Riscoprirsi negli occhi di popoli lontani

Ogni uomo è alla ricerca della propria felicità. Questa ricerca porta inesorabilmente a fare delle scelte, scelte per raggiungere se stessi per aderire al massimo alla propria indole. La felicità, poi, giunge quando ci si sente coerenti. Dove cercarla? Qualcuno la cerca nella stabilità di una casa, nella famiglia, nelle soddisfazioni di un lavoro – in un certo senso definiremmo questa la scelta di un uomo etico, – qualcuno trova la pace e la felicità nella fede; qualcuno la cerca in se stesso, nel piacere, qualcuno vive per l’attimo fuggente e per non farsi mai scappare nessuna occasione. Di questi fa parte il viaggiatore.
Mi sembra giusto fare un distinguo. Il viaggiatore non ha nulla a che fare con il turista. Il turismo è un fenomeno di massa; il turista si sposta verso mete socialmente riconosciute e ambite, rappresenta quasi una moda. Il viaggio per il turista è un bene di consumo e ha valore perché riconosciuto socialmente.
Il turista in qualche modo è l’annullarsi dell’uomo viaggiatore all’interno di una massa che segue, inconsapevolmente
ed ingenuamente ciò che è più in voga per quel momento.
È chiaro che dietro il turista ed il turismo vi sia un business, un commercio, un guadagno. Il turismo è un fenomeno economico, sociale, comunicativo e di sviluppo.
Si tratta di un business che ogni anno crea un flusso di circa cinque miliardi di turisti e offre lavoro a milioni di persone.
Molto spesso i fattori individuali, sociali ed emotivi tendono ad essere sottovalutati da chi ha come obiettivo fattori economici e di consumo. Parliamo, ad esempio, del marketing e della comunicazione turistica, che all’interno di un’ ottica di massimi profitti economici, ricadono in una competizione che punta al massimo della customer satisfation. In questo contesto il marketing, la comunicazione turistica e la psicologia del turismo finiscono per sovrapporsi e somigliarsi. Del resto le tre discipline hanno come base uno stesso macrotema: le motivazioni, i processi decisionali, il comportamento del turista a destinazione e la sua personalità in vacanza.
L’esperienza turistica crea delle condizioni e situazioni totalmente differenti dalla realtà del quotidiano, questo arriva al turista con una conseguente attenuazione della sua responsabilità personale in vacanza.
Dietro il turismo vediamo una vendita, degli studi per vendere al meglio, una concorrenza per portare tutti in uno stesso posto in voga per la stagione estiva.
Il viaggio, come si vuole intendere qui è istintivo, quasi viscerale, è la spinta a conoscere e conoscersi.
L’uomo-viaggiatore è l’uomo di sempre. In tutte le epoche, in tutte le civiltà il viaggio è un trait d’union.
Chi è quindi il viaggiatore?
Quello del viaggio è uno dei temi più vivi nell’arco dell’esperienza e della storia umana. Rappresenta un filo conduttore dell’esistenza a livello tanto diacronico quanto sincronico.
Per secoli abbiamo parlato del viaggio ritenendolo affascinante; è un’attività che coinvolge corpo e mente (e questo genere di viaggio “sulle ali della fantasia”, preso isolatamente, meriterebbe uno spazio tutto suo!).
L’impulso a viaggiare è irrefrenabile e fa parte della natura umana. E’ una passione che divora e arricchisce allo stesso tempo, così come il desiderio della felicità.
Gli innumerevoli scopi del viaggiare si intrecciano e non sempre sono chiari per chi resta, ma spesso neppure per chi parte.
Uno dei sentimenti più vivi è l’irrequietezza: bisogno di conoscere cose sempre nuove, bisogno di far spaziare lo sguardo o di perdersi nell’immensità del mondo…
“Mi svegliai una mattina mezzo cieco. L’oculista disse che guasti organici non c’erano. Forse mi ero sforzato troppo a guardar quadri? E se avessi provato orizzonti più vasti?” (Bruce Chatwin, 1996)

Fondamentale è interrogarsi sul perché viaggiamo. È una domanda importante, nonché titolo di un articolo di Jean-Didier Urbain, antropologo sociale e culturale ed insegnante a Parigi, tradotto dalla rivista “Psicologia Contemporanea” (marzo-aprile 2013). Urbain considera le caratteristiche di chi si mette in viaggio tenendo presente che ogni persona, infatti, porta con sé valori, idee, desideri e nel viaggio spesso queste vengono espresse.
Il viaggio infatti per il viaggiatore può essere un modo per scoprirsi, crescere ed arricchirsi. Del resto molto spesso il viaggiatore è un cosiddetto recidivo.
Perchè? Perché non basterebbe mai una sola avventura per scoprirsi e crescere appieno. Ciò che spinge all’avventura nuova può essere tanto il desiderio di aggregazione quanto quello di solitudine, partire per andare ad aiutare l’altro o semplicemente per ritagliarsi del tempo per se stessi e riflettere.
Tanti sono i tipi di viaggiatore, però sostanzialmente due possono essere le grandi categorie: innanzitutto il viaggiatore cronico, ovvero un “nomade” che, probabilmente, tornerà a casa solo alla fine del viaggio della vita, come Tiziano Terzani.
Il secondo, il viaggiatore periodico, stabile in un posto, in cui fa ritorno dopo ogni avventura.
Quello che sicuramente accomuna i due viaggiatori è tanto lo slancio verso il diverso, la scoperta, la novità, quanto l’attaccamento a ciò che appartiene loro, alle certezze, agli ideali.
La ricchezza che deriva dal viaggio è racchiusa nelle situazioni che si presentano: queste concedono di testare le proprie capacità di problem solving e di riuscire in situazioni diverse magari rese difficili da difficoltà nel comunicare in un’altra lingua.
Lo spirito di adattamento è fondamentale e viaggiando migliora: si impara ad adattarsi a luoghi e situazioni in parte uscendo dai soliti schemi, si impara ad accettare ciò che è differente, ciò che solitamente non accetteremmo.
Viaggiare in questo senso è una vera e propria palestra di emozioni, un modo per comprendere e superare i propri limiti…
“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.” (John Steinbeck)

Tra le ricerche un esempio interessante è quella di J.-L. Crompton (”Motivation of Pleasure Vacation”,1979) incentrata su una distinzione in termini di spinta alla novità e spinta all’educazione. Le ragioni alla base di queste due differenti motivazioni possono essere molteplici: per esempio il desiderio di evadere e conoscere altro, diverso, intrigante, nuovo, esplorare nuove realtà o altri usi e costumi che permettano di vestirsi di ruoli diversi, di comportarsi come la quotidianità non permette. Quando invece “l’educazione” è la scintilla, la base motivazionale del viaggio sarà la volontà ad accrescere le proprie conoscenze tramite l’esperienza vissuta.
Il viaggiare inoltre (e questo vale per i viaggiatori quanto per i turisti) è una fonte di prestigio sociale: si migliorano le proprie capacità relazionali (specie se si decide di viaggiare da soli), migliorando così la propria autostima e la qualità delle proprie relazioni personali.
Non dimentichiamoci che anche il viaggio più ricco di avventure e di momenti che ci mettono in difficoltà resta pur sempre un momento di svago e relax.
Bruce Chatwin aveva una vera e propria passione per il viaggio, tanto che lo ha reso il suo mestiere. Ci permette di vivere in prima persona i suoi percorsi raccontando notevoli esperienze, specie in Patagonia. Per l’autore il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.

Vorrei concludere questa riflessione condividendo il frammento di un libro che mi ha coinvolto particolarmente:

“Riflette un momento.
I libri. Sono stati i miei grandi amici, perché non c’è di meglio che viaggiare con qualcuno che ha fatto già la stessa strada, che ti racconta com’era per poter paragonare, per sentire un odore che non c’è più, o che c’è ancora.
Dopo, il mio grande amico è stato Ossendovski. Quando lui descrive –con un trasporto!- nella piana stupenda dei mongoli intorno ad Urga l’odore di una certa erba che ho subito identificato, perché i mongoli la seccano e ne fanno incenso per i loro templi, sono andato a cercare quell’erba e fra pagine del libro in cui Ossendovski ne parlane ho messo a seccare un mazzetto. E sai Folco, è come se vivesse con me. In quel momento Ossendovski riviveva. Ed è la mia speranza che fra cinquant’anni, qualcuno ritrovi per caso un mio libro nei remainders o in una vecchia biblioteca e, non sapendo chi sono stato, come sarà perché è sempre così,cominci a leggere e mi riconosca, riconosca un sentimento, qualcosa che lui ha vissuto in quello stesso paese.
E in quel momento io rivivrò un piccolo momento di eternità.”
Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio.

Noemi M.

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