Portare la vita in salvo: intervista all’autore

Un libro che affonda lo sguardo nelle paure più recondite di ogni essere umano. Un’analisi appassionata delle teorie sul trauma e sul dolore.

 

Vito Calabrese, psicologo e psicoterapeuta, autore del libro Portare la vita in salvo, racconta, raccogliendo a sé le forze, le emozioni legate alla sua storia.

 

La sua è una storia triste. Marito di Paola Labriola, psicologa del Centro di Salute Mentale del quartiere Libertà di Bari, assassinata da un suo paziente mentre era a lavoro il 4 settembre 2013, è testimone indiretto di quelle sciagure che sconvolgono la società.

 

Anzitutto complimenti. Si potrebbe dire che questo libro sia stato una vittoria, una forte affermazione di vita sulle emozioni distruttive, depressive e angoscianti. Ci hai condotto in un viaggio tra poesie, emozioni, riflessioni, idee, concetti scientifici e storie, fino a raggiungere la tua Itaca: una nuova consapevolezza, che non cancella il dolore, ma lo rende più leggero. A tal proposito, mi domando se la tua attività di scrittore sia stata influenzata da quella di psicologo.

 

Rispetto ai contenuti del libro, ovvero nella parte dello studio dei meccanismi della violenza, della resilienza, del trauma, certamente sì, l’attività di psicologo mi è servita. È chiaro che il fatto di essere psicologo mi sia servito molto poco rispetto all’urto emotivo. Non penso che l’attività di psicologo abbia attutito l’onda d’urto del mio dolore. Penso di essermi difeso più come persona, a livello umano. Non mi sono illuso del fatto che fare lo psicologo sarebbe stato protettivo rispetto al dolore. Sapevo che sarei stato travolto, come tutti gli uomini su questa terra. L’attività di psicologo mi è servita in un secondo momento, quando le curiosità intellettuali mi hanno portato a cercare di capire e di dare un senso a tali dinamiche.

 

Nel libro hai scritto: «Ho cominciato a scrivere perché avevo un bisogno smisurato di raccontarmi, troppo vasto il dolore, che si presentava a ondate e senza sconti. Quando una persona ha vissuto una vicenda come la mia non può tenersela per sé». Immagino ci siano stati momenti ostici nella stesura. C’è stata una fase fondamentale all’interno di questo percorso di introspezione e di scrittura?

 

Paola è morta il 4 Settembre e io il 1 Gennaio mi sono svegliato con questa idea di scrivere un libro. Avevo già svolto attività di scrittura in passato, ma era di tipo scientifico. Essermene già occupato era per me fonte di incentivo. Inoltre una mia passione è sempre stata quella di indagare il rapporto tra letteratura e psicologia. Ho fatto laboratori di scrittura creativa e teatrali e ho scritto anche riflessioni teoriche su questo. Sapevo che la scrittura fosse un’attività riordinatrice, che raffreddasse gli affetti. Il fatto di poter scrivere qualcosa di incandescente sul piano affettivo, per me era fondamentale: sapevo che poteva raffreddarla. Ne avevo fortemente bisogno. La scrittura è anche un’attività conoscitiva perché si ha la possibilità di conoscere aspetti di sé di cui non si ha molta consapevolezza. Stern a tal proposito parlava della capacità narrativa del bambino, con la quale “mette un ordine” al mondo. Abbiamo bisogno di raccontare quello che ci succede. Su questo si aprirebbe un altro capitolo. Alcuni scrittori dicono che quando scrivono, molte volte lo fanno in automatico, non si sa chi scrive in un certo senso.

 

In questo caso, è un libro perlopiù autobiografico, si tratta di un lavoro di escavazione dall’interno, si tratta di andare a recuperare del materiale inabissato, di prenderlo, portarlo alla consapevolezza e portarlo sulla carta. Rispetto alla ricerca, modalità più fluida, il lavoro di scavo interiore potrebbe rivelarsi più lento.

 

Certo, in una prima fase le parole mi venivano di getto. Parte del libro è stata concepita nell’estate successiva. Ho passato un periodo in villeggiatura e sono rimasto solo. Una seconda parte, più teorica, ha richiesto un lavoro di studi molto più lungo, continuato fino a poco prima della pubblicazione. Anche a libro concluso, ho continuato a leggere e studiare. In seguito, il mio lavoro è stato quello di operare sulle parole, una sorta di labor limae. Sono stato ispirato da Philippe Forest, Kenzaburo Oe, Philip Roth e molti altri per la scelta del genere biografico, aderente alla realtà. Io in questo caso dovevo rimanere il più possibile aderente al reale, non potevo inventare. Potevo soltanto lavorare sulle parole, trovare le parole giuste, come le ho trovate in David Grossman nel libro sulla morte del figlio, è stato importante per me trovare parole e aspetti poetici. Ho cercato di mettere le ali a delle parole che raccontano una storia tremenda.

 

Prima hai parlato della capacità narrativa intesa come la capacità di riordinare il mondo, quindi della scrittura come atto capace di razionalizzare gli aspetti più intensi delle emozioni. È possibile affermare che la scrittura possa essere una sorta di antidoto alla sofferenza o, piuttosto, che permetta di affrontare angosce in maniera ovattata, consentendo un accesso “protetto” alla rielaborazione cognitiva?

 

Non è certamente un antidoto: quando ti succede qualcosa di terribile e sei smarrito, non è certamente un antidoto. Come dice Borges, “quando racconti una storia finisci per diventare testimone. Non sei più l’attore, ma diventi un altro”. Questo ti permette di vederti a una certa distanza. È come se dal vissuto passivo si possa passare a un vissuto attivo, ripristinando il senso di controllo sulla propria esistenza. Quindi, certamente la seconda opzione.

 

A un certo punto del libro citi il mito di Orfeo ed Euridice. Per te che cosa ha significato questo mito?

 

È stato terribile rileggere questo mito per me. Mi riconoscevo in Orfeo, in questo bisogno di negare quello che era successo, venire a patti con quel “non so che”. Eppure non ha il potere di riportare in vita la persona amata. Partendo dal mito, ho iniziato a cercare anche affini: molti autori lo hanno rielaborato addirittura come un aspetto angoscioso dei rapporti. È un mito straziante, ti fa star male solo a pensarci.

 

Il tuo libro si apre con questa frase: «Non è un libro su Paola, quel libro deve ancora essere scritto». Eppure buona parte del libro ruota intorno al riverbero che questa importante figura ha lasciato dietro di sé, tanto che c’è scritto “scrivere è un modo per prolungare la mia conversazione con Paola”. Qual è stata dunque la fonte di ispirazione principale?

 

Ho iniziato così il libro perché volevo rimanere distante da due cose: i sentimentalismi (la cosiddetta “lacrima facile”) e il senso troppo esplicito. Per quanto riguarda il primo, molte persone mi hanno detto che il libro le ha commosse, ma so di aver fatto tutto per aver cercato di eliminare l’effetto sentimentalista. Quindi ho la prova di aver scritto un libro vero, in cui il sentimento è stato messo da chi lo ha letto.  È un libro su me dopo la morte di Paola, su Paola, su tante riflessioni. Non è propriamente la biografia di Paola. L’altro rischio da cui volevo rimanere distante è il senso troppo esplicito. Lo scrittore non si mette a fare teorie. Il senso dev’essere trovato da me – lettore. Quando il senso è troppo esplicito, non mi piace. Mi piace che il libro sia aperto, come dice Umberto Eco. Mi piace che la lettura sia un atto di condivisione. Quando si scrive, si scrive sempre a un altro. Quindi il mio libro è di difficile catalogazione, non è un saggio, non è un’autobiografia, è particolare. Il titolo che avevo scelto era diverso: era “nostalgia del futuro”. L’editore mi ha cambiato solo il titolo, prendendo “portare la vita in salvo” dal primo capitolo, ovvero la prima frase di Jon Kalman Stefansson. Da qui parte il senso che “le parole possono portare la vita in salvo” Avrei aggiunto anche “al di là di vertiginosi baratri”, se avessi potuto mettere un sottotitolo, riprendendo Stefansson. Sono soddisfatto della scelta del titolo e ho avuto la fortuna di incontrare un editore straordinario.

 

Un’ultima domanda: è terminato quel bisogno di scrivere e di raccontare?

 

No, non è finito. Continuo a scrivere, continuo a sentire il bisogno di raccontarmi. Magari in futuro scriverò un altro libro, chi lo sa.

 

Flavia Lozupone

 

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Flavia Lozupone

Flavia Lozupone

Classe 1990. Dottoressa in Psicologia Clinica. Interessata alla psicologia delle relazioni familiari e di coppia. Curiosa e sempre alla ricerca di novità. Divoratrice di ebook. Dipendente dal caffè, film e mare.