Ridere vuol dire esprimere aggressività?

Utilizziamo l’umorismo in molti ambiti della nostra vita, con la speranza che la nostra battuta termini in una risata collettiva. Ma cosa vogliamo davvero esprimere con il motto di spirito?

 

Il sorriso e la risata rappresentano dei gesti del corpo molto importanti per quanto riguarda la comunicazione e l’incontro con l’altro, e questo è innegabile. Il neonato sorride alla madre, in cerca di cure e affetto, ma anche quando cresciamo, il sorriso e la risata trasmettono messaggi importanti e chiari: “mi piace stare con te”, “sono d’accordo con ciò che dici”, o sono semplice dimostrazione di gentilezza, in base alle norme sociali e culturali presenti in un determinato ambiente.

 

Nonostante ciò, ridere è anche un gesto legato a quello che noi chiamiamo umorismo che, come diceva Freud, contiene una componente aggressiva.

 

Ma com’è possibile che un gesto così “positivo” come ridere sia, in realtà, un atto derivante da qualche impulso aggressivo?

 

Ridere sarebbe una caratteristica quasi del tutto umana (Bergson, 1994), e affonda i propri presupposti nella parte più primitiva del cervello. Inoltre, nel momento attuale dell’evoluzione dell’uomo, ridere sarebbe soprattutto un atto che compare in contesti sociali, che si esprime attraverso l’umorismo e la comicità.

 

Il termine umorismo deriva dal latino “humorert-em” o “umorert-rem” che significa umido, bagnato, e l’origine della parola potrebbe voler rimandare al concetto di medicina di Ippocrate, che riteneva i fluidi corporei, ovvero gli “umori”, strettamente legati alla salute e alla personalità di un individuo.

 

Il filosofo Henri Bergson (1994) metteva in evidenza come solitamente l’oggetto del riso sia una persona, o caratteristiche di un oggetto che rimandano a una situazione o condizione umana, e accreditava l’ipotesi secondo cui si ride maggiormente in compagnia, evidenziando l’azione “aggregante” del riso.

 

Inoltre, sulla persona, al momento della risata verso un aspetto comico, sarebbe attivo un meccanismo identificabile come anestesia momentanea del cuore (Bergson, 1994), che fa mettere da parte l’empatia che si dovrebbe provare per l’oggetto del riso e le sue disgrazie. Persino il filosofo Nietzsche affermava che “ridere significa essere maligni mantenendo la coscienza tranquilla” (Nietzsche in Lallai, 2014).

 

L’opinione di Freud (1975), evidenzia come lui consideri l’umorismo come una delle attività psichiche più elevate, come un artificio funzionale all’individuo, uno strumento di protezione e difesa, che rende possibile l’espressione di impulsi e pensieri che solitamente verrebbero repressi e censurati. È proprio qui che si localizza la componente aggressiva dell’umorismo, nell’origine del motto di spirito.

 

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L’umorismo sarebbe considerabile, quindi, come un meccanismo di comunicazione che rende possibile l’espressione di sentimenti, contenuti inconsci aggressivi e inaccettabili, in modo consapevole ma tollerabile.

 

Questo presuppone che, alla base, vi sia un contenuto preconscio aggressivo, espresso tramite un motto di spirito che, per sua natura, non può che essere tendenzioso. Le tematiche possono essere le più disparate: dai contenuti sessuali, a quelli che sottolineano l’inferiorità dell’altro, oppure che mettono in evidenza come la tragicità della vita possa non essere così importante come si crede.

 

Ogni persona, in base alle proprie caratteristiche, preferisce un tipo di comicità e umorismo diverso, in linea con ciò che trova più comico.

 

Lo humor, per Freud, è un modo per esorcizzare le difficoltà ed esprimere una vittoria narcisistica sulle disgrazie della vita e sull’ineluttabilità della morte (Freud, 1975). E, attraverso ciò, è volto a procurare piacere, un piacere che deriva anche, e soprattutto, dal riscontro sociale.

 

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Freud metteva anche in evidenza l’importanza della simbolizzazione utilizzata nell’umorismo, che può essere considerata per spiegare il perché ci vengono in mente certi motti di spirito e barzellette solo in determinate circostanze. Per certi versi, si può dire che l’umorismo sia simile al lavoro onirico: infatti, entrambi sono legati a un funzionamento primario, in cui emergono certamente dei contenuti infantili (che Freud ama rimandare all’aggressività del periodo edipico). La differenza tra i due sarebbe quella secondo cui, mentre il lavoro onirico è volto a evitare il dolore, l’umorismo avrebbe come obiettivo quello di procurare piacere. Ma, come ci riesce?

 

L’umorismo si attua tramite il mascheramento delle tendenze aggressive nei confronti di un individuo, che permette il superamento delle resistenze interne e dell’inibizione ed elimina il senso di colpa. Una volta formulato un motto di spirito o un qualsiasi contenuto umoristico, processo che richiede un gran dispendio di energie, persino superiore a quelle richieste dalla semplice repressione dello stesso contenuto aggressivo, vi è una liberazione e una scarica tramite la risata. Il momento della liberazione coincide, di solito, con il raccontare il motto di spirito a una terza persona. La risata altrui è indice di un mascheramento riuscito. La risata finale, quindi, procurerebbe uno stato di benessere e leggerezza e, quindi, un risparmio delle energie che sarebbero state impiegate nella repressione.

 

Freud mette in evidenza come, migliore sia il mascheramento, più divertente risulti il motto di spirito; se il mascheramento dovesse venire a mancare, infatti, si scatenerebbe imbarazzo e senso di colpa per l’emersione del reale contenuto aggressivo.

 

Freud mette anche in evidenza due possibili chiavi di lettura dell’umorismo:

 

Dinamica: secondo cui ci sarebbe un trasferimento dell’accento psichico dall’Io al Super-Io che, trattando l’Io come un bambino, lo rassicurerebbe rispetto all’irrilevanza dei suoi tormenti, attraverso la sdrammatizzazione;

 

Economica: l’umorismo scaturisce nel momento in cui si sente l’impulso di far emergere un contenuto penoso che, però, non si può esprimere in quel determinato momento. La creazione del motto di spirito permetterebbe di rivalersi dell’energia del processo umoristico tramite la scarica dell’impulso aggressivo e la creazione di uno stato di benessere successivo alla risata, così da evitare la fatica di reprimere il contenuto inaccettabile.

 

Concludendo, possiamo affermare che la risata e l’umorismo siano legati all’aggressività, ma in modo positivo, perché permettono di scaricarla in modo alternativo, senza ripercussioni negative quali il senso di colpa, l’imbarazzo e il disagio. Questo meccanismo sarebbe simile alla sublimazione, che trasforma un contenuto inaccettabile in uno socialmente tollerabile.

 

L’umorista, quindi, non sarebbe altro che un acrobata sempre in equilibrio tra il mascheramento e l’emersione dei suoi reali intenti. Un individuo, però, che anche essendo consapevole della tragicità della condizione umana, non se ne cura e si permette di scherzare laddove altri non ci riuscirebbero.

 

Sabrina Guaragno

 

Bibliografia

  • Bergson, H., 1994, Il riso, Roma-Bari, Laterza.
  • Freud, S., 1975, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Torino, Boringhieri.
  • Lallai, M. E., 2014, Elogio del pensiero positivo, Cagliari, L’Universale.

 

Sitografia

www.crescita-personale.it

www.benessere.com

www.psicologosassuolo.it

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Sabrina Guaragno

Sabrina Guaragno

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche, editor e book-blogger a tempo perso. Amante dei libri, della scrittura e divoratrice di fumetti e serie tv. Eterna sognatrice sensibile agli animi afflitti.