Sexual harassment: violenza sessuale sul lavoro

Una mattina arrivi in ufficio, ti siedi alla scrivania, accendi il computer.Come il giorno prima, come tanti altri giorni prima. Ma quel giorno c’è qualcosa di diverso, di impercettibile, di stranamente ostile.È una catena di eventi e di avvertimenti, apparentemente scollegati tra loro, che nasconde però una precisa, progressiva strategia. L’attacco prima è subdolo, fatto di allusioni, sguardi, battute. È ancora difficile da identificare. Poi però diventa sempre più palese e violento.E chi ne è vittima si sente drammaticamente solo: non sa che altri milioni di donne, in tutto il mondo, si trovano nella stessa spirale. Non sa che si tratta di una malattia sociale sempre più grave, sempre più diffusa e ancora poco conosciuta. Ha un nome preciso: si chiama sexual harassment.Numerose ricerche si sono occupate delle caratteristiche ambientali, espresse sotto forma di elementi di minaccia, che hanno un effetto destabilizzante sui lavoratori: gli stressors.Tra i fattori di stress derivanti dai contesti lavorativi, troviamo il sexual harassment, termine con cui si fa riferimento a situazioni che riguardano disfunzioni relazionali, aggressività e ostilità negli ambienti lavorativi.Il sexual harassment identifica dei comportamenti di invadenza e minaccia a sfondo sessuale di cui sono vittime soprattutto le donne. L’Unione Europea lo ha definito come una molestia sessuale che si manifesta sotto forma di comportamento verbale, non verbale o condotta fisica con il proposito di violare la dignità della persona, adottando un comportamento intimidatorio, violento, ostile, umiliante e offensivo.Le molestie sessuali sul lavoro hanno il potenziale di causare o contribuire allo sviluppo di molti disturbi psicopatologici, psicosomatici e comportamentali. Il sexual harassment provoca conseguenze negative sull’autostima e sul funzionamento personale, sociale e lavorativo. La vittima tende a divenire confusa, meno efficiente e mostra elevati livelli di paura, sensazioni di vergogna e disagio con conseguenze non solo sul lavoro, ma anche nelle relazioni interpersonali.Molte persone che vivono situazioni di violenza pensano che sia una parte intrinseca della propria condizione umana, ma non è così. La violenza può essere prevenuta.Il datore di lavoro dovrebbe adottare misure di formazione e informazione rivolte a dirigenti e lavoratori. Questo risultato può essere conseguito con la produzione di linee guida e di codici etici, affinché siano incentivati comportamenti leali, clima collaborativo, fiducia nella propria professionalità e libertà di atteggiamenti e, al contrario, siano scoraggiati atti non rispettosi o scorretti.
Sulla proposta di Depolo e Sarchielli (2003), si ricordano le seguenti azioni:

– Monitorare il sistema di gestione delle risorse umane: ovvero curare e porre attenzione alla variabili psico-socio-organizzative;
– Promuovere e comunicare una vision politica anti-violenza: il leader dell’organizzazione dovrebbe ispirarsi e diffondere principi etici e comunicare, attraverso i comportamenti attivi, atteggiamenti di non tolleranza verso violenze, aggressioni e vessazioni;
– Proporre figure di supporto: forme di affiancamento psicologico, utili affinché il soggetto a rischio possa condividere la propria esperienza ed elaborarla.

Sarebbe necessario smuovere le menti e lottare per far sì che la figura dello psicologo entri permanentemente nelle organizzazioni: solo così si possono prevenire elevati rischi per il benessere lavorativo e individuale.

Calliope

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Palma Guarini

Palma Guarini

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa in Formazione e Gestione delle Risorse Umane. Spesso animata da uno spirito polemico ma innamorata del talento, dell'arte e dei sogni.