Come nasce la violenza nelle mura domestiche

Come afferma Joanna Bourke in un testo esemplare sulla violenza sessuale, quando una donna dice il suo fatidico “Sì”, sta rinunciando al suo diritto di dire alcuni “No” a suo marito, in futuro.

 

L’amore coniugale è un patto sancito e, nel suo contratto, spesso pone le basi per una relazione di imposizioni e diritti violati a danno di una delle due parti. Il fenomeno dello stupro coniugale ne è la chiara testimonianza. Per molto tempo, all’interno del contesto del matrimonio, un rapporto sessuale non consensuale non è stato etichettato come stupro sessuale.

 

Oggi, la violenza sessuale maggiormente subita da parte delle donne è proprio quella che ha luogo tra le mura domestiche, testimoni di quella violenza definita, appunto, “domestica”. La Domestic violence against women (DVAW) è un fenomeno di cui leggiamo e sentiamo parlare quasi quotidianamente. In particolare, la violenza messa in atto dal partner viene definita Intimate Partner violence.

 

Secondo una definizione dell’OMS, il fenomeno riguarda:

 

“Ogni forma di violenza fisica, psicologica o sessuale che riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo”.  

 

A oggi, è considerata la forma più comune di abuso commesso contro le donne.

 

Tra le forme di violenza citate, va sottolineato il ruolo della subdola violenza psicologica. Il maltrattamento psicologico può diventare uno stile di relazione abituale, al di là delle percosse e dei comportamenti violenti fisici.

 

Aldarondo e Mederos definiscono l’abuso psichico come “un attacco diretto contro la fiducia in sé e l’autostima di una persona”. Esso comprende tutti quei comportamenti di critica, ridicolizzazione, accuse di infedeltà, incapacità di tollerare il disaccordo, minare l’autorità materna davanti ai figli, controllo continuo dei movimenti e pretesa che la partner renda conto del suo tempo, umiliazioni pubbliche o davanti ai figli.

 

La violenza psicologica e quella fisica spesso convivono; il controllo viene anche perpetuato tramite l’isolamento della vittima da parte del partner violento, allontanandola da un contesto sociale con cui potersi sfogare, rivelare segreti e, soprattutto, denunciare il maltrattamento.

 

Come nasce la violenza nelle dinamiche di coppia?

 

La dinamica della violenza di coppia viene analizzata da Walker nel 1979, che individua un vero e proprio “ciclo di violenza”.

 

1.Fase di crescita della tensione. È il primo momento della violenza, in cui l’uomo si mostra facilmente irritabile e inizia a mostrare segnali di aggressività, limitandosi a violenza per lo più verbale. Mostra un atteggiamento ostile e fa crescere tensione nella coppia: la partner si sforza di avere un atteggiamento calmo per non alimentare ulteriormente le provocazioni. 

 

2. Fase acuta della violenza fisica. L’uomo inizia a perdere il controllo di se stesso, assumendo atteggiamenti e comportamenti preoccupanti nei confronti della donna: urla, insulti, minacce, lanci di oggetti e segnali di violenza fisica. Il ruolo di dominatore è evidenziato anche dal fatto che l’uomo, soprattutto in questa fase, pretenda rapporti sessuali dalla partner come a dire “Comando io”. La reazione della donna può consistere nell’impotenza e nella paura che una risposta a questi comportamenti possa aumentare la violenza.

 

3. Fase di scuse. L’uomo violento prova rimorso per i gesti compiuti nei confronti della partner e tenta di sentirsi meglio con la minimizzazione dell’accaduto e dando, piuttosto, la colpa alla compagna che lo ha provocato, o attribuendo i suoi gesti a cause esterne. La donna, conseguentemente, prova un forte senso di colpa e attribuisce al suo comportamento la causa della violenza. Cercherà, perciò, di “comportarsi meglio”.

 

4. Fase della luna di miele o della “riconciliazione”. L’uomo tende a mostrarsi dolce, attento, innamorato e premuroso. Ciò che lo spinge a comportarsi in tale modo è la paura di perdere la donna che ama; ella non potrà che avere la sensazione di aver ritrovato l’uomo che ha sempre amato. Spera che lui tornerà quello di un tempo e rimane con lui.

 

La teoria del ciclo di violenza proposta da Walker è basata sui principi della violenza di genere, in cui rientrano precise azioni fisiche, sessuali e di coercizione psicologica che hanno luogo all’interno di una relazione intima attuale o passata. Vi è, quindi, la connotazione di uno squilibrio che si annida nella relazione tra i due sessi: l’uomo, dominatore, e la donna, vittima fragile.

 

Mura domestiche e violenza

 

Infatti, nel 1980 Walker utilizza la Teoria dell’impotenza appresa (Learned Helplessness), proposta da Seligman, per dare una spiegazione causale al comportamento passivo che viene tenuto da soggetti in condizioni di forte dolore. Perchè chi soffre non abbandona il contesto spiacevole?

 

Secondo la teoria, egli diventa soggetto passivo ed accetta gli stimoli dolorosi. E questa è la spiegazione della Walker al fatto che la donna rimane con il suo partner violento, pur potendo scappare. La vittima non possiede la giusta lucidità per valutare ciò che le accade. Difatti, nella dinamica violenta, il partner dotato di forza fisica tende a creare il senso di impotenza nella vittima, condizionando la vittima a credere di essere incapace di fuggire.

 

Anche Carver, nel 2002, propone una visione della mancanza di abbandono da parte della donna nei confronti del proprio uomo, utilizzando la teoria della dissonanza cognitiva di Festinger: una volta instaurata una prospettiva disadattiva, la vittima è presa da pensieri contraddittori. L’aggressività, ad esempio, potrà essere sminuita dal fatto che, in fondo, l’uomo sia un buon padre.

 


Cosa trattiene la donna dall’abbandonare il partner maltrattante?

 

Secondo Carver, si parla di “investimento”:

 

  • investimento emozionale: sentimenti, pianti, preoccupazioni spingono a credere che valga la pena rimanere con il carnefice, altrimenti tanta sofferenza sarebbe inutile e, dal punto di vista cognitivo, questo non può essere tollerato;

 

  • investimento sociale: per evitare imbarazzo nell’ambiente sociale frequentato, le donne scelgono di rimanere con il partner;

 

  • investimento familiare: i figli rappresentano una motivazione per restare, con le loro necessità e i loro bisogni;

 

  • investimento economico: è l’uomo a controllare la situazione finanziaria e la donna crede di non potrebbe gestire l’aspetto economico in autonomia;

 

  • investimento nell’intimità: alcune vittime possono aver sperimentato una distruzione della loro autostima emozionale e/o sessuale: il partner minaccia la donna di diffondere delle voci, diffamandola pesantemente;

 

Mura domestiche e violenza

 

Una relazione violenta lo è sempre stata o lo è diventata?

 

Non è semplice rispondere a questa domanda. Alcuni recenti modelli individuano alcuni dei segnali che possono scatenare una reazione d’allarme. Nel 2003, Carver individua, ad esempio, una forma di attaccamento rapido, mosso dal desiderio di fidanzarsi e/o sposarsi presto, trasmettendo un messaggio molto forte alla compagna: “Sei la cosa migliore che mi sia capitata e non posso farti scappare”.

 

L’uomo che si rivela violento in una relazione di coppia lancia già alcuni segnali di temperamento aggressivo tramite scoppi di rabbia improvvisi, minacce, risse, comportamenti spropositati.

 

Hyrigoyen sostiene che la relazione di maltrattamento possa strutturarsi a partire da una fase in cui, inizialmente, vi è seduzione, ma perversa, che punta a condizionare e dominare l’altra parte. Spesso, il maltrattante esaspera la vittima al punto da indurla a scagliarsi contro di lui, portando, di conseguenza, a un’inversione di ruoli in cui è lui a subire la mancanza di controllo della partner (2000).

 

La fragilità psichica della vittima è caratterizzata dalla messa in atto di continue strategie per sopravvivere al rapporto: tenderà a minimizzare, negare la gravità, inibire il ricordo della violenza subita, autocolpevolizzarsi, vergognarsi, perdere fiducia in sé e nelle proprie capacità.

 

Un tipico epilogo della violenza domestica è quello che viene definito “omicidio-suicidio” o “doppio-suicidio” o “suicidio allargato”, definizioni che aiutano a cogliere la dinamica di unione e fusionalità del gesto.

 

Difatti, si potrebbe definire come la fine di una relazione dominante/dominato che, giunta all’apice, deve necessariamente finire.

 

“Sei mia o di nessun altro.”

 

Per approfondire:

 

Bibliografia:

 

  • Bourke, J. (2007). Stupro. Storia della violenza sessuale. Laterza, Bari.
  • Schimmenti, V., Craparo, G. (2014). Violenza sulle donne. Aspetti psicologici, psicopatologici e sociali, FrancoAngeli
  • Baldry, A.C. (2006). Dai maltrattamenti all’omicidio. La valutazione del rischio di recidivia e dell’uxoricidio, FrancoAngeli
  • Walker, L.E. (1979). The battered woman, Harper Colophon Books, New York
  • Walker, L.E. (1980). Battered woman, Paperback, New York
  • Seligman, M.E.P. (1975), On depression, development, and death, W.H. Freeman And Co., San Francisco
  • Carver, J. (2002), Love and Stocjholm Syndrome: the Mystery of Loving and Abuser
  • Hyrigoyen, M.F. (2000), Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, Einaudi, Torino
  • Special rappourter on violence against woman, its causes and consequences, UNHRC – United Nations Human Rights Council
  • Strassmann, F. (1911), Medizin Und Strafrecht, Langenscheidt, Berlin
  • Aldarondo, E., Mederos, F. (2002), Men who batter: intervention and prevention in a diverse society, Civic research institute
  • Hirigoyen, M.F. (2006), Sottomesse – La violenza sulle donne nella coppia, Einaudi, Torino

 

Sitografia:

 

 

Stefania De Fiore ©

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Stefania De Fiore

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, studentessa di Psicologia Clinica. Continua voglia di scoprire ed imparare, costantemente alla ricerca di confronti con le persone, grande fonte di ispirazione.

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