, e quindi, la rielaborazione degli eventi (Lawrence, 1990).

Se narrarsi in terza persona in terapia favorisce la presa di distanza, la scrittura è di certo uno strumento utile a creare delle condizioni favorevoli affinché avvenga una rielaborazione e un cambiamento nello stato di sofferenza del paziente.

La scrittura-terapia è considerata come uno strumento aggiuntivo alla terapia, sia in ambito della terapia individuale, sia di coppia o familiare e viene presa in considerazione all’interno di svariati orientamenti psicoterapeutici.

Spesso ci si è indirizzati verso la scrittura quando l’intraducibilità della sofferenza del paziente gli impedisce di narrarla a voce: la fatica a trovare le parole giuste o il coraggio di parlare può quasi essere paragonata al disturbo della dysnarrativia, associata alla sindrome di Alzheimer e di Korsakov, e che provoca la perdita della propria identità (Calabrese, 2012).

La differenza tra scrivere e parlare risulta, quindi, di fondamentale importanza: la scrittura necessita tempo, è più lenta e può essere portata avanti per periodi di tempi variabili; necessita di una struttura ed è quindi meno caotica, e la sua ineludibilità può avere un forte impatto sulla persona; la possibilità di apporre modifiche è decisiva, quasi un’azione riparativa di cambiamento mentre la rappresentazione di sé rimane stabile; la scrittura, in definitiva, ha un effetto di integrazione dell’esperienza del paziente e della sua identità.

Si è evidenziato come la scrittura favorisca la comparsa e l’arricchimento del linguaggio in pazienti psicotici (Schokolnik, Dvarcas, Poch, Palliero, 1997), e come sia utile nella cura dell’ansia, della depressione e dell’ossessione (L’Abate, 1991), ma anche nel caso di bulimia e incesto (Laube, Wiebland, 1989).

I metodi più diffusi sono: l’uso del diario, il report del proprio stile di vita, considerato anche come uno strumento validato in ambito clinico (Watkins, 1992); l’uso delle lettere (tra paziente e psicoterapeuta, per esempio); la scrittura automatica nell’ambito dell’ipnosi (Erickson, Rossi, 1989); la scrittura programmata; e infine, la scrittura creativa, utilizzata soprattutto con pazienti adolescenti in contesti gruppali.

La scrittura creativa può essere un ottimo metodo per spingere i pazienti a scrivere di sé: nonostante si chieda loro di inventare una storia, essi tenderanno a proiettare le proprie istanze del sé, le proprie esperienze e le proprie sofferenze all’interno della storia. La trasposizione, tramite l’attivazione di associazioni emotive, confluirebbe tutti i costrutti cardine della sofferenza del paziente all’interno del testo, in un certo senso, simile a un contenuto onirico da comprendere, con cui empatizzare, ma anche da interpretare. Esso diventa diretta espressione del vissuto mentale, ma anche un modo di esprimersi “pensantemente”, dilazionato nel tempo, che può accompagnare una trasformazione e un percorso, capace di produrre cambiamenti fisici e mentali (Pennebaker, 1997).

Donnelly e Murray (1991) tramite uno studio su 102 studenti universitari, evidenziarono come la scrittura creativa favorisse l’emersione di emozioni positive, cambiamenti cognitivi in senso evolutivo e aumento della stima di sé, anche quando non comprendevano la rielaborazione scritta di un evento traumatico. Ryan (1992), invece, notò come la scrittura di storie emotivamente paurose contenesse impliciti aspetti riparativi.

Si può quindi concludere che questa varietà di metodi di produzione quasi “artistica” possa essere utile all’interno della terapia: il creare storie è un fenomeno universale, diretta espressione del modello della mente, che cerca di attribuire significato a ciò che lo circonda. Inoltre, bisogna tenere a mente che la psicanalisi ha impiegato altre volte il suo metodo di interpretazione all’opera d’arte, proprio come con i sintomi di una patologia.

Bibliografia:

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Calabrese Vito, “Un’esperienza di scrittura creativa in una CSM di Bari” di presentato al convegno “Id-entità mediterranee. Psicoanalisi e luoghi della riabilitazione”(Lecce, 12 maggio 2012), organizzato dalla rivista Frenis Zero (web.tiscali.it/freniszero/calabrese.htm).

Della Giovampaola Sara, “Il contributo scientifico internazionale della Psicologia allo studio della narrazione” in “INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n°40, maggio – agosto 2000, pagg. 68-77, Roma (www.in-psicoterapia.com/wp-content/uploads/2013/05/40-contributo.pdf).

Donnelly D. A., Murray E. J.: Cognitive and emotional changes in written essays and therapy interviews. Journal-ofSocial-and-Clinical-Psychology. 1991 Fal; Vol 10(3): 334-350.

Erickson M. H., Rossi E. L.: The February man: Evolving consciousness and identity in hypnotherapy. New York, NY, USA: Brunner/Mazel, Inc. (1989). xxi, 266 pp.

Gersie A., Reflections on therapeutic storymaking: The use of stories in groups.

Hynes A. M., Some considerations concerning assessment in poetry therapy and interactive bibliotherapy. Arts-inPsychotherapy. 1988 Spr; Vol 15(1): 55-62.

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Laube J. J., Wieland V.: Developing prescriptions to accelerate group process in incest and bulimia treatment. Journal-of-Independent-Social-Work. 1989; Vol 4(2): 95-112.

Lawrence L., On the theory and application of third person analysis in the practice of psychotherapy. Journal-ofMind-and-Behavior. 1990 Win; Vol 11(1): 97-104.

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Schkolnik F.; Dvarcas M.; Poch S.; Palleiro A.: Discurso y texto en pacientes psicoticos. Verbal and written use of language by psychotic patients. Revista-Uruguaya-de-Psicoanalisis. 1997; No 84-85: 103-125.

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Sabrina Guaragno

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Sabrina Guaragno

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, editor e book-blogger a tempo perso. Amante dei libri, della scrittura e divoratrice di fumetti e serie tv. Eterna sognatrice sensibile agli animi afflitti.

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