Anche il pettegolezzo ha un ruolo sociale

E’ una pratica sconveniente e scoraggiata, eppure il pettegolezzo coinvolge proprio tutti. Scopriamo perché è utile e a cosa serve.

 

Ammettetelo, l’avete fatto anche voi. Fare pettegolezzi riguarda proprio tutti, che lo si accetti o meno. Dichiararlo apertamente però sarebbe disdicevole, a causa della connotazione negativa attribuita al pettegolezzo, spesso inteso come maldicenza o calunnia. Eppure è una pratica che accompagna il genere umano dall’inizio dei tempi, indipendentemente dalla cultura, il sesso, l’età etc. Gli antropologi culturali di approccio evoluzionistico che hanno provato ad analizzare questo complesso fenomeno, affermano che se una pratica sociale è inutile, si estingue. Allora il pettegolezzo serve! Ma se è così sconveniente, a cosa serve?

 

Innanzitutto cerchiamo di capire cos’è il pettegolezzo:

 

Secondo la definizione condivisa nella letteratura scientifica, il pettegolezzo è una conversazione su terzi assenti, conoscenti comuni, in cui le informazioni scambiate, siano esse attendibili oppure no, sono di tipo valutativo e procurano qualche beneficio a chi le diffonde, a chi le riceve, o ad entrambi. Le informazioni trasmesse […] riguardano per lo più la sfera privata e intima che la persona assente mantiene nel backstage . (Cavazza, 2012, 52).

 

Gli argomenti affrontati mirano quindi ad indagare sui “retroscena” della vita degli altri. Ma perchè scoprire informazioni private è così interessante?

 

Abbiamo spesso l’impressione che nel retroscena ci sia più autenticità, più possibilità di vedere la vera natura delle altre persone, celata per buone ragioni. Le informazioni che provengono dal backstage, dunque, ci sembrano semplicemente più diagnostiche, più informative e genuine. (Cavazza, 2012, 19).

 

Dunque venire a conoscenza di qualcosa che l’individuo non vuole rivelare ci da l’impressione di conoscerlo meglio, per ciò che è “davvero” e non per ciò che egli vuole mostrarci.

 

Una dimensione importante del pettegolezzo, seppur “meno nobile”,  è quella competitiva e aggressiva, che mira non soltanto a svelare la vera natura degli individui, ma anche a gestire e manipolare la reputazione altrui con la finalità di svantaggiare o eliminare eventuali competitors (per esempio un rivale in ambito lavorativo). La dimensione competitiva è ciò su cui si fonda una sorta di gara nella quale l’obiettivo per i partecipanti è svelare ciò che l’altro cela.

 

 

Ma quali sono i principali oggetti di pettegolezzi e dicerie?

 

Coloro che hanno maggiore probabilità di ricorrere nelle nostre conversazioni sono banalmente le persone che conosciamo già, persone con le quali intratteniamo relazioni significative o un’appartenenza di gruppo. Esse sono più frequentemente coinvolte con noi e hanno un maggiore livello di influenza sulla nostra vita, per questo è utile sapere in anticipo cosa ci si può aspettare da loro.

 

E cosa dire riguardo al luogo comune che vedrebbe il pettegolezzo come strumento per veicolare notizie false o poco accurate? Quanta verità si dice?

 

Effettivamente non è difficile per chiunque di noi diventare oggetto di calunnie e informazioni fasulle finalizzate a indebolire le nostre chance reputazionali per una qualsivoglia ragione. Tuttavia, diffondere informazioni poco accurate ha un riflesso negativo sulla reputazione della fonte, che perderebbe sempre più la propria credibilità e la capacità di influenzare gli altri. Può capitare inoltre che le distorsioni che accompagnano una notizia non siano del tutto intenzionali, ma dettate da una scorretta rielaborazione da parte della fonte o dalla sua intenzione di “abbellire” la vicenda, di renderla insomma più avvincente e accattivante per gli interlocutori.

 

Dopo aver tratteggiato un quadro generale di questa pratica così potente e pervasiva che è il pettegolezzo, provo finalmente a rispondere al quesito iniziale: a che cosa serve?

 

Il pettegolezzo, e assieme ad esso la reputazione, svolge un’infinità di funzioni più o meno importanti che regolano il rapporto tra individuo e società. Tra le più banali, c’è quella di intrattenimento: il pettegolezzo è spesso intrapreso più per divertimento che per ferire qualcuno.

 

 

 

In secondo luogo fondamentale è il suo ruolo di strumento nella costruzione del nostro personale “standard sociale”, attraverso il quale validiamo le nostre opinioni: “quando facciamo pettegolezzi con i nostri pari su altri pari, possiamo inferire i loro standard di comportamento e orientamento morale per validare così i nostri, realizzando così un processo di trasmissione delle norme morali.” (Cavazza, 2012, 70).

 

Infine il pettegolezzo  favorisce il rafforzamento dell’amicizia e l’integrazione sociale degli individui: parlare di terzi assenti presuppone un clima di intimità e fiducia reciproca tra gli interlocutori che contribuisce a creare empatia e rafforzare il legame tra i partecipanti alla conversazione. Ma soprattutto “alcune conversazioni pettegole implicano il confronto tra il nostro gruppo e gli altri e ci consentono di tracciare una sorta di mappa del nostro ambiente sociale […]. Il confronto tra ingroup e outgroup serve a definire chi siamo noi e da chi ci differenziamo.” (Cavazza, 2012, 71).

 

Conclusioni

 

Sono sicura che tutti ammetterebbero senza difficoltà di chiedere in giro informazioni reputazionali prima di scegliere un qualsivoglia protagonista a cui affidarsi (idraulico, elettricista, medico, architetto etc.). Ciò che invece i più rifiuterebbero di ammettere è il fatto che probabilmente una parte consistente delle proprie conversazioni è basata sugli assenti. Questo perché Il pettegolezzo è condannato dall’opinione pubblica. Eppure gli studi scientifici di questo fenomeno sociale suggeriscono quanto  il mito che vede il pettegolezzo come una pratica inutile, dannosa, che interessa solo chi non ha niente di meglio da fare, sia fondamentalmente inesatto. Non soltanto spettegolare serve, (in particolare da collante in una società fin troppo individualista), ma soprattutto tutti, proprio tutti, anche se in misura variabile e per differenti ragioni, ne siamo artefici.

 

Paola De Frenza

 

Bibliografia

  • Cavazza N., 2012, Pettegolezzi e reputazione, Bologna, Il mulino.

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Paola De Frenza

Paola De Frenza

Laureanda in comunicazione linguistica e interculturale all'università di Bari. Dominata dal bisogno di conoscere e comprendere. Empatica e sognatrice per natura, votata a liberare (e liberarsi) dalle sovrastrutture e dai pregiudizi, per scoprire cosa c'è "dentro", cosa c'è "dietro".

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