Risk Assessment. La valutazione del rischio e le sue applicazioni nel sistema penale italiano

Cosa intendiamo quando parliamo di Risk Assessment? In che modo può migliorare la situazione carceraria? In questo articolo vedremo di rispondere a queste domande.

 

Dare una definizione esaustiva di Risk Assessment è alquanto semplice e la sua comprensione non implica alcuna nozione tecnica in ambito forense. Tuttavia, gli strumenti di Risk Assessment richiedono una preparazione tecnica e una conoscenza professionale decisamente importante.

 

Ma cos’è effettivamente il Risk Assessment?

 

Partendo dalla traduzione italiana la comprensione è presto fatta: il Risk Assessment è la valutazione del rischio. In particolare, in ambito forense, è il rischio di recidiva a preoccuparci maggiormente.

 

Il Risk Assessment è un processo utile a valutare i bisogni criminogenici che, una volta individuati, contribuiscono alla buona riuscita del trattamento, al cambiamento dei livelli di rischio di recidiva, al funzionamento dell’individuo e al suo adattamento sociale. Questo tipo di valutazione si basa su tre principi fondamentali:

 

  • Il principio del rischio, che mette in relazione il comportamento criminale e i differenti livelli di rischio presentati dai soggetti, con un occhio rivolto anche alla loro carriera criminale;
  • Il principio dei bisogni, che sottolinea l’importanza dei bisogni criminogenici nella costruzione degli strumenti di Risk Assessment;
  • Il principio della responsività, che si riferisce a come trattare, in maniera efficace, l’offender.

 

Il Risk Assessment si rivela molto utile per dirigere le decisioni in merito al trattamento, per comunicare quali sono i fattori di rischio principali che devono essere tenuti sotto controllo e su cui si deve intervenire già dall’infanzia, e per aiutare le famiglie a gestire le conseguenze dei loro fallimenti nella prevenzione del rischio.

 

Cerchiamo, allora, di analizzare i tre principi del Risk Assessment, per fissare in maniera esaustiva la definizione della valutazione del rischio e, successivamente, vediamo in che modo si applica al sistema penale italiano.

 

Partiamo dai fattori di rischio, che sono aspetti della realtà socio-psicologica nella quale si trova il soggetto, e che aumentano la possibilità che un outcome negativo si manifesti. Il fattore di rischio implica che ci sia una persona che subirà le conseguenze, che sia sensibile all’influenza del fattore di rischio, e che ci sia un aumento della probabilità che un evento negativo si manifesti, data l’esposizione a quel fattore di rischio. L’influenza dei fattori di rischio non è mai assoluta, non è costante nel tempo e non è univoca, cioè varia in base a vulnerabilità, sensitività e contesto di riferimento.

 

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I bisogni criminogenici, invece, sono fattori di rischio psicologici dinamici collegati direttamente al comportamento antisociale e alla sua reiterazione. Riguardano, dunque, aspetti dell’individuo e del contesto in cui vive che, se modificati, potrebbero facilitare cambiamenti nella carriera criminale.

 

Infine, la responsività, che riguarda direttamente il trattamento dell’offender e si può analizzare sotto due punti di vista:

 

  • La responsività generale organizza l’intervento trattamentale che meglio risponde all’abilità e allo stile di apprendimento del soggetto;
  • La responsività specifica, che prende in considerazione molte caratteristiche dell’offender (ansia, intelligenza, distorsioni cognitive, disfunzioni emotive) per fornire un trattamento individualizzato per il soggetto e i suoi bisogni specifici.

 

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È proprio seguendo questi tre principi che è nato il modello Risk-Need-Responsivity, elaborato da Andrews, Bonta et al. (1990). Il modello cerca di integrare i fattori di rischio e i bisogni criminogenici per comprendere meglio come il passato possa influenzare il futuro e, perciò, come agire a livello trattamentale. Inoltre, vengono presi in considerazione anche i bisogni non criminogenici che spesso necessitano di essere trattati prima di tutti gli altri, e che permettono di aumentare la compliance al trattamento.

 

Alcuni di questi bisogni non criminogenici sono l’ansia, le scarse capacità genitoriali, i problemi di vittimizzazione, i problemi di apprendimento, ecc. Per quanto riguarda i fattori di rischio, Andrews e Bonta descrivono quattro grandi fattori del comportamento antisociale (big central four) e quattro fattori “moderati” (moderate four).

 

I big central four sono:

 

  1. La carriera criminale;
  2. Il disturbo antisociale di personalità;
  3. Le cognizioni antisociali;
  4. Il network antisociale.

 

I moderate four sono:

 

  1. L’abuso di sostanze;
  2. Le condizioni familiari ed economiche;
  3. La situazione scolastica o occupazionale;
  4. La mancanza di attività ricreative prosociali.

 

Gli strumenti di risk assessment attualmente presenti sono di tre tipi: valutazioni cliniche non strutturate, valutazioni attuariali, e valutazioni professionali strutturate.

 

Le prime, attualmente, non sono più utilizzate perché si basano sul solo giudizio del professionista, senza basarsi su dati empirici. Le valutazioni attuariali, invece, valutano i fattori di rischio attraverso statistiche ufficiali e prospettive teoriche comprensive, ma non spiegano il recidivismo, si limitano a predirlo. Le valutazioni professionali strutturate colmano, invece, la distanza tra l’approccio attuariale e quello clinico.

 

Gli esperti partono da una lista di item predefiniti, ma la valutazione resta comunque un giudizio clinico professionale. Per citare alcuni di questi strumenti possiamo nominare lo “Stable 2007”, che è uno strumento di valutazione professionale strutturato che si occupa della predizione del recidivismo sessuale, e il VRAG (Violence Risk Appraisal Guide) che si occupa della predizione di reati violenti e di natura sessuale dopo il reinserimento in comunità, ed è uno strumento di valutazione attuariale.

 

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In Italia, nel nostro ordinamento penale, il risk assessment trova applicazione nella fase esecutiva della pena, anche in relazione alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, e in sede penitenziaria, che non dovrebbe limitarsi alla sola esecuzione della sanzione, ma dovrebbe svolgere un ruolo rieducativo in preparazione alla risocializzazione del detenuto. Ed è proprio in quest’ultima situazione che la valutazione del rischio dovrebbe essere promossa in maniera decisa.

 

Il mancato utilizzo di strumenti volti alla rieducazione dell’individuo che si trova a soggiornare presso un istituto penitenziario va contro i principi e le norme del nostro ordinamento, e l’utilizzo degli strumenti di risk assessment potrebbe facilitare la riduzione del rischio di ricaduta criminale attraverso un’efficace attività trattamentale.

 

L’incarcerazione non ha effetti nella riduzione del crimine. Il fattore più importante resta l’individuazione dei bisogni criminogenici che permetteranno al trattamento di svolgere un ruolo maggiormente efficace nella riduzione del rischio di recidiva. L’effettività, in questa riduzione, è strettamente correlata al numero di bisogni criminogenici individuati e presi di mira dal trattamento. Questo dovrà essere focalizzato, individualizzato, adatto a migliorare la situazione del soggetto, e deve poter ridurre il rischio di nuovi comportamenti antisociali.

 

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La situazione attuale nelle carceri italiane rende ancora più importante l’applicazione di questi strumenti, che si rivelerebbero fondamentali anche per ridurre il sovraffollamento carcerario. Se è vero che la cultura “penitenziaria” si trova ancora in uno stato di crisi, è anche vero che l’introduzione stabile di questi strumenti di risk assessment può aiutare il cambiamento, portandolo verso una sempre maggiore attenzione alla rieducazione del condannato e alla riduzione del rischio di recidiva. L’applicazione degli strumenti di risk assessment può soltanto giovare al sistema penale italiano.

 

A cura di Roberto Molino ed Elena Rossi.

 

Bibliografia

  • Bonta, J., & Andrews, D. A. (2007). Risk-need-responsivity model for offender assessment and rehabilitation. Rehabilitation, 6(1), 1-22.
  • Volpini, L., Mannello, T., & De Leo, G. (2008). La valutazione del rischio di recidiva da parte degli autori di reato: una proposta. Rass. penit. crimin.
  • Zara, G., Gulotta, G., & Farrington, D. P. (2005). Le carriere criminali. Giuffrè.
  • Zara, G. (2016). Tra il probabile e il certo. http://www.penalecontemporaneo.it/d/4707-tra-il-probabile-e-il-certo

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Roberto Molino

Roberto Molino

Sono uno studente presso l'Università degli Studi di Torino, Facoltà di Psicologia, Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Criminologica e Forense. Sono laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, laurea triennale presso l'Università degli Studi di Cagliari. Ho frequentato diversi corsi relativi alla materia criminologica come: Criminal Profiling, Autopsia Psicologica, Crime Scene Investigation, e Intelligence Investigativa.