Un giorno il cervello si fece una coscienza

Cogito ergo sum, così sentenziava 400 anni fa il celeberrimo filosofo e matematico francese.

Un’affermazione che ancora oggi, pur essendo forse superata sul piano filosofico, è universalmente riconosciuta sul piano esperienziale. Ogni giorno ci svegliamo, pensiamo di alzarci dal letto e ci alziamo, pensiamo di mangiare e mangiamo, pensiamo di andare a lavoro e, pur controvoglia, ci andiamo. Il legame tra pensiero cosciente e azione volontaria sul mondo fisico è una verità esperibile da chiunque, tanto da ritenere quanto meno bizzarro chi asserisca il contrario.

Ma, se non fosse una “qualsiasi persona” ad affermare il contrario? Se ci fossero prove, portate avanti da numerosissimi neuroscienziati in tutto il mondo, che dimostrino che le azioni non siano generate dal pensiero cosciente?

Le attuali ricerche in campo neuroscientifico vanno esattamente in questa direzione e possono essere riassunte in quello che è noto come “paradigma di Libet”.

Il paradigma di Libet sfrutta la registrazione encefalografica (EEG): questa tecnica prevede l’utilizzo degli elettrodi per calcolare l’attività elettrica del cervello. L’esperimento utilizza la particolare metodologia  dei potenziali evento-correlati, cioè le variazioni elettriche dell’attività cerebrale in concomitanza a una stimolazione sensoriale o indotta dagli elettrodi stessi, questa metodologia consente, in altre parole, di misurare le fluttuazioni di voltaggio contenute nel tracciato EEG temporalmente associate a uno specifico evento: il soggetto sperimentale si trova davanti a una pulsantiera e un orologio, e può premere il pulsante in qualsiasi momento. Gli viene chiesto di prestare attenzione al momento della pressione, per poi riportare la posizione in cui si trovava la lancetta dell’orologio in quell’istante.

I tempi effettivi e le attribuzioni dei soggetti sono verificati e bilanciati attraverso una serie di strumenti e procedure sui quali non serve ora soffermarsi. Ciò che conta è che, attraverso questo paradigma, si va a stimare il momento dell’intenzione consapevole di premere il pulsante. Quello che si osserva è un readiness potential, (Libet, B., Gleason, C. A., Wright, E. W., and Pearl, D. K. Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness-potential). The unconscious initiation of a freely voluntary act.) un potenziale di preparazione che precede il momento dell’intenzione consapevole. Il momento dell’intenzione consapevole precede l’onset del movimento, cioè il momento dell’effettiva pressione, tipicamente di circa 250 millisecondi.

Tuttavia, l’intenzione consapevole è preceduta di 500 millisecondi dalla prima rilevazione di attività neurale. La volontà si situa, quindi, ben dopo l’inizio di un’attività neurale preparatoria alla pressione del pulsante. Lo spazio che rimane per il libero arbitrio, inteso come il momento cosciente, sarebbe solo quello di inibire l’azione (Libet, B. Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action).

Tralasciando le speculazioni filosofiche, come si possono spiegare queste evidenze che sembrano smontare l’apparato coscienza-centrico del nostro pensiero?

L’ipotesi più accreditata è quella del wanting before wanting (Fried, I. Single-neuron activity in the human supplementary motor area underlying preparation for action), una sorta di volere inconsapevole. Si è notato che, attivando alcune aree cerebrali si può causare la sensazione urgente di dover muoversi senza poi effettuare uno specifico movimento o, attivandone altre, causare un movimento senza percezione cosciente. Senza andare nello specifico, queste ricerche dimostrano che il processo del movimento cosciente inizia con un’intenzione slegata dal movimento non specificata nei singoli dettagli e che, solo successivamente, in una zona ben determinata del cervello (la parte più anteriore dell’area motoria supplementare), questa intenzione si traduce in un’urgenza di eseguire un movimento completo di tutti i dettagli. L’attivazione che precede la coscienza sarebbe, quindi, priva dei dettagli motori che vanno a specificarsi solo in seguito.

Ad oggi non abbiamo prove che la coscienza sia una percezione illusoria come cercò di far credere Wegner nel 2002 in “The illusion of conscious will”, cioè una sorta di strumento del cervello per dar significato alle nostre azioni, ma senza reale influenze sulle decisioni. Tuttavia gli studi sin ora condotti per verificare o falsificare il paradigma Libet concordano tutti su un dato: c’è un’attività neurale che precede l’intenzione consapevole.

Sapremo mai se sia il cervello a farsi una coscienza o la coscienza a sovrintendere all’attività cerebrale?

Bibliografia:

Libet, B., Gleason, C. A., Wright, E. W., and Pearl, D. K. (1983). Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness-potential). The unconscious initiation of a freely voluntary act. Brain, 106:623-642.

Libet, B. (1985). Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action. Behavioral and Brain Sciences, 8:529-566.

Wegner, D. M. (2002), The illusion of conscious will. Cambridge MA: The MIT Press, pp xi + 405.

Fried, I. (2004), Single-neuron activity in the human supplementary motor area underlying preparation for action. J Neurosurg, 100(2):250-9.

Adriano Cacciola

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Adriano Cacciola

Adriano Cacciola

Studente di neuroscienze all'università degli studi di Torino, da sempre affascinato dai correlati biologici della psiche. Aspirante psicoterapeuta e formatore. Insieme alla psicobiologia, automotive e tecnologia sono le mie più grandi passioni. Ultimamente mi sto avvicinando al mondo del graphic design.

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