Need to Belong e integrazione – Tutti abbiamo bisogno di qualcun altro

Tutti abbiamo bisogno di qualcun altro. È da questo semplice assunto che partono  (1995), che sottolineano come tutti gli esseri umani abbiano una motivazione fondamentale, forte e pervasiva a formare e mantenere un numero minimo di relazioni sociali.

Il bisogno di appartenere e di essere accettati dagli altri è un bisogno primario e universale, poiché definisce i nostri processi cognitivi e le nostre emozioni, alimentando la nostra autostima: è possibile saziarsi di relazioni. Ciò comporta diversi aspetti affettivi da considerare, capaci di procurare sofferenza quando non soddisfatti: le relazioni interpersonali appaganti e durature permettono di sentirsi parte di un contesto sociale più ampio e di mantenere, allo stesso tempo, la propria indipendenza.

Ogni persona tende a evitare l’isolamento e a difendere le relazioni sociali, anche se negative, proprio perché l’esclusione sociale porta alla demoralizzazione, alla depressione e a comportamenti negativi. Dunque, il bisogno di appartenenza è una componente fondamentale del più ampio bisogno di socializzazione dell’uomo: ciò presuppone non solo apertura, ma anche chiusura.
Certo, parliamo di un grado di chiusura che non dovrebbe mai degenerare in aggressione attiva e ingiustificata. Ma la chiusura, anche se parziale e controllata dalla ragione, trova la spinta in un bisogno di sicurezza e prevedibilità delle intenzioni altrui. Negli altri si cercano le somiglianze, le conferme, le similitudini di gusto, sensibilità, storia personale, e persino le stesse antipatie.
Le persone, scrivono Baumeister e Leary (1995), cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia e cure reciproche, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili, e quindi amichevoli e fruttuosi.
Ecco perché, spesso, il diverso è discriminato. Tendiamo a fidarci di persone culturalmente, anzi, etnicamente affini a noi. Questa non è altro che una scorciatoia creata dalla mente umana per gestire la complessità del mondo.
Queste barriere non possono essere eliminate, non può esserci un’apertura verso “lo straniero” che non presupponga anche, in qualche modo, il disagio emotivo che deriva dall’accettazione dell’altro. Non può esserci incontro senza resistenze.
L’altro può essere incontrato nel momento in cui vengono in lui riconosciuti sia tratti nuovi e sconosciuti, sia prevedibili e capaci di ispirare fiducia. Il problema sta nel fatto che spesso la barriera è fatta da stereotipi, luoghi comuni, e non solo da resistenze puramente normali. Un popolo viene visto come inaffidabile, l’altro caloroso.

La capacità di convivere in maniera pacifica con le diversità è un atto di tolleranza e di uscita da se stessi. Dovremmo agire seguendo la pura e semplice volontà primordiale di scoperta e appassionarci alla novità. Il diverso non crea disagio, non toglie nulla, ma ci regala qualcosa in più. In questa ottica, ogni singolo paese dovrebbe riuscire a tenere a bada i propri pregiudizi, lottare contro la repulsione nei confronti del diverso, cercando di mettere al centro l’umanità a discapito di ogni timore. L’integrazione è una meta a cui aspirare, non semplice, ma essenziale per definirci pienamente uomini.

BIBLIOGRAFIA

Baumeister, R.F., Leary, Need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation, 1995.

Antonella Vilardi

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Antonella Vilardi

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, studentessa in psicologia dei processi sociali, decisionali e comportamenti economici, cantante per passione, affascinata dalle parole, viaggiatrice accanita, con una forte propensione per le sfide difficili.