Piccola, breve, fenomenologia dell’“essere cattivo”

Chiunque commetta un atto miserabile o violento viene, senza mezzi termini, classificato come persona infame o spregevole. Siamo davvero sicuri che la cattiveria sia così selettiva e lontana da noi?

 

Per orientarsi più facilmente nel proprio mondo sociale, l’uomo ha bisogno di far riferimento a una serie di categorie, il più delle volte dicotomiche, che gli permettono di non prendere minimamente in considerazione tutte quelle sfaccettature di significato che renderebbero più complesso, ma più accattivante, il processo conoscitivo e valutativo di ciò che lo circonda. Parliamo, quindi, di dispute semantiche del tipo “buono-cattivo”, “nero-bianco”, “bello-brutto”. Una cosa o l’altra, senza vie di mezzo plausibili. È anche piuttosto facile collocarsi all’interno di una di queste, se non altro per mantenere una visione accettabile e tollerabile di sé.

 

Per fare un esempio: chi di voi non si ritiene una brava persona? Chi non si ritiene collocato dalla parte del “giusto”?

Bene.

 

Cosa succederebbe, però, se vi dicessi che il male, l’esser cattivo, ciò che ripudiamo e sentiamo come un’entità sconosciuta alla nostra persona, fa parte di ognuno di noi? Ci credereste, senza sentirvi attaccati in prima persona, se affermassi che ognuno di noi potrebbe compiere atti anche disumani, se messo nelle condizioni ideali per farlo?

 

È il 1971, siamo all’interno dell’Università di Stanford. Il ricercatore Phil Zimbardo (di cui vi ho parlato anche in un precedente articolo) decide di dare avvio a un esperimento sociale, ricreando fedelmente, nel seminterrato, un ambiente carcerario. Per l’esperimento vengono selezionati, fra i 75 studenti universitari che rispondono a un annuncio apparso su un quotidiano, i 24 ragazzi, di ceto medio, ritenuti più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti di tipo deviante; in seguito, vengono casualmente assegnati al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie.

 

 

Tutti i prigionieri vengono costretti a indossare un’uniforme carceraria su cui è applicato un numero che permette il loro riconoscimento, un berretto e una catena legata alla caviglia. Le guardie, invece, vengono dotate di manganello, fischietto, uniforme e occhiali da sole, che impediscono ai detenuti di poterli guardare negli occhi, e ricevono una serie di regole e obblighi da far rispettare ai prigionieri e un’ampia libertà di azione circa i metodi da adottare per gestire la situazione e mantenere stabile l’ordine all’interno della prigione. Solo l’uso della violenza fisica è severamente vietato, pena la fine dell’esperimento.

 

I risvolti, però, si rivelano di entità drammatica. Dopo solo due giorni, infatti, si verificano i primi episodi di violenza, che vedono i detenuti nell’atto di strapparsi le divise di dosso e rinchiudersi all’interno delle proprie celle, inveendo contro le guardie per il loro comportamento troppo restrittivo e alquanto rigido. Queste, infatti, al contrario di quanto si potesse pensare, non hanno fatto altro che intimidire e umiliare i prigionieri, costringendoli perfino a cantare canzoni oscene, a defecare in secchi che non avevano il permesso di vuotare, a pulire le latrine a mani nude.

 

 

Al quinto giorno, i prigionieri mostrano sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro rapporto con la realtà si trasforma del tutto, appaiono emotivamente disturbati e distrutti, ma ciò non impedisce alle guardie di proseguire con i loro comportamenti sadici e umilianti. All’inizio del sesto giorno (l’esperimento sarebbe dovuto durare due settimane!), Zimbardo e gli altri ricercatori decidono di porre fine a questo tragico esperimento.

 

Ma cosa è successo esattamente all’interno di quel seminterrato? Come è possibile che dei comuni ragazzi abbiano potuto dar vita, senza apparente motivo, agli eventi appena descritti?

 

Secondo lo stesso Zimbardo, quella che doveva essere vissuta come una falsa prigione, come un gioco, si è trasformata in una prigione vera a tutti gli effetti, nella mente dei partecipanti. L’autore ha spiegato, introducendo il concetto di deindividuazione, di come possa essere definito come una perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si sperimenta in situazioni che ricreano specifiche dinamiche sociali e di gruppo. Questa perdita di controllo della mente sui comportamenti, secondo Zimbardo, porterebbe l’individuo ad agire in maniera negativa e antisociale, mettendo in atto comportamenti aggressivi e persino crudeli, i quali, in altri contesti, lo stesso soggetto eviterebbe e ripudierebbe, per effetto delle inibizioni e dei divieti morali che la società impone e insegna.

 

Inoltre, sembrerebbe che i soggetti abbiamo subito anche, e soprattutto, una forte identificazione di ruolo, che avrebbe portato i detenuti a percepirsi come colpevoli di crimini mai commessi, e sentirsi, quindi, meritevoli di una punizione; le guardie sono state, invece, portate ad assumere comportamenti rigidi e punitivi, volti al rispetto delle regole del sistema carcerario. Insomma, come direbbe Eichmann, “facevano solo il loro dovere”. Come quel famoso Eichmann, anche loro pensavano di essere brave persone.

 

Anche noi, evidentemente, potremmo non essere da meno.

 

 

Bibliografia:

  • Philip George Zimbardo, L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2008.
  • Piero Bocchiaro (prefazione di Philip Zimbardo), Psicologia del male. Laterza, 2013.

 

Marco Angelillo

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un'innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.