NIN – The Downward Spiral – Interscope Records – 1994

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Trent Reznor è uno di quei “maledetti” geni della musica di cui ne nascono uno o al massimo due ogni decennio. Trent è anche una persona con una psiche molto fragile, difficilmente gestibile e che, se non fosse stato per la musica, probabilmente avremmo perso anni addietro.
Sono melodie taglianti e assurdamente liriche quelle che Trent compone per il suo progetto che oramai porta avanti da più di vent’anni, ovvero i Nine Inch Nails.

Le atmosfere che trasudano violenza, carne, desideri malcelati, macchine, odio, amore, visceralità, rancori, rabbia, sessualità, ideazioni suicidarie, lamenti, urla, ambiguità non fanno altro che aumentare ed intensificare la portata della sua aura da artista anti-sociale e borderline.
I NIN sono il gruppo che ha compiuto il percorso iniziato da band quali Ministry e Skinny Puppy, portando il genere industrial su di un piano di auto-compiutezza e auto-referenzialità che altri, come i succitati, non avevano permesso al genere di raggiungere.
Quello che è stato ribattezzato come Mr. Self Destruct (“il sig. Autodistruzione”) era un bambino che ha vissuto tutto il suo talento in un atmosfera non consona alle sue potenzialità e non differente da quella di tanti ragazzi che vivono il trauma del divorzio dei genitori.
Trent cresce con sua nonna, abbandonando col tempo il pianoforte, di cui a soli 6 anni si rivela ottimo esecutore, per approdare verso quei lidi che lo hanno tanto affascinato negli anni, quelli delle macchine e dell’elettronica.
Introietta al suo interno figure e inibisce emozioni, che coverà negli anni, in attesa di vomitarle su sferragliate di synth e chitarre ultra-distorte.
Basta ascoltare la sua prima produzione sotto il nome NIN per capire qual è l’animo che Trent cova al suo interno da anni. “Pretty Hate Machine” (1989, TVT Records) è l’antefatto dell’album di cui vi parlerò oggi. Titoli come “Head Like a Hole”, “Down In It”, “Something I Can Never Have”, “Sin” aprono un finestra su quella che è la vena compositiva di Trent. All’interno ci possiamo vedere un desiderio di auto-annullamento dovuto ad anni di odio represso, che non riesce a contenere e poiché non riesce a riversare sull’ambiente, riversa su di sé, o meglio sulla musica che compone.
5 anni dopo, nei quali Trent pubblica un Ep, “Broken”, di cui vi invito a vedere il videoclip del singolo “Happiness In Slavery” (in cui a mio avviso sono state citate le atmosfere di “Tetsuo – The Iron Man” di S.Tsukamoto) (https://vimeo.com/3556108), e a pochi mesi dalla morte dell’altro mito dei ’90 Kurt Cobain, Trent regala alla musica tutta e ad una generazione di adolescenti e non con profonde paure e desideri di distruzione il capolavoro dell’industrial.
The Downward Spiral” (“la spirale discendente” ) è la sublimazione di tutto ciò che Trent prova nei confronti del proprio universo di fantasie, idee e impulsi.
L’album si apre con la dichiarazione dell’esistenza di una personalità che lo controlla, che lo spinge e che lo muove, quella che potremmo dire essere un idea delirante e pervasiva.
Mr.Self Destruct” presenta questo testo :”I am the voice inside your head / and I control you / I am the lover in your bed / and I control you / I am the sex that you provide / and I control you / I am the hate you try to hide / and I control you / I take you where you want to go / I give you all you need to know / I drag you down / I use you up / Mr. Self Destruct” .
Questa è la dichiarazione di una persona che sa di non potersi muovere liberamente. Il demone all’interno di Trent gli permette di scrivere, di comporre, di vivere, senza però affermare che questa spinta interna sia positiva, anzi. Trent non può essere sé stesso, Trent è ciò che “la voce all’interno della tua testa” gli impone di fare. Tutto questo su un martellante beat di drum machines e distorsioni che non ci fanno pensare altro che ad un inferno di macchine.
La seconda traccia è una ballad viscerale ed inquietante che si muove su di una bass line cruda. “Piggy” è un lascito a quella che probabilmente era la sua partner sessuale, abbandonata e abbandonante, probabilmente a causa dell’impossibilità di tener testa alla debordante psiche di Trent, che ora non può più essere fermata : “Nothing can stop me now / I don’t care anymore”.
La terza traccia “Heresy” non è altro che una critica a tutte quelle cieche credenze religiose che impediscono all’uomo di essere sé stesso, di avere dubbi, di essere inquieto, senza punti fermi da cui potersi muovere. Una critica diretta è fatta al cristianesimo e al Dio cristiano, ritenuto morto (richiamo al nietzschiano “Dio è morto”) e che pretende fede e devozione nonostante abbia creato un mondo fatto di sofferenze e dolori.
March Of The Pigs” è una critica alla società e alle personalità che Trent ha incontrato lungo la sua strada. I maiali di cui parla su di un riff che tocca i 269 b.p.m. sono tutti quei falsi che indossano quotidianamente una maschera e che non fanno altro che alimentare il suo odio nei confronti di una società assolutamente superficiale, nel senso più negativo che si possa attribuire al termine.
Closer”, apice dell’album, uno dei singoli più famosi della band, è una celebrazione della sessualità assolutamente perversa e carnale di Trent.
“You let me violate you / you let me desecrate you / you let me penetrate you / you let me complicate you / (Help me) I broke apart my insides / (Help me) I’ve got no soul to sell / (Help me) The only thing that works for me / Help me get away from myself”.
Nella prima strofa Trent non fa nulla per nascondere questa sadomasochistica relazione con la sua partner sessuale. Dominazione, possesso, distruzione, sentimenti di vuoto. Un rapporto che ha bisogno di corpi per potersi dire vivo, in quanto non c’è anima alla quale relegare emozioni. Non è possibile credere che questo sia un semplice rapporto duale. Lo si capisce dal ritornello. “I wanna fuck you like an animal / I wanna feel you from the inside / I wanna fuck you like an animal / my whole existence is flawed / you get me closer to God”. Il terzo incomodo in questa dichiarazione d’intenti è l’Es di Trent, che ha bisogno di uscire, di essere sprigionato, di annullare e di autoannullarsi, in maniera tale da raggiungere un polo estatico, quasi divino.
Questo viscerale e carnale desiderio, così primitivo, si disvela in tutta la sua potenza nella strofa finale : “I drink the honey / inside your hive / you are the reason / I stay alive”.
Tutto l’odio e la rabbia si riversano in questo nutrirsi del miele proveniente dall’alveare della donna, e il desiderio di inglobare e fagocitare la partner è tipico del sentimento edipico, della cosiddetta fase orale. “Sei l’unica ragione per la quale vivo”. Sembra essere la tipica dichiarazione di un amore ai limiti della psicopatia.
The Ruiner” è la storia del rapporto con un oggetto di dipendenza, ovvero la sua parte insana, la sua psiche perversa e patologica, che crea rovina e distrugge Trent e tutto ciò che lo circonda. Una dipendenza che si fa forte, sempre più dura, sempre più carica di rimandi sessuali, di dinamiche di dominio e di sottomissione. Alla fine del brano, dopo uno stupendo assolo che trascende la psichedelica e le distorsioni più scarnificanti, Trent, a suo dire, afferma di aver vinto questa relazione distruttiva (FORSE).
Per quanto passi in secondo piano, la settima traccia, “The Becoming” è un brano il cui testo è la sublimazione della cultura industrial. “La trasformazione” di cui parla Trent, è la sua mutazione in automa, il desiderio di mutazione in macchina non è altro che il desiderio di annullamento della propria umanità, della propria emotività, di trascendere le dinamiche dei comuni uomini, di raggiungere una dimensione in cui non esiste il dolore, in cui il sangue non scorre più nelle vene, che oramai son sostituite da circuitazioni elettriche.
I Do Not Want This” è il canto straziante e lacerante della psiche di Trent. La sua volontà è razionalmente e diametralmente opposta al cambiamento e al comportamento in atto. La sua psiche oramai frammentaria, in una spirale regressiva, in cui pianoforte e rumori si legano su un canto alquanto lirico e disperato, dimostra di essere al limite. La confessione finale è un affermazione dal sapore assolutamente nichilista. “I want to know everything / I want to be everywhere / I want to fuck everyone in the world / I want to do something that matters”. Delirio di onnipotenza, sessualità estrema, identità diffusa, apercezione del sè. Perché se “Dio non esiste” come affermato in “Heresy”, l’unico Dio che Trent può vivere e in cui può credere è sé stesso, un sé che desidera annularsi in un estasi sessuale e violenta che possa affermare la sua potenza. E anche qui echi della filosofia nietzschiana.
Big Man With a Gun” non ha bisogno di molte descrizioni. Synths, chitarre distortissime su cui vengono suonati riff basilari. Un testo più che mai esplicito. Un affermazione del desiderio di potenza sessuale di Trent, una critica malcelata di una società fallocentrica, in cui la potenza e il dominio passano dal possesso di una grossa pistola. O di un grosso membro.
A Warm Place” è lo spiraglio di lucidità, di purezza e di umanità della psiche di Trent. Per quanto questo inferno di macchine, rumori e synths possa donarci un attimo di quiete dopo la tempesta, questa traccia è alquanto criptica. Una sola frase, udibile all’inizio di questo brano strumentale rivela l’insanità di Trent, confessandoci la possibilità di vivere la nostra vita come vogliamo, in base alle scelte e al comportamento che attuiamo. “The best thing about life is knowing you put it together”(“La miglior cosa riguardo la vita è sapere che tu l’hai costruita”).
Questo spiraglio però viene letteralemente cancellato dalla traccia successiva, “The Eraser”. Su di un beat ripetitivo e straziante accompagnato da un lamento di sintetizzatori, Trent ci regala un testo altrettanto criptico. Desideri uno dopo l’altro. “Need you / Dream you / Find you / Taste you / Fuck you”. Il desiderio d’amore passa da un bisogno di emotività ad un disperato bisogno di possesso, di carne e di corpi. “Use you / Scar you / Break you” dal desiderio d’amore, si passa irreversibilmente al bisogno di distruggere l’oggetto del desiderio. “Lose me / Hate me / Smash me / Erase me / Kill me”. Trent è solo, ha capito che la sua psiche vive di un circolo vizioso, che lo porta, senza possibilità d’uscita alla propria morte, psichica e fisica, per rimediare al dolore autoinflittosi.
The Reptile” sembra riprendere per un attimo la lucidità mostrataci in “A Warm Place”. Anche qui, a sangue freddo, Trent non può che confessare ancora il rapporto con la sua psiche inumana e con il suo oggetto del desiderio, ammettendo le sue colpe e ammettendo che non fa altro che ricercare questa relazione così tanto deleteria, solamente perché questo male è ciò che lo fa sentire vivo.
Dopo questa catarsi, la parte robotica e gelida della psiche di Trent riesce a forzarlo ed a portarlo al compiere il gesto estremo. “The Downward Spiral” è questo, il penultimo atto dell’album, una dichiarazione in terza persona (per affermare ancora la distanza tra ciò che Trent è e ciò che la sua psiche non è). Purtroppo, riprendendo il tema finale di “Closer” su chitarra acustica, la scelta è fatta. Non c’è altro modo per risolvere questa conflittuale ed inesaurbile lotta tra Trent e la sua psiche. Il suicidio è l’unica soluzione.
La chiusura dell’album è un brano dall’incredibile potenza emotiva e sonora, coverizzato da numerosi artisti (Johnny Cash, David Bowie, Breaking Benjamin, Eddie Vedder, Leona Lewis).
Hurt” è la chiusura di un viaggio all’interno della psiche malata di Trent. Una chiusura che forse può donarci un sorriso, per quanto amaro esso possa essere.
E’ possibile analizzare il testo con due chiavi di lettura diverse : una più concettuale, l’altra legata all’abuso di eroina.
Il testo si snoda a partire dalla dichiarazione di Trent di farsi ancora del male, per sentirsi vivo, dato che il dolore è l’unica cosa che lo lega alla sua sensazione di corporeità (ad alcuni potrebbe ricordare un sintomo della patologia Borderline). Sperando di raggiungere un’esperienza estatica in questa maniera, Trent viene però deluso, in quanto ricorda tutto e tutto è ancora impresso nella sua mente, senza possibilità di fuga.
“What have I become? / My sweetest friend / Everyone I know / Goes away in the end / You could have it all / My empire of dirt / I will let you down / I will make you hurt”
E allora Trent inizia a domandarsi cosa sia successo al suo interno e all’ambiente che lo circonda. Lui è rimasto sempre lo stesso, impossibilitato a cambiare e senza alcuna volontà di cambiare, ma tutto ciò che gli era familiare è passato via, lasciandolo solo. L’ultima offerta che può fare, in un’ammissione quantomai straziante, è “donare tutto ciò che ha, il suo impero di sporco” e portarti giù, per fare del male all’eventuale persona che accetterà il suddetto dono (e questo verso potrebbe avere come soggetto/oggetto referenziale la droga stessa, che potrebbe comunicare a Trent, da psicanalista quale può essere una dipendenza personificata, la sua visione della vita del cantante dei NIN).
Straziante è anche l’outro del brano.
“If I could start again / A million miles away / I would keep myself / I would find a way”.
“Se potessi ricominciare daccapo / Ad un milione di miglia da qui / Mi proteggerei / Troverei una via”.
Non penso abbia bisogno di molte spiegazioni. L’unica cosa che mi vien da pensare è in riferimento al testo di “A Warm Place”. Quanta parte di libero arbitrio abbiamo nella costruzione delle nostre esistenze? Quanta parte di confluenze dei fattori del contesto invece scrivono la nostra storia?
Un album assolutamente incredibile.
I testi come ho provato a mostrarvi sono molto profondi e strazianti, le tematiche dell’album sono inoltre molto personali, penso che Trent non potesse spogliarsi di più di fronte all’ascoltatore.
A livello di musicalità abbiamo tracce che distruggono tutto ciò che incontrano e industrial ballads accompagnate dalla voce di Trent che danza sul limite della follia e della lucidità, per arrivare a tracce di elettronica primordiale.
Consigliatissimo.

Michele Distasi

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Michele DI Stasi

Michele DI Stasi

Classe 1993. Laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, attualmente studia Scienze Sociali Applicate presso l'università "La Sapienza" a Roma. Appassionato di musica, media, cultura pop, visual e virtual cultures, immaginario collettivo e individuale. I suoi interessi disciplinari comunicano continuamente tra di loro: sociologia dell'immaginario, mediologia, semiotica, sociosemiotica e studi sulle culture urbane sono i suoi campi d'interesse.