The place: essere umani è ciò che ci accomuna

9 personaggi, 9 desideri, 9 scelte. Nel mezzo, il dramma della quotidianità.

 

Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?

 

Si presenta così, con questo quesito dal sapore enigmatico, il nuovo film del regista Paolo Genovese, elemento di punta del Festival del cinema di Roma, da poco conclusosi. L’autore dell’ormai noto “Perfetti sconosciuti”, pellicola con cui era riuscito a riscuotere consensi sia tra le file del pubblico che tra quelle della critica, torna a far parlare di sé per aver portato sul grande schermo un’idea che aveva dato vita a una serie TV dal titolo “The Booth at the end”, andata in onda in Nord America nel 2010.

 

Ci troviamo dinanzi a un nuovo tentativo di scavare nei meandri più oscuri e burrascosi dell’anima: sì, perché anche questa volta Genovese decide di trascinarci con sé in un viaggio attraverso la psiche e quella che, difficile sia a dirsi che a pensarsi, si presenta a noi come la normale assurdità del comportamento umano.

 

“The place” non è solo il titolo del film. È un luogo come tanti altri, ma è il luogo in cui tutta la vicenda prende corpo e vita; è il luogo in cui il protagonista (Valerio Mastandrea) passa interamente le giornate in veste, del tutto misteriosa, di colui che “offre delle opportunità”. Lui è sempre seduto lì, al solito posto; ha con sé un’agenda su cui scrive, prende di continuo appunti; dall’altra parte del tavolo, i suoi “clienti”. Solo 9 persone, per la durata dell’intera proiezione; 9 storie, 9 dilemmi morali.

 

Tutti chiedono qualcosa, esprimono un desiderio che il protagonista si mostra pronto a realizzare senza alcun problema; in cambio, però, c’è un prezzo da pagare: svolgere un compito, compiere un’azione che l’uomo (così nei titoli di coda viene nominato il protagonista) estrapola quasi con noncuranza dalla miriade di notazioni presenti sull’agenda. Sembrerebbe più semplice del previsto, sembra quasi un gioco a leggerla così; in realtà, i personaggi che si alternano dall’altra parte del tavolino si trovano a dover affrontare delle sfide forse più grandi di quanto possano sostenere, dei veri e propri dilemmi morali; si trovano a dover scegliere se restare vittime di sé stessi, o finire per l’essere o benefattori (spesso entrambi) di un prossimo, in un modo o nell’altro. Tutto per un desiderio che, qualunque esso sia, si configura come una vera e propria ragione di vita.

 

Desiderare qualcosa, volerla, ci fa sentire vivi. D’altronde, sarebbe difficile immaginare un’esistenza priva di aspirazioni, una vita piatta, scarna. Come potremmo costruirci, che ragione avremmo di andare avanti senza un obiettivo da raggiungere, senza un futuro che ci regali qualcosa? Mantenere saldi i nostri rapporti affettivi, far carriera, migliorare la nostra bellezza fisica, vivere fugaci momenti di felicità ecc…

 

Ogni giorno lottiamo per questi punti, ogni giorno muoviamo idee e passi per giungere in quella precisa destinazione idealmente prefissata. Come vi comportereste se, dinanzi all’ottenimento della cosa che più desiderate al mondo, di ciò di cui non potreste fare assolutamente a meno per vivere, ci fosse una sola azione (per quanto spregevole possa sembrare) da compiere? Cosa faremmo noi, messi a tu per tu con un bivio di così tale importanza? È questa la domanda che il regista sembra volerci porre, senza mezzi termini. Lo fa attraverso le parole, attraverso le storie, i racconti e le emozioni dei suoi personaggi, di chi rischia e mette a rischio la vita degli altri solo per se stesso.

 

The Place 2

 

Sei un mostro!

Diciamo che do da mangiare ai mostri.

 

Lo spettatore viene guidato a tuffarsi senza pregiudizio nei drammi delle vite altrui. Non gli si chiede, però, di giustificare, di accettare con animo benevolo ciò che i “mostri” (così definiti dalle parole dell’Uomo) arrivano a fare; lo si invita a empatizzare, ad accettare l’essere umano per quello che è, per quello che può arrivare a fare. Inutile nascondersi dietro muri di perbenismo e moralità.

 

La psicologia sociale, a più riprese, ci insegna quanto crudele o spietato possa divenire l’uomo, anche il più timorato e inetto, quando messo nelle giuste e ideali condizioni di poterlo fare (basterebbe citare gli esperimenti di Zimbardo o Milgram, alcuni di essi già presentati e discussi in questo blog). L’uomo con l’agenda lo fa e, seppur si mostri impassibile e non toccato dalle tragedie che si consumano davanti al suo atteggiamento inerme, è l’unico che sa.

 

Non per questo si può dire che rappresenti Dio, o chi per lui; non è onnipotente, offre, bensì, delle scelte, delle opportunità. Si può azzardare che sia la proiezione del desiderio di ogni persona che gli si presenti dinanzi, una sorta di autocoscienza personificata; magari, solo un semplice espediente per narrare dei drammi altrui. Di certo una figura solida, anch’essa con le sue debolezze, ma consapevole, consapevole della profondità e delle infinite sfaccettature dell’animo di chi, a volte, non meriterebbe giudizi, ma solo umana comprensione.

 

The Place 3

 

Marco Angelillo

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Marco Angelillo

Marco Angelillo

Dottore in Scienze e tecniche psicologiche, attualmente studente magistrale in Psicologia Clinica. Con un’innata vocazione per la nullafacenza, lotto e sgobbo affinchè mi sia un giorno riconosciuta. Amo la settima arte, la musica, e me stesso.