Siamo padroni del nostro destino?

Come reagireste se la scienza affermasse che il libero arbitrio non esiste? Un famoso esperimento ci spiega perché potrebbe essere così.
“Il libero arbitrio è una fregatura.”
(John Milton (Al Pacino), in L’avvocato del diavolo, 1997)

 

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Compiamo migliaia di azioni ogni giorno. Alcune ponderate, altre decisamente istintive, ma, se ci fermiamo un attimo a pensare, non facciamo altro che compiere una serie continua di azioni diversificate. Anche non agire, nell’accezione prettamente motoria del termine, implica a sua volta un’azione, poiché comunque frutto di una valutazione e di una decisione sul da farsi. Scegliamo se correre, giocare, quando e quanto mangiare, se sferrare o meno un pugno ad una persona particolarmente inopportuna nei nostri confronti, e così via…

 

Alla base di ogni nostro movimento, quindi, istintivo o meno che possa essere, si presume ci sia una componente ragionata e cognitiva che ci permette di poter scegliere in completa autonomia quella che ci sembra essere la miglior soluzione possibile. Siamo noi a decidere cosa fare poiché, secondo le teorie più accreditate, viviamo in un mondo in cui ognuno ha il diritto di poter esercitare il libero arbitrio (di latina memoria, infatti, è la famosa locuzione di Appio Claudio Ceco “Faber est suae quisque fortunae”, con la quale si sottolineava la capacità dell’uomo di poter modificare il proprio destino a suo piacimento con la sola forza di volontà).

 

Nel 1983, però, Benjamin Libet, un famoso neurofisiologo e psicologo statunitense, pubblica un articolo con cui pone in dubbio l’esistenza di un reale libero arbitrio, provando a misurare in maniera scientifica il rapporto tra processi cerebrali e volontà.

 

Nell’articolo, ormai famoso agli esperti del settore, descrive un esperimento da lui personalmente condotto per valutare il momento in cui un individuo diventa consapevole dell’azione compiuta. Ai partecipanti veniva semplicemente chiesto di fissare un orologio, di muovere a piacimento il polso della mano destra, e di riferire il momento esatto in cui avevano avuto l’impressione di aver deciso di iniziare il movimento.  Durante l’esecuzione del compito, la loro attività elettrica cerebrale veniva registrata tramite elettrodi posizionati sulla testa. Successivamente veniva esaminato l’elettroencefalogramma (EEG) per rilevare i cambiamenti di potenziale elettrico precedenti rispetto alla decisione di muovere il dito. L’inizio del cambiamento di potenziale che precede il movimento vero e proprio viene definito Readiness Potential ovvero “potenziale di prontezza”. I risultati evidenziarono che il soggetto che agiva riferiva di essere cosciente dell’azione di muovere l’arto solo dopo che il cervello si era già attivato per portare a termine l’azione stessa. Il potenziale di prontezza precedeva la volontà di cosciente di avviare un’azione; nello specifico, i soggetti divenivano consapevoli delle loro intenzioni di agire circa mezzo secondo dopo rispetto all’avvio al potenziale.

 

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In poche parole, secondo i risultati dello studio appena descritto, noi cominciamo a volere, a predisporci fisicamente all’azione, ancor prima di rendercene conto.

 

Non finisce qui. In tempi più recenti, attraverso l’uso di tecniche di mind-reading (Soon et al., 2008), si è riusciti a dimostrare di poter prevedere una semplice scelta comportamentale sulla base delle attività di alcune aree della parte frontale del cervello circa 10 secondi prima che il soggetto acquistasse consapevolezza della propria scelta.

 

A questo punto della disputa è lecito poter pensare che sia la nostra biologia a dettare il nostro comportamento sociale, andando a porre in secondo piano quelle che si suppongono essere le scelte prese in totale coscienza e libertà.

 

“Nel dare forma alla nostra vita, siamo la stecca da biliardo, il giocatore o la palla? Siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca?” (Zygmunt Bauman)

 

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Siamo quindi padroni del nostro destino? Ed una scelta non consapevole, a questo punto, può essere considerata davvero una scelta?  

 

La questione sembra assumere così contorni sconfortanti e grotteschi per chi legge, ma è bene non giungere a conclusioni così affrettate.

 

Libet infatti sottolinea che, seppur il suo esperimento provi che non esista il libero arbitrio nella fase di avvio del movimento, le decisioni che ci competono abbiano una funzione di veto rispetto ad ogni impulso di natura puramente istintiva. In altre parole, non avremmo la capacità di decidere se predisporre il nostro corpo ad un’azione qualsiasi, ma di bloccarla in qualunque momento, controllandone il risultato finale (secondo Libet esistono circa 200 millisecondi tra la consapevolezza del fatto che agiremo e l’istante in cui compiamo il movimento). Il nostro libero arbitrio, quindi, consisterebbe nell’abilità di poter impedire all’azione già avviata a livello fisiologico, di protrarsi oltre, inibendola. A questo punto, diventa più corretto poter parlare di “libero veto” anziché libero arbitrio.

 

Nonostante quest’ultima osservazione, alcuni studi (Sirigu e coll., 2004) hanno mostrato come, alcuni pazienti con lesioni in zone specifiche del cervello, nel compito di Libet, divenivano coscienti di aver deciso di iniziare l’azione solo quando l’azione stessa era già in fase di realizzazione. In questo caso, quindi, l’alterazione cerebrale ridurrebbe l’intervallo di coscienza, quindi di libero veto, che precede l’effettiva messa in atto ed esecuzione di un’azione.

 

Altri studi ancora hanno provato che individui affetti da schizofrenia o Sindrome di Tourette (una condizione che comporta, tra gli altri sintomi, tic motori incontrollabili) presentano una finestra “di veto” tra consapevolezza dell’azione e azione stessa più corta, rendendo il tutto più complesso.

 

Le conclusioni tratte da questi preziosi lavori non vanno in ogni caso generalizzate e considerate inconfutabili; va considerato che le circostanze dell’esperimento prevedevano un test casuale, in un contesto in cui la scelta da compiere non avrebbe avuto alcuna implicazione pratica per gli individui (situazioni ben diverse da quelle con cui ci confrontiamo ogni giorno nel mondo reale).

 

Alla fine dei giochi, seppur possa prendere piede l’opinione secondo cui dovremmo considerarci in balia del determinismo biologico, probabilmente avremo sempre la possibilità intima di poter scegliere e avere l’ultima parola in merito a qualunque decisione. E sì, probabilmente saremo anche liberi di sbagliare, ma sarà una nostra scelta.

 

“Se dipende da noi compiere le azioni belle e quelle brutte, e analogamente anche il non compierle, e se è questo l’essere buoni o cattivi, allora dipende da noi l’essere virtuosi o viziosi.”

(Aristotele, Etica nicomachea, IV sec. a.e.c.)

 

– Paziente: Ho ceduto il controllo della mia vita. Come dice il proverbio ebraico, mi pare: “L’uomo programma e Dio ride”.

– Walter: Questa è una grande cazzata.

– Paziente: Mi scusi?

– Walter: Mai cedere il controllo. La diriga lei la sua vita.

– Paziente: Sì, capisco cosa intende, ma il cancro è cancro e…

– Walter: Ah, al diavolo il cancro. Io convivo con il cancro da quasi un anno. È come una condanna a morte, secondo la maggior parte della gente. Ma, tutto sommato, fin dalla nascita abbiamo una condanna a morte. Quindi a intervalli regolari vengo qui a fare i miei controlli, sapendo bene che una di queste volte, magari anche oggi, mi daranno brutte notizie. Ma finché non accade, la mia vita la dirigo io. Non ne cedo il controllo.

(Breaking Bad, stagione 4, episodio 8)

 

Bibliografia:

  • Libet, B., Wright, E.W., Gleason, C.A. (1982). Readiness potentials preceding unrestricted spontaneous and preplanned voluntary acts. Electroencephalography and Clinical Neurophysiology, 54, 322-325.
  • Libet, B., Gleason, C.A., Wright, E.W., Pearl, D.K. (1983). Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness potential): The unconscious initiation of a freely voluntary act. Brain, 102, 623-642.
  • Libet, B. (2007) Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Soon, C.S., Brass, M., Heinze, H., Hayens, J. (2008). Unconscious determinants of free decisions in the human brain. Nature Neuroscience, 11, 543-545.
  • Gulotta, G., Curci, A. (2010). Mente, società e diritto. Milano: Giuffrè Editore.
  • Sirigu, A., Daprati, E., Ciancia, S., Giraux, P., Nighoghossian, N., Posada, A., Haggard, P. (2004). Altered awareness of voluntary action after damage to the parietal cortex. Nature Neuroscience, 7, 80-84.

 

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Marco Angelillo

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un’innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.