Un oscuro scrutare: la ricerca della verità nell’universo dickiano

spoilers

Robert alle prese con i due (quattro, cinque, mille) psicologi che decreteranno l’avvenuta scissione del corpo calloso che collega i due emisferi del cervello, fenomeno altresì conosciuto come Split Brain.

“In realtà bisogna concepire le cose diversamente: vi è il Bene quando il Bene genera Bene, o quando il Male genera il Male: tutto rientra nell’ordine. Vi è il Male quando il Bene genera il Male, o quando il Male genera il Bene. È in questo caso che tutto va male” (Baudrillard, 1996, p. 72).

“Se non ci fosse domanda nella nostra società queste sanguisughe non avrebbero nessun mercato da sfruttare”. Così Robert Arctor/Fred esprime il suo parere sulla lotta alla droga perpetrata dal governo e dalla narcotici. Il problema fondamentale è capire se la domanda viene prima dell’offerta o viceversa. Per come stanno le cose, non ci è assolutamente dato saperlo, anzi: lo spettatore è direttamente inserito all’interno di questo contesto societale e proprio per questo motivo gli è impossibile saperlo. Il passato in questo film non esiste, o meglio, sembra esser stato solo un sogno: la famiglia di Bob, il risveglio dovuto all’urto con la credenza di quella che una volta era casa sua sembra essere solo frutto dell’immaginazione di Robert Arctor, una vera e propria invenzione atta a giustificare l’esistenza della realtà filmica e narrativa.

La verità, la realtà delle cose sembra essere continuamente dissolta: il dramma dell’antieroe dickiano sta proprio in questo. Dove risiede la realtà? O meglio, vi è realmente traccia di una realtà?

La società descritta da Philip Dick continua a simulare e dissimulare se stessa, in un gioco performativo continuo. Ciò che sembra essere il giusto, ovvero la lotta delle agenzie federali alla droga, non è altro che uno degli infiniti piani di realtà che esistono. Ciò a cui si crede non è altro che una produzione di realtà che, però, non è unica e definibile: è, infatti, la società stessa a produrre e causare il suo male. Il problema sta proprio in questo. L’irriducibile alterità tra Bene e Male che, come ricorda Baudrillard, “non sono sullo stesso piano, la loro opposizione è un inganno” (Baudrillard, 1996, p. 126) viene, infatti, ridotta a un unicum nella contea di Anaheim: sembra esservi una continuità tra governo, agenzie segrete e il Nuovo Sentiero, un tacito patto di non belligeranza, dove gli unici sconfitti in questa non-guerra sono i drogati. L’oscuro scrutare dell’individuo, una ricerca paranoide e deumanizzante, non porta a null’altro che alla perdita di sé stessi. E sta proprio in questo la crisi di Robert Arctor: se il reale, l’irreale e la finzione fossero effettivamente separati o, meglio ancora, scissi, il soggetto avrebbe la possibilità di schierarsi nei confronti dell’oggetto, di ri-conoscere i finiti piani del reale, ma, al contrario, quella di Dick è una società sclerotizzata o, meglio ancora, una società simulacro, che produce a sua volta individui scissi e frammentati.

Arctor (la cui assonanza con actor non è casuale), infatti, attraversa numerosi palcoscenici quotidiani interpretando di volta in volta numerosi ruoli, in una costante performance di se stesso, andando a costruire un’identità che non è più unica, anzi è assolutamente frammentaria, così come la non-identità della tuta disindividuante che proietta costantemente immagini di volti e abiti. La tuta disindividuante è la manifestazione più chiara di tutto questo gioco tra individuo e società: colui che deve proteggere la società, colui che la indossa, è irriconoscibile, al suo interno l’individuo si disperde. Ed è nel momento in cui Fred/Bob inizia a trattare se stesso come oggetto, ovvero nel momento in cui inizia a scrutare se stesso, che avviene la scissione definitiva tra i due emisferi (un processo coadiuvato dall’utilizzo della droga e dalle relazioni disfunzionali), che inizia la con-fusione tra soggetto e oggetto, un processo nel quale ogni alterità viene spazzata via, divenendo inconciliabile.

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Robert/Fred durante il convegno in cui viene mostrata per la prima volta allo spettatore la tuta disindividuante.

Ciò che la tuta disindividuante rappresenta nella California dickiana non è altro che una delle sue numerose profezie sugli sviluppi delle tecnologie nella società umana. Basti pensare all’esperimento del collettivo di Luther Blissett (il condividuo) alla navigazione criptata nel Deep Web o, più recentemente, al caso Anonymous, o ancora alle false identità creabili tramite i social network. Le possibilità insite nei media per l’individuo sono innumerevoli, e se numerose sono quelle positive, lo sono altrettanto i rischi che un’incompleta conoscenza e un’approssimativa assimilazione delle capacità dei sempre più new media (arriveremo un giorno a parlare di Future Media?). La psicologia al giorno d’oggi si trova sempre più impreparata all’analisi dell’individuo (e non del soggetto) proprio a causa di una mancata riformulazione del proprio focus in quella che è, e continua sempre più a divenire, una cyber-realtà.

Paul Virilio, filosofo francese noto per le sue riflessioni sull’evoluzione della società contemporanea, nel suo saggio L’estetica della sparizione (1992) ci pone di fronte a un grande interrogativo. Nell’era della rappresentazione e della spettacolarizzazione del sé sembriamo sempre più incapaci di essere realmente proprietari della nostra identità. Le continue performance del soggetto, le numerose pièces che portiamo avanti giorno per giorno sui social, cristallizzano la nostra identità rendendola sempre più fissa e immutabile. Ecco allora che la sparizione diventa un vero e proprio ritorno al possesso della propria immagine e della propria identità, in uno Stato iper-controllante, ultra-poliziesco che è quello dickiano (ma attenzione: vi siete mai chiesti quante telecamere ci riprendono sotto la nostra tacita accettazione?) che sembra impossibile da sfuggire. Certo, la sparizione sembra permettere un nuovo possesso, anzi, in questo caso un nuovo gioco della propria identità, ma, d’altronde, gli scenari non sono tutti positivi, anzi: Fred/Bob, scinde la sua identità, la frammenta sempre più. All’interno di una tuta che dovrebbe contenere l’individuo, le personae si moltiplicano, si frammentano, si disperdono, si annullano. L’identità è annullata, il reale in quanto riconoscimento di sé stessi finisce, si entra nello specchio, la nostra immagine riflessa non segue più ciò che siamo, ma vive di vita propria, arrivando anche a diventare più reale del reale (per l’appunto, iper-reale). Il doppio filo che regge il gioco dell’identità sembra essere tagliente come un rasoio: farsi controllare significa cedere il possesso della propria identità, lasciarsi catturare (siamo immagini, in fondo); mentre al polo opposto la sparizione della propria immagine, la riappropriazione della propria identità, può arrivare a conseguenze devastanti, tra cui la perdita del sé. Quale delle due sia il polo preferibile non ci è dato saperlo, ma è ben evidente come Dick non offra prospettive salvifiche. Anzi, Fred scrutando se stesso, o meglio Bob, e quindi scrutandosi, come in uno specchio, ritorna a essere un unicum, solo e soltanto con la morte di una delle immagini dello specchio, che decreta a sua volta la morte del proiettato o della proiezione, divenendo in questo caso un nuovo individuo chiamato Bruce nella comunità del Nuovo Sentiero.

Se l’identità di Bob viene meno, questo è dovuto a un fattore in particolare. La droga per Dick assume, in questo caso, la funzione di porta tra il reale e la sua illusione. Ma attenzione: non è la droga in sé a creare questa dialettica tra realtà e illusione, è il mondo in sé che si dà come tale, illusione ripresa ovviamente dallo Stato e dalla società, che non sono altro che alcune manifestazioni del Reale. Questa porta, infatti, dopo essere stata aperta, non rivela se stiamo accedendo o uscendo dalla realtà, creando per l’appunto una realtà che realtà non è. Il mondo finge, simula continuamente se stesso. Per quel che riguarda l’universo creato da Philip K. Dick,

non si tratta di universo parallelo, di un universo doppio, e neppure di un universo possibile – né possibile, né impossibile, né reale, né irreale – iper-reale (…) qui il doppio è scomparso, non c’è più doppio, si è sempre già nell’altro mondo, che però non è più un altro, senza specchio né proiezione né protezione né utopia che possa rifletterlo” (Baudrillard, 2010, p. 13).

Forse, la conclusione migliore per (non) chiudere questa breve riflessione è un pensiero fugace, paranoico e delirante, ma allo stesso tempo rivelatore, di Charles Freck, tratto dall’opera letteraria di Dick:

Ogni singolo uomo vede soltanto una piccola porzione della verità complessiva; e molto spesso, in realtà quasi (…) sempre, egli deliberatamente s’inganna anche su questo piccolo prezioso frammento. Una parte di sé stesso gli si rivolta contro e prende ad agire come se fosse un’altra persona, distruggendolo dall’interno. Un uomo all’interno di un uomo. Il che vuol dire nessun uomo del tutto” (Dick, 2009, p. 226).

https://www.youtube.com/watch?v=szMob1sTklg

Intervento tenutosi durante il cineforum “Al Cinema con Psychondesk” in data 27 luglio 2016 a Bari.

Un ringraziamento speciale va ai due colleghi Marco Angelillo e Davide Angiuli, per la loro collaborazione durante l’evento, senza la quale sarebbe stato impossibile presentare questa riflessione.

Bibliografia:

Baudrillard, J., 1996, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Baudrillard, J., 2010, Cyberfilosofia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine.

Dick, Philip K., 2012, Un oscuro scrutare, Fanucci Editore, Roma.

Virilio, P., 1992, L’estetica della sparizione, Liguori Editore, Napoli.

Filmografia:

Linklater, R., 2006, A Scanner Darkly, USA.

Michele Di Stasi

 

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Michele DI Stasi

Michele DI Stasi

Classe 1993. Laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche, attualmente studia Scienze Sociali Applicate presso l'università "La Sapienza" a Roma. Appassionato di musica, media, cultura pop, visual e virtual cultures, immaginario collettivo e individuale. I suoi interessi disciplinari comunicano continuamente tra di loro: sociologia dell'immaginario, mediologia, semiotica, sociosemiotica e studi sulle culture urbane sono i suoi campi d'interesse.

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