Siamo sicuri di fare un buon uso di WhatsApp?

In che modo l’uso di WhatsApp sta cambiando le nostre vite? L’uso di questo servizio di messaggistica è da tenere sotto controllo? Forse sì.

 

Quanto è pervasiva e costantemente presente la comunicazione tramite WhatsApp nelle nostre vite? Si deve organizzare un’uscita con gli amici tra diversi giorni: usiamo WhatsApp. I comportamenti di un’amica ci hanno infastidito: lo diciamo tramite WhatsApp. Vogliamo rompere una relazione di coppia: lo si decide su WhatsApp.

 

Le nostre vite scorrono ma, contemporaneamente agli eventi strettamente legati ad una realtà contingente, scorre anche il tempo di WhatsApp. Passano le ore e le notifiche aumentano: discussioni, decisioni importanti, viaggi e semplici chiacchierate. La nostra attenzione è richiamata contemporaneamente su due versanti: le interazioni della vita reale e le interazioni mediate da WhatsApp.

 

Riusciamo sempre a gestirle efficacemente entrambe? Si richiede sempre più frequentemente di rispondere nei gruppi o a chat private, si diventa dei “maleducati” se non si risponde. La scelta è la seguente: viviamo serenamente il tempo della nostra vita con chi ci circonda fisicamente in quel determinato momento o evitiamo di essere scortesi non rispondendo nelle chat?  

 

L’utilità di questo innovativo strumento è indubbia: si possono raggiungere colleghi, amici e fidanzati distanti di molti chilometri, si possono organizzare incontri e condividere documenti utili. Ma quanto riusciamo a gestire questa frenetica comunicazione continua?

 

I fraintendimenti sono una questione non indifferente: “la formulazione linguistica è ambigua, in effetti, dà adito a più di una interpretazione” (Rumiati, Lotto, 2013, pp. 29). Sicuramente la possibilità di utilizzare emoticons e inviare messaggi vocali rendono la misinterpretazione più rara, ma non del tutto assente. La comunicazione per via telematica non è esente da tale ambiguità.

 

I messaggi comunicazionali sono complessi: il sistema verbale e non verbale si intersecano richiedendo al ricevente di interpretare adeguatamente e rispondere a quanto appreso, elaborando contemporaneamente i propri pensieri e vissuti emozionali. Ma nella comunicazione mediata da strumenti  sembra essere più carente perché utilizza solo il canale verbale, tagliando fuori quello gestuale e posturale rendendo più difficoltosa l’interpretazione.

 

L’assenza di queste informazioni altera inevitabilmente l’interpretazione dei messaggi. In che modo? È possibile che insicurezze, timori ed emozioni attivate dal contesto reale sperimentato in quel momento interferiscano con l’interpretazione del contenuto del messaggio?

 

Analizziamo un esempio:

 

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Ipotizziamo che il ricevente di questo messaggio abbia appena saputo un esito negativo ad una prova parziale universitaria e subito dopo abbia letto il messaggio dell’amica. È possibile che questo evento, che ha generato in lei una certa attivazione emotiva, abbia cambiato la sua interpretazione del messaggio?

 

Secondo N. Carr (2015) la rete è progettata per essere un sistema di interruzione, una sorta di macchina concepita per disperdere l’attenzione. Succede molto frequentemente secondo alcuni studi citati dall’autore che i soggetti interrompano le proprie attività quotidiane per leggere le email e verificare che non ci siano nuovi messaggi. È possibile che, attualmente, si faccia lo stesso con le chat di WhatsApp.

 

“Poiché ogni occhiata rappresenta una piccola interruzione del pensiero- un momentaneo reimpiego di risorse mentali- il costo cognitivo può essere elevato” scrive Carr (pp. 161). I nostri cervelli quindi sono quotidianamente impegnati in questi continui shiftaggi di attenzione con un costo cognitivo non indifferente, che andrà a discapito di una delle due attività (prestare attenzione all’esperienza virtuale con i media o concentrarla ciò che non lo è).

 

“Le frequenti interruzioni disperdono i pensieri, indeboliscono la memoria e ci rendono tesi e ansiosi. Più è complessa la successione di pensieri in cui siamo impegnati, maggiore è il danno causato dalla distrazione.”

 

Il problema è che vogliamo essere interrotti. Perché non esserlo ci fa sentire tagliati fuori, isolati socialmente in quanto ogni interruzione porta ad una nuova informazione preziosa. Quindi desideriamo essere interrotti continuamente. “Accettiamo volentieri la perdita di concentrazione, lo sparpagliarsi della nostra attenzione e la frammentazione dei nostri pensieri, in cambio dell’abbondanza di informazioni interessanti.  [..] Per molti di noi, spegnere non è un’opzione contemplata” (Carr, 2015, pp. 163)

 

Allora come possiamo gestire questo strumento e limitare la sua intrusività?

1.Disattivare le notifiche

 

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2.Quando la mente è occupata nello svolgere un’altra attività evitate di leggere i messaggi e cronometrate il tempo che si avete passato senza utilizzare il vostro smartphone. Ad esempio: non utilizzo il telefonino da due ore.

 

3.Concedersi dei premi quando si riesce a non utilizzarlo per un tempo eccessivo durante la giornata

 

4.Rimandare comunicazioni importanti o cariche affettivamente a quando ci si trova di persona o si può sentire la voce della persona.

 

5.Non sentirsi obbligati in alcun modo a rispondere alle comunicazioni se si è impegnati.

 

6.Disattivare le conferme di lettura e gli orari di accesso

 

Buon uso “saggio” di WhatsApp a tutti! Fateci sapere cosa ne pensate lasciando un commento.

 

Liliana Dassisti ©

 

Bibliografia:

  • N. Carr, 2015, internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • L. Lotto, R. Rumiati, 2013,  introduzione alla psicologia della comunicazione, Il mulino, Bologna.

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Liliana Dassisti

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, futura studentessa in Psicologia Clinica.
Appassionata dei sistemi formati da individui e della complessità che ogni persona rappresenta; forte sostenitrice dei diritti di tutti, con un grande senso di giustizia.
Sogno un giorno di poter analizzare i contesti lavorativi per prevenire i comportamenti violenti, infatti, questo è stato il tema della mia Tesi di Laurea. Desidero diventare una Psicoterapeuta a tempo pieno, la scuola di pensiero per cui sono attualmente interessata è la Terapia Sistemico-Relazionale.
Sono un’appassionata di libri, anche se con i ritmi universitari il tempo a disposizione per dedicarmi alla lettura è notevolmente diminuito. Tra i miei autori preferiti c’è Coelho. Tra i miei libri preferiti c’è Memorie di una Geisha di Arthur Golden.
Pratico sci alpino da circa dieci anni, ho praticato danza classica e moderna durante l’infanzia e l’adolescenza.