Perché le immagini di Pescaria ci fanno venire fame

Le immagini sono più potenti di quanto immaginiamo: sono in grado, attraversando lo schermo, di modificare non solo le nostre percezioni, ma persino le nostre azioni. E questo chi fa marketing l’ha capito bene.

 

Le immagini mediano il nostro rapporto col mondo: pensiamo per immagini, apprendiamo per immagini, acquistiamo un prodotto perché l’abbiamo visto in una pubblicità. Il realismo onirico che caratterizza le immagini spesso liquida l’esperienza reale: paradossalmente è come se le immagini lasciassero meno spazio all’immaginazione, perché il significante e il significato hanno un legame vincolato, veicolato.

 

Per intenderci, la parola panino letta o ascoltata ci permette di immaginare diversi panini, tutti quelli che la memoria ci rappresenta, nei contesti più diversi, magari in quello che più ci ha soddisfatto, magari in quello ancorato ad un ricordo emotivo. Una cosa è certa: ognuno avrà in mente una costruzione immaginale diversa.

 

L’immagine del panino di Pescaria, invece, non lascerà spazio ad equivoci, sarà quella specifica ed inequivocabile. Se da un lato dunque le immagini esauriscono la carica erotica che circonda ogni immaginario, dall’altro ci trasportano in una dimensione più profonda, coinvolgendo tutti i sensi. E non solo. Un’immagine diviene per-formativa nel momento stesso in cui viene percepita e questo relega le immagini che sono visuali, immateriali, allo stesso statuto atomico, materiale, reale.

 

In che modo le immagini attivano i processi fisiologici?

 

L’immagine del panino di Pescaria con polpo fritto, cicoria aglio e olio, mosto cotto, ricotta e pepe e salsa al profumo di alici, da un lato ne esaurisce la carica seduttiva, dall’altra ci co-involge totalmente, fisiologicamente: la visione di un’immagine piacevole attiva il sistema limbico il quale, strettamente legato a quello endocrino, stimola la secrezione da parte delle ghiandole salivari e attiva l’intero processo digestivo.

 

Perché le immagini di Pescaria ci fanno venire fame

 

Il sistema limbico, quell’area del cervello che media memoria, apprendimento, comportamento ed emozioni, interviene nel processo di associazione tra percezioni e ricordi, immagini e sensazioni pregresse.

 

È attraverso il ricordo del cibo, dei singoli ingredienti, spesso associato a sensazioni piacevoli, che la sola vista di un’immagine, attraverso l’attivazione del sistema nervoso autonomo, innesca i meccanismi di preparazione alla digestione: aumento della salivazione, secrezione di enzimi digestivi, contrazione delle pareti gastriche e stimolazione dei crampi della fame, provocati dalla scissione di proteine per sopperire all’assenza del cibo reale da smaltire. È questa la carica performativa, agentiva dell’immagine.

 

Come si costruiscono le immagini nella mente?

 

Il riconoscimento specifico di un elemento all’interno di un’immagine avviene in funzione di schemi visivi mentali degli oggetti del mondo che noi abbiamo precedentemente creato ed immagazzinato nella nostra memoria: riconoscimento che la mente opera confrontando il tipo cognitivo con l’oggetto visualizzato.

 

Le immagini si formano e si sformano sulla base di idee, memorie e rappresentazioni. Si suppone, pertanto, di non poter immaginare qualcosa che eluda l’esperienza, caricando così le immagini di una potenza creativa che le supera, soggetta ad una costante tensione eccedente. Se non avessimo mai assaggiato il polpo prima, non si sarebbe attivato alcun meccanismo somatico, per l’assenza di un’associazione tra stimolo e risposta precedentemente appresa.

 

Ogni nuova esperienza, ogni nuova visione contamina le immagini e le memorie che abbiamo precedentemente immagazzinato. Il tratto distintivo della memoria è la sua imperfezione: i ricordi sono frutto di ri-costruzioni e de-codificazioni che si stratificano, alterando l’esperienza originaria in base al contesto e al co-testo. Le distorsioni immaginali rendono la memoria un circuito fluido e fallibile.

 

Perché le immagini di Pescaria ci fanno venire fame

 

In che modo le immagini stimolano le emozioni?

 

Se l’immagine del panino di Pescaria non fosse gradevole e invitante, non attiverebbe i circuiti del piacere e di conseguenza nessuna relazione, perché sono le emozioni che lubrificano i meccanismi di questo processo.

 

Sono essenzialmente 3 le fasi che portano alla genesi di un’emozione: reazione fisiologica ad uno stimolo, risposta comportamentale ed espressione del sentimento.

 

Nel nostro caso lo stimolo visivo attiva le cortecce visive passando per il talamo, attraverso connessioni retroattive, per mediarne la funzionalità. Il talamo comunica poi con le varie cortecce associative al fine di rendere l’esperienza “multimediale”, tramite l’integrazione delle altre informazioni sensoriali (ambientali, viscerali, mnestiche tramite l’ippocampo e le cortecce superiori ed emotive tramite l’amigdala).

 

Parallelamente, grazie all’ipotalamo, le informazioni transitano dal tronco encefalico attivando il sistema nervoso autonomo e provocando così modificazioni fisiologiche e somatiche. Le modificazioni corporee seguono la percezione di un fatto eccitante e la sensazione che abbiamo di tali modificazioni è l’emozione (James & Lange, 1880).

 

Gli stimoli che però inducono le risposte viscerali, inducono anche le risposte somato-motorie: questo suggerisce che le modificazioni viscerali si verificano durante stati di attivazione emotiva, più semplicemente che la risposta fisica e lo stato emozionale si verificano contemporaneamente (Cannon & Bard, 1927).

 

Le emozioni sono risposte a stimoli esterni o rappresentazioni mentali interne, che possono coinvolgere diversi tipi di processi valutativi, i quali stabiliscono il significato degli stimoli rispetto ai nostri scopi: questo significa che la stessa attivazione fisiologica viene interpretata in maniera diversa a seconda del contesto in cui ci troviamo (Schachter, 1964).

 

Perché le immagini di Pescaria ci fanno venire fame

 

Perché le immagini sono più potenti delle parole?

 

Ricordiamo meglio un’immagine di un testo. Questo perché numerosi esperimenti dimostrano che la memoria umana è estremamente sensibile alla modalità simbolica di presentazione delle informazioni. Le immagini sono difatti rappresentazioni simboliche, tessuti ipermediati in cui si sovrappongono linguaggi, si intrecciano codici, si intersecano significati.

 

Secondo la teoria della doppia codifica (1971 – 1986) di Allan Paivio, nel doppio processo che comprende codifica e recupero del segno, le immagini hanno un vantaggio sulle parole perché sono doppiamente e per questo più facilmente codificabili, generando contemporaneamente un codice verbale e un codice visivo. Questo perché la memoria è sia testuale che visiva.

 

Tante sono infatti le teorie che dimostrano che il pensiero è metaforico, che un concetto è prima ancora visivo che testuale, che le immagini precedono il linguaggio, anzi lo determinano. Il pensiero nasce allo stato aurorale sotto forma di immagine, che solo successivamente trasformiamo attraverso il pensiero razionale e il linguaggio verbale.

 

Le immagini quindi passano alla dimensione reale anche attraverso le strutture del linguaggio: l’ekphasis è difatti quella strategia retorica che si serve delle parole per descrivere un supporto visuale, come un’opera d’arte. Ma allo stesso modo contenuti testuali passano alla dimensione immaginifica, una cosa che accade tutte le volte che leggiamo un libro, un articolo sul web o un messaggio su whatsapp.

 

Le immagini sono dunque figur-azioni che stimolano un’immaginazione trasformativa, in grado di produrre percezioni, che si fanno comportamenti tanto reali quanto il pensiero che li ha prodotti. Ecco perché possiamo affermare che il pensiero visivo performa la realtà.

 

Bibliografia:

  • Purves, D. (2015). Le emozioni. in Neuroscienze cognitive. (pp. 277-310). Bologna: Zanichelli.
  • Paivio, A. (1991). Dual coding theory: Retrospect and current status. Canadian journal of psychology, 45(3), 255-287.

 

Sitografia:

Picture superiority effect https://en.wikipedia.org/wiki/Picture_superiority_effect

 

Myriam Mucci ©

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Myriam Mucci

Myriam Mucci

Dottoressa in Scienze della Comunicazione con un master in Digital Marketing. Cultrice dell’ibridazione come approccio trasversale. Viscerale interesse per la semiotica, la visual culture, la mediologia e la sociologia dell’immaginario. Affascinata dai suoni grunge, dalle distorsioni, dalle pellicole ermetiche e dal buon whisky.