Noi siamo quello che mangiamo

Oggi ho intervistato Erica Simone, presidente dell’associazione culturale “l’isola che non c’è”, promotrice di un progetto europeo svoltosi l’ultima settimana di Marzo a Putignano.
G: Buonasera, presidente! Mi dica come si chiama questo progetto e in cosa consiste.
E: Buonasera! Diet-sharing è un progetto europeo, finanziato dall’Erasmus Plus, che l’associazione ha vinto. Il progetto si è basato sullo scambio giovanile a livello europeo. Noi abbiamo ospitato trenta ragazzi di sei paesi diversi: Bulgaria, Repubblica-ceca, Spagna, Grecia, Polonia, incluso un gruppo italiano.
G : Quali sono state le principali attività nel Diet-sharing ?
E : Il tema centrale del Diet sharing è il cibo, lo scambio della cultura legata al cibo e delle diverse tradizioni culinarie. Il cibo unisce le persone attorno a un tavolo dove, oltre a condividere il semplice pasto, si possono condividere emozioni, saperi , esperienze; quindi il cibo come veicolo di dialogo e scambio, in questo caso tra ragazzi europei tra i 18 e i 25 anni.
G : Cosa hanno dovuto affrontare i partecipanti di fronte a un tema cosi delicato qual è il cibo?!
E: Noi avevamo una grande responsabilità poiché, dovendo coinvolgere 6 nazioni con culture culinarie diverse , non era una sfida semplice. Abbiamo messo a disposizione dei ragazzi esperti di cucina; e le materie prime erano quelle portate da tutti i partecipanti, che hanno condiviso le loro ricette e i prodotti tipici, portati

dai loro paesi. Il luogo di scambio è stata la cucina, e loro sono stati i protagonisti delle attività proposte, perché hanno cucinato insieme i piatti proposti con il loro aiuto; non preparando le loro ricette , ma hanno cucinato le pietanze di un altro paese; quindi a sorteggio si sono confrontati con differenti ingredienti favorendo lo scambio, l’integrazione, chiedendo consigli, chiarimenti, opinioni, confrontandosi continuamente . Il risultato è stato sorprendente , di per se un gioco. Alcune ricette non assomigliavano alla ricetta originale, mentre altre erano perfette. L’idea non era di esportare i piatti degli altri paesi, non siamo cuochi o esperti, ma l’obiettivo era usare il cibo per creare il dialogo e lo scambio.

G: Siete riusciti a coinvolgere la comunità locale? Se sì, come ha reagito?
E : Noi abbiamo fatto il possibile per coinvolgere la comunità. La maggior parte delle attività erano aperte a tutti , come “l’ intercultural night” svolta a Putignano nella sede di Imake condividendo i rinfreschi organizzati dai ragazzi a disposizione del pubblico, proprio per rendere interattivo e partecipe il pubblico a quest’esperienza. Inoltre il tutto era accompagnato da musica tradizionale pugliese, che ha creato un clima di perfetta integrazione, andando oltre la diversità e il problema legato alla lingua, superando la timidezza: questa è stata l’esperienza vera.
G: Il vostro progetto è l’unico avviato come Diet- sharing?
E : Tra i tanti finanziati, anche altri progetti avevano come tema il cibo, che non manca mai; ma noi l’abbiamo messo al centro.
G : Come voi, anche l’expo di Milano ha messo al centro il tema del cibo…Cosa ne pensa di questo evento?
E : L’expo è una vetrina per far conoscere le eccellenze culinarie a cui noi dovremmo partecipare, in cui c’è in ballo non solo una ragione economica ma esperienziale; ma non so fine a che punto possa essere interattiva…Credo che sia passiva guardando solamente, senza condividere, senza entrare nella cultura di un altro paese.
G : Quali sono i propositi futuri dell’”isola che non c’è” ?
Fatta quest’esperienza non ci fermiamo più, non vogliamo rinunciare a questi progetti europei, siamo rimasti colpiti dall’esperienza. Magari cambieremo tema , stiamo elaborando un po’ di idee al momento.
G : Bene Presidente, un sentito ringraziamento dalla redazione di Psychondesk per quest’intervista, e per averci fatto assaggiare questa bellissima esperienza.
E : Grazie a voi, al prossimo Diet-sharing.
Il cibo, veicolo di scambio sociale, ha rappresentato un tema fondamentale in quest’esperienza, che ha accolto, seppur in un tempo ristretto (una settimana), quello che è il modo di nutrirsi e vivere assieme nello scenario contemporaneo. Ho scritto del Diet sharing perché coglie a mio parere un ampio e vasto argomento di discussione che fin dai tempi piu antichi è collegato alla sopravvivenza della specie umana. Ci sarebbe tanto da dire, ma quello che più mi ha colpito è stata la capacità di tanti giovani di estrazioni storico-culturali diverse di condividere un tema, quello del cibo, che non si ferma ad essere semplice fonte di nutrimento, ma diventa anche fonte di confronto sul cambiamento, con la prospettiva di migliorare il futuro, che passa dalla cucina di tutti. Da qui parte il cambiamento per un’integrazione più equilibrata tra paesi diversi, attorno a una cucina e non attraverso una città di cemento costruita in fretta e furia per rispettare una data di scadenza, sconvolta da corruzione e inchieste politiche. Il cambiamento, che non passa dalla partecipazione di grosse multinazionali il cui unico scopo è curarne l’immagine. L’idea è che non ci sia lo spettatore, ma il partecipante, che viva la differenza culturale non solo come forma di attrazione, ma come stimolo per diventare cittadino del mondo che si fa carico di responsabilità di quello che crea, consuma e lascia ai futuri cittadini. Perché noi siamo quello che mangiamo, e si può ancora credere in una vita sana ed equilibrata.


Il Gobbo di Notre Dame

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