“Era un ragazzo normale, salutava sempre”: Il delitto “a ciel sereno”

“Mi chiamo Carla, ho 41 anni. Vivo in un piccolo paese al confine tra Umbria e Toscana, un posto tranquillo, collinare, verde e soleggiato. L’alta valle del Tevere.
Uno di quei posti in cui non succede mai niente, per intendersi, uno di quei posti che se ti entrano i ladri in casa, il panico dilaga tra la popolazione e si organizzano le ronde cittadine.
Insomma, un posto dove la cronaca nazionale sembra non appartenerci.
Io non lavoro, prendo un sussidio per la mia invalidità. Non ci vivo bene, e a volte arrotondo con delle prestazioni sessuali.
In tanti se lo immaginano, in pochi realmente lo sanno. Perché sono una persona riservata per quanto riguarda la mia vita privata, ma mi conoscono tutti. E per tutti, intendo tutti. Ho un soprannome con il quale tutti mi identificano. Tutte le generazioni sanno chi sono, dall’anziano all’adolescente. Frequento tutti i locali notturni dell’alta valle del Tevere. Detto così sembra che ci sia un’ampia scelta, in realtà sono 2 o 3, dipende dalla stagione.
Il mio sogno è sempre stato quello di fare la soubrette, ma non ci sono mai riuscita. Non mi sono arresa, la facevo comunque. In autonomia. Salivo sopra il cubo e mi dilettavo. Non è importante che non fosse il mio lavoro retribuito, io lo facevo con passione.
Mi deridono tutti, mi prendono in giro, ma io ho sempre fatto finta di non rendermene conto. In realtà so bene cosa si pensa di me.
Caratterialmente sono una persona solare, allegra e di compagnia, ma se subisco un torto mi arrabbio molto. Sono piccola e minuta ma ho una forza incredibile. Ho una muscolatura molto sviluppata… insomma sono una che sa difendersi!”
“Mi chiamo Pietro, ho 24 anni. Vivo in un piccolo paese al confine tra Umbria e Toscana, un posto tranquillo, collinare, verde e soleggiato. L’alta valle del Tevere.
Lavoro presso un centro scommesse. Ho frequentato le scuole superiori.
Gli amici mi definiscono timido e riservato. I miei compagni di scuola si ricordano di me come di quello che non stava mai in gruppo, che si isolava sempre e non parlava con nessuno.
Io conosco Carla, come la conoscono tutti, ma in più posso aggiungere che la frequentavo a pagamento. Non ero un cliente abituale, sporadicamente mi incontravo con lei. La pagavo per le sue prestazioni e nient’altro.
Non volevo che si sapesse in giro. Cosa avrebbero pensato di me i miei amici e i miei genitori? Mi avrebbero deriso, e io non l’avrei accettato.
Una sera di luglio l’ho incontrata, prima al bar, poi lei, parcheggiata la sua macchina sale sulla mia, anzi per l’esattezza è la macchina di mio padre.
Siamo andati in un posto appartato, vicino ad un torrente. Abbiamo avuto un rapporto sessuale, e alla fine lei mi ha chiesto più del solito. Stesse prestazioni di sempre ma pretendi di più? Perché? A me non interessa se hai bisogno di soldi. Io ti do quello che ti do di solito. Discutiamo. Lei è minuta ma ha molta forza. Il diverbio si fa più acceso, pugni, calci. Io non ci vedo più dalla rabbia, riesco a prendere un martello dentro la cassetta degli attrezzi nella macchina di mio padre. Lei non si ferma, mi minaccia di raccontarlo a mio padre.
La colpisco alla testa, più volte. Ero veramente arrabbiato. È morta, ne sono certa.
E ora? La troveranno di sicuro, meglio che la spingo giù nel fiume. Ho ancora la sua borsa con dentro il cellulare. È il caso che faccio sparire tutto. Nel torrente, poco più avanti getto tutto, ma porto con me il martello.”

L’omicidio di Carla è oggi su tutti i giornali cartacei e virtuali, ne scrive chiunque su Facebook. Era una di quelle persone così popolari in una piccola comunità, che a nessuno fa rimanere indifferente. Si legge sdegno, compassione, rabbia e tristezza. Una vallata incredula e spaventata. Allora la cronaca nazionale non è più così distante?!

Ma chi l’ha uccisa? Perché?
Persona innocua, non avrebbe mai fatto del male a nessuno. Chi poteva volerle così male da ucciderla?
Di ipotesi ne sono state fatte tante. Qualcuno non ha dubbi, è stato un uomo sposato che aveva paura di essere scoperto. Un ricatto.
I più audaci azzardano anche nome e cognome dell’assassino. E guarda caso il nome e il cognome sono di quei soggetti un po’ al margine della società. Che strano.
La gente ha paura.

L’assassino è tra noi. Lo incontriamo al bar? Lavora con noi?
È una realtà talmente piccola che ci conosciamo tutti. Non può essere uno sconosciuto.
I carabinieri hanno intervistato più di 300 persone. Sul corpo della donna è stato trovato del liquido seminale, e sotto le sue unghie ci sono resti di pelle. L’assassino non è stato attento, ha lasciato le sue tracce.
Ora l’assassino è identificabile tramite DNA.
Le indagini proseguono per due mesi, dalle indiscrezioni iniziali, il profilo dell’omicida sarebbe quello di un uomo di grossa stazza e di 50 anni di età.
Le indagini si concludono con l’arresto di un 24enne incensurato che confessa subito e consegna l’arma del delitto.

“Era un ragazzo normale”
La solita frase che si sente quando a commettere qualcosa di impensabile, sia un soggetto altrettanto impensabile.
Si tratta di un grave delitto che ha colpito una donna che conosceva l’autore di reato, un crimine subitaneo, che si è verificato apparentemente “a ciel sereno”, senza che prima del fatto si fosse avuto modo di presagire l’esistenza di una malattia di mente (o perché non c’era o perché non la si era voluta vedere), effettuato da una persona il cui stile di vita non faceva immaginare la tragedia.
Possiamo parlare di raptus omicida? Dal vocabolario Treccani la definizione di raptus è la seguente:”In psichiatria, impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.)”
Il concetto di raptus è un argomento molto controverso e dibattuto  tra gli esperti del settore. C’è chi sostiene che sia solo lo sfogo di una forte depressione, c’è chi invece lo ritiene possibile anche senza un disturbo o una patologia. Comunque si intenda, è un gesto che porta con sè delle conseguenze spesso mortali.

Insomma si tratta di un fatto che fa dire ai telespettatori più sicuri di sè: “solo un matto può fare una cosa del genere”.
Fornari scrive: Da una persona “normale” azioni violente di questo o altro tipo non possono venire commesse. Già, perché la gente, i mass media, gli intervistatori, i commentatori radiotelevisivi e via dicendo anche questo sanno: quando una persona è “normale” oppure no. Beati loro! […] Infatti questo è il vero problema: come si può spiegare (giustificare) un agito auto e/o eterodistruttivo in un soggetto conosciuto come “normale”?
Il non esperto, di fronte a tali fatti “inspiegabili”, non di rado cerca rifugio nell’interpretazione in chiave di follia, perché non riesce a farsi altrimenti ragione di quanto accaduto, e perché pensa “io non lo farei mai”, il che però non è sempre vero: non possiamo sapere se noi, in quelle precise circostanze, con quella storia di vita alle spalle davvero non lo faremmo.

Insomma esistono comportamenti che non trovano immediata e facile spiegazione; li denominiamo e ci illudiamo così di averli svelati.
Dopo un evento del genere autori e vittime vengono immediatamente identificati e impietosamente sezionati, anche se l’esperienza ci dice che quasi sempre nulla è come appare: il media istruisce il processo, prima ancora che i giudici e i loro ausiliari si siano fatti un minimo di idee e abbiano raccolto dati significativi.
Una persona che non aveva mai dato adito a impressioni o commenti sfavorevoli circa il suo comportamento e la sua vita. Quando però si passa all’atto, impressioni, commenti e giudizi possono cambiare radicalmente: tutto il “positivo” sulla vittima, tutto il “negativo” sull’autore, a parte le inevitabili eccezioni da parte dei soliti ben informati. Per i figli un po’ meno di comprensione: si sa, dalla gioventù di oggi ci si può aspettare di tutto…

Non basta analizzare l’atto di uccidere in sé, non basta raccogliere prove e trovare il colpevole. È fondamentale indagare l’interazione fra il colpevole e la vittima, la ferita all’autostima causata dalle sue parole, il senso di minaccia scaturito dal suo agire, cosa ha rievocato quella situazione di un passato non risolto.

“Nessuna passione priva la mente così completamente delle sue capacità di agire e ragionare quanto la paura”

Edmund Burke

Bibliografia:

Fornari Ugo, Follia transitoria. Il problema dell’irresistibile impulso e del raptus omicida, 2014

Elena Rossi

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Elena Modesta Rossi

Elena Modesta Rossi

Laureata in Scienze dell'investigazione presso l'università degli studi dell'Aquila e attualmente iscritta alla Laurea Magistrale di Psicologia Criminologia e forense presso l'università di Torino. Oltre a tentare di risolvere crimini e fare esami, passo il tempo tra uno sport e uno sparo!

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