“SI PUÓ “MORIRE” D’AMORE?”


-Quando delusione e scompenso generano follia e annullamento-


“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, le audaci imprese io canto […]
[…] Dirò di Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima: che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima”
“Delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori, degli atti di cortesia io canto […]
Nello stesso tempo, racconterò di Orlando, cose mai dette né in prosa né in rima: che per amore divenne completamente folle, lui che prima era considerato uomo così saggio”

Questi, alcuni dei versi del proemio dell’Orlando Furioso, opera encomiastica di Ludovico Ariosto, di stampo cavalleresco, dedicata al cardinale Ippolito d’Este, nonché ripresa della già affermata opera di Boiardo, l’Orlando Innamorato. Tra le rime del poema, la narrazione si sviluppa seguendo due filoni: il primo, concernente la guerra tra Cristiani e Saraceni, ai tempi dell’imperatore Carlo Magno, farà da sfondo al secondo, che ha come oggetto la “PAZZIA DI ORLANDO”, il paladino e cavaliere cristiano più nobile, innamorato della bella Angelica, principessa del Catai (antica regione dell’India), ma non da ella ricambiato. Proprio ripercorrendo parte del secondo filone di narrazione, particolare importanza sarà attribuita al XXIII canto dell’opera dell’Ariosto, incentrato prettamente sulla follia del cavaliere. All’incipit dell’episodio, il paladino Orlando ha perso di vista il saraceno con cui doveva battersi e, cercandolo, giunge nel luogo in cui si sono amati Angelica e Medoro, il giovane saraceno di cui la principessa si era invaghita e dal quale era ricambiata. Dopo aver scoperto le incisioni delle iniziali due amanti su di un albero, non accettando la realtà, nega a se stesso l’evidenza. Successivamente, però, sente narrare la storia dei due da un pastore, il quale gli mostra anche il braccialetto ricevuto in dono dalla principessa Angelica, a sua volta donatole dal paladino cristiano; ed in preda ad una furia devastatrice, Orlando si abbatte su ogni cosa.

Per quanto quest’opera possa apparire d’altri tempi e dal tono aulico e quest’episodio, una semplice scena di gelosia e delusione d’amore, in realtà, oltre l’epicità dell’Orlando furioso e gli intenti letterari e celebrativi delle sue ottave, si cela qualcosa di insolito, ma pur sempre innovativo: un narratore onnisciente, il cui realismo lo porta a mettere in risalto, attraverso i personaggi del poema, tutte le passioni degli uomini, le loro fantasie, le loro debolezze e, con un atteggiamento prettamente psicodinamico , anche i loro vissuti introspettivi e interpersonali, i loro tratti di personalità. In questo modo Ariosto ha fatto sì che i suoi versi echeggiassero la modernità di ogni epoca, giungendo fino a noi. Infatti, chi OGGI, come IERI, non ha mai sofferto per amore, e magari anche tanto da annullarsi? Chi è mai uscito indenne da un qualcosa dapprima iperidealizzata e poi svalutata? Chi, in seguito alla continua costruzione della propria personalità e ad una insistente ricerca del sé, a causa di scompensi emotivi o dell’umore, non è mai finito con l’essere più confuso di prima e dalla personalità ambivalente? Beh Orlando non è poi tanto più diverso da quelli che oggi non sono più comunemente chiamati “pazzi”, ma da quelli che magari lo stesso Ariosto, cinquecento anni dopo, avrebbe chiamato “soggetti con disturbo borderline di personalità”. Il disturbo borderline di personalità è definito oggi come disturbo caratterizzato da vissuto emozionale eccessivo e variabile e da instabilità riguardanti l’identità dell’individuo. Un sintomo tipico di questo disturbo è la paura dell’abbandono e, nello sforzo disperato di evitare che esso si verifichi, realmente o idealmente, il soggetto borderline tesse relazioni interpersonali intense ma instabili, caratterizzate dalla continua alternanza tra iperidealizzazione e svalutazione della persona dalla quale si teme la volontaria separazione. Di conseguenza dunque, questi soggetti tendono a soffrire di crolli d’umore, d’autostima e a vivere scompensi emotivi all’esame di realtà, attuando così comportamenti mirati a nuocere gli altri e se stessi, sotto l’effetto di frequenti accessi d’ira e di rabbia incont
rollata; sono persone, quindi, che toccano con una mano la follia e con l’altra la normalità, e la cui esistenza oscilla tra questi due poli. Inserendolo in questo quadro, perciò, Orlando è l’emblema del soggetto borderline cinquecentesco, in quanto, in particolare nella sua relazione d’amore con la principessa Angelica, mostra gli stessi sintomi e mette in atto gli stessi comportamenti di un borderline inteso proprio come tramandato e teorizzato dallo psicanalista Kenberg. Infatti il cavaliere è portato inizialmente ad idealizzare la donna da lui amata, a darle importanza, a renderla oggetto di adorazione; in breve tempo però, quando si accorge di non essere sentimentalmente ricambiato, e poi addirittura tradito, passa alla svalutazione più estrema di Angelica, prima negando l’accaduto e poi precipitando nella disperazione più totale, tipica di chi teme una paura così profonda da credere di non poter più essere amato, in quanto indegno e inutile. Paura che poi traduce in sfoghi di ira, apparentemente immotivati, fino al punto di perdere il senno.

Ma nel successivo canto del poema, il XXIV, un altro paladino cristiano e amico fidato di Orlando, Astolfo, messo al corrente della pazzia del suo compagno di battaglie, viene mandato sulla Luna per recuperare il senno dell’eroe cristiano e porre così fine alla guerra.


“Ciò che si perde, o per nostro diffetto, o per colpa di tempo o di Fortuna: ciò che si perde qui, là si raguna.”

“Ciò che si perde o per colpa nostra, o per colpa del tempo o della sorte: ciò che si perde qui, là si raduna.”


La luna rappresenta il nostro inconscio, il nostro oblio, la sede di quella resilienza abbattuta; insomma il centro del proprio insight socio-emotivo e cognitivo. E il rievocatore di quell’insight è proprio il dottor Astolfo, personificazione dello psicanalista del tempo attuale, interpellato per curare e ristabilire il benessere psichico degli Orlando di oggi, in quanto, nonostante sia indispensabile un trattamento psicoterapico, spesso anche molto difficile da portare a termine, le loro nevrosi non sono del tutto irrecuperabili. In definitiva, per quanto furiosa possa essere stata la vicenda del paladino cristiano, grazie all’intervento del suo amico, egli è rinsavito e ha portato a termine la sua missione.
Ma gli Orlando del XXI secolo che patti arrivano a stipulare col proprio sé? Porteranno mai a termine la loro di missione, quella di VIVERE, godendo della propria autostima e meritevoli dell’amore di chi li circonda, senza autodistruggersi? Quanta importanza e fiducia viene data ai “discendenti” del dottor Astolfo? A costoro dico: chi sogna di realizzarsi nella comprensione empatica dell’altro, lo faccia, prendendola proprio come una mera vocazione, affinché la missione che ne consegua possa congiungersi con quella di coloro insieme con i quali perseguire un obiettivo co-costruttivo comune: accrescere maggiormente l’insight degli Orlando con cui si entrerà in contatto e alimentare in loro la speranza di poter tornare a vivere, e magari anche ad amare, PERCHÉ NON PUÓ UN SENTIMENTO NOBILE COME L’AMORE PORTARE MORTE, MA SOLO GENERARE E RIGENERARE A VITA NUOVA.
Orlando ce l’ha fatta!
 
Giovanni Boulanger, Orlando impazzito


Soggetto borderline vs Relazione d’amore
Livia De Luca

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2 pensieri riguardo ““SI PUÓ “MORIRE” D’AMORE?”

  • maggio 23, 2015 in 7:43 am
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    “L'amore è il motore che muove le menti e i cuori di chi sa di averli!!Articolo molto introspettivo che porta alla riflessione profonda su una tematica antica come il mondo ma sempre attuale nella vita di ognuno! Complimenti Livia!

  • maggio 23, 2015 in 8:11 am
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    L' intento era proprio questo…la riflessione, su una tematica tanto complessa quanto sottovalutata. CONOSCERE É SAPERE.Grazie per le parole!

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