Psicosi e approccio sistemico relazionale

Il 12 marzo 2016, la scuola di psicoterapia sistemico relazionale Change, fondata da Francesco Maxia, ha permesso a studenti universitari, studenti della scuola di psicoterapia e professionisti, di partecipare a un seminario tenuto da Massimo Pelli, psichiatra e psicoterapeuta, sul tema della psicosi. Il seminario si è tenuto con lo scopo di recuperare una connessione tra le idee sistemico-relazionali e il mondo scientifico e istituzionale che si occupa della salute mentale, rivolgendosi in particolare ai futuri terapeuti.

La malattia mentale è sempre stata concepita come un germe da combattere, qualcosa di irrimediabilmente grave, e che rendesse coloro i quali ne erano “affetti” come diversi dagli altri. A causa di questa concezione, la migliore soluzione di cura era il ricovero in strutture, i manicomi. Tuttavia, il risultato di questo provvedimento era una deumanizzazione del paziente, che difficilmente riusciva a uscire dalla clinica e a riprendere ad avere una vita normale.

I terapeuti sistemici, tra cui Massimo Pelli, sono stati gli unici che si sono posti una sfida: ridare dignità al paziente; si sono chiesti, dunque, cosa fare con la psicosi, come trattarla e come trasmettere le loro ideologie anche ai servizi pubblici. La terapia sistemica si è incentrata particolarmente sul concetto di recupero del paziente, nello specifico sulla possibilità di tornare a controllare la propria vita.

Con la chiusura dei manicomi alla fine degli anni ’70, e in parte degli anni ‘80, la scuola sistemica è stata valutata molto positivamente, essendo l’unica in linea con la legge Basaglia. Al giorno d’oggi, nonostante la terapia sistemica sia molto accettata e diffusa, difficilmente viene utilizzata in casi di psicosi gravi. Durante il seminario, il Dottor Pelli ci ha spiegato perché questo è un errore, e perché non si può riuscire ad aiutare al meglio un paziente con psicosi senza considerare e includere nella terapia anche la famiglia.

Il primo motivo per cui è utile includere la famiglia nel trattamento terapeutico è che essa stessa, e la sua organizzazione, possono aver indotto una psicosi nel paziente.

Le radici della psicoterapia familiare, rispetto alla psicosi, sono due: una psicodinamica e una comunicazionale. Secondo la prima le disfunzioni genitoriali, siano esse relative alle loro personalità o alle loro modalità relazionali, influenzano lo sviluppo cognitivo affettivo dei figli. Dunque, si può affermare che esista una trasmissione della irrazionalità tra le generazioni. In base alla seconda, i cui pionieri sono Bateson Jackson e altri, una comunicazione disfunzionale nella famiglia può indurre un membro a sviluppare patologie gravi, come la schizofrenia, in particolare quando si utilizza un doppio legame come modalità comunicativa principale con il proprio figlio.

Dunque, per questo approccio, in particolare dopo l’emissione della legge Basaglia nel 1978, il disturbo psichiatrico non è visto come qualcosa di logico e genetico ma è, invece, interpretato come un disturbo derivante dall’incontro con l’ambiente. In particolare, questa idea è derivata dai neofreudiani, i quali hanno osservato che il comportamento disturbato può essere una risposta a un’ambiente che non favorisce un percorso di crescita sano.

Anche Sullivan con la sua teoria interpersonale ha fornito un contributo rilevante in tal senso. Il paziente psicotico ha molta difficoltà a differenziarsi dalla famiglia, ha una bassa autostima, un sé frammentato e molte altre problematiche connesse; dunque non si può pensare che un individuo con tali problematiche possa accedere a una richiesta di cura, se non all’interno di una domanda familiare. Non è pensabile, infatti, separare l’alleanza con il paziente dall’alleanza con la famiglia. Sono due processi che vanno insieme, non sono separabili.

Dunque, situazioni così complesse richiedono un intervento di tipo “umanistico”, come sostiene il Dottor Giuseppe Vinci, tramite interventi che mettano in gioco le persone profondamente, all’interno di una relazione di aiuto. La terapia sistemica relazionale sembra essere la più adatta per promuovere questa tipologia di intervento, ma non sottovaluta l’importanza di una cooperazione tra più approcci psicoterapeutici e più figure professionali.

 

BIBLIOGRAFIA del convegno
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Liliana Dassisti

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Liliana Dassisti

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, futura studentessa in Psicologia Clinica. Appassionata dei sistemi formati da individui e della complessità che ogni persona rappresenta; forte sostenitrice dei diritti di tutti, con un grande senso di giustizia. Sogno un giorno di poter analizzare i contesti lavorativi per prevenire i comportamenti violenti, infatti, questo è stato il tema della mia Tesi di Laurea. Desidero diventare una Psicoterapeuta a tempo pieno, la scuola di pensiero per cui sono attualmente interessata è la Terapia Sistemico-Relazionale. Sono un'appassionata di libri, anche se con i ritmi universitari il tempo a disposizione per dedicarmi alla lettura è notevolmente diminuito. Tra i miei autori preferiti c'è Coelho. Tra i miei libri preferiti c'è Memorie di una Geisha di Arthur Golden. Pratico sci alpino da circa dieci anni, ho praticato danza classica e moderna durante l'infanzia e l'adolescenza.