Violenza Omicida – Il caso di Mattia

Il comportamento violento, nelle sue varie manifestazioni, è quello estremo che porta un individuo a procurare gravi danni a un altro oppure a togliergli la vita. Questo comportamento è definito frequentemente come “la manifestazione abnorme di una personalità affetta da gravi disturbi psichiatrici” (Giannetto, Cosentino, 2009, p.472).

È possibile che il timore dell’ignoto, che ognuno di noi prova, ci spinga ad affibbiare spiegazioni grossolane e giustificatorie di tali atti così lontani dalla nostra comprensione: “È stato un matto a uccidere tutte quelle persone”, “un folle ha preso a sparare all’improvviso” sono alcune delle frasi esemplificative che mi balzano alla mente. Queste semplificazioni allontanano lo sguardo dal quadro complessivo, dalla storia personale dell’individuo. Si tende a focalizzare l’attenzione unicamente sui disturbi, oppure su una causa fisica, oltre che psichica, che possa giustificare l’accaduto.

Diventa difficile, stando alla mia opinione, anche per chi lavora in quest’ambito, riuscire a controllare le paure che determinati eventi suscitano e mantenere uno sguardo complessivo, continuando a cogliere tutte le sfaccettature della persona.

L’associazione comportamento violento-disturbo psichiatrico prende il sopravvento in un tentativo rassicuratorio di spiegare razionalmente e logicamente un atto così illogico, avvenuto come un fulmine a ciel sereno in una pacifica quotidianità.

<<Quando alcuni comportamenti violenti accadono e diventano visibili, deflagrano come delle improvvise esplosioni nell’investire la società contemporanea, comunità del “benessere e del quieto vivere”, in cui si sono paradossalmente originati e da cui fino a quel momento sono stati occultati o addirittura “covati”. Si cerca allora di spiegare l’insano gesto come un improvviso raptus di follia.>>

(p. 475)

I mass media hanno sicuramente un ruolo di rilievo nella semplificazione eccessiva di questi fenomeni: infatti, questi strumenti diventano i creatori di angosce collettive attraverso la continua diffusione di delitti spesso verificatesi in situazioni di vita ordinarie. Questo “aspetto di non eccezionalità, di facile accesso alla violenza”, scrivono gli autori, “stimola in modo costante le paure ancestrali dell’uomo riferibili alla propria incolumità.” (p.472)

<< Tutto ciò che è nuovo e sconosciuto terrorizza. Tutto ciò che è riconoscibile, tutto ciò che appare familiare, rassicura, tranquillizza.>>

(Leboyer, 1974)

Il caso di Mattia

Gli autori presentano in questo lavoro un caso analizzato da un punto di vista completo: non si soffermano unicamente sulla questione dell’imputabilità e dei possibili disturbi del soggetto, ma inseriscono l’evento violento nel lineare percorso della sua vita.

L’evento violento: Mattia è stato visto gettare del liquido infiammabile sul balcone della sua abitazione, mentre indossava una tuta militare. Alcuni passanti, credendo che si trattasse di un incendio, si sono avvicinati e hanno chiamato i soccorsi, ma Mattia, vedendoli arrivare, ha iniziato a sparare verso di loro gridando “Fatevi i fatti vostri!”. In due ore ha sparato cinquanta colpi di arma da fuoco, uccidendo due persone e ferendone altre sette. I militari, per conquistare la sua fiducia, gli hanno mostrato di aver deposto le armi, e hanno iniziato a salire le scale. Una volta arrivati dietro la porta dove si trovava Mattia, uno di essi ha esclamato Agli ordini capitano! Mi appello al suo onore di  militare!”.

Mattia ha lasciato che i militari oltrepassassero la porta, forse proprio grazie alla frase del militare, o forse perché aveva esaurito le sue munizioni, e si è lasciato immobilizzare senza opporre resistenza esclamando Mi dispiace per quello che ho combinato! Voi non potete capire, non potete immaginare! Ora mi dovete tagliare la testa, mi dovete uccidere!” insieme a elogi rivolti ai poliziotti che lo portano nella volante Bravi, siete stati bravi!” .

La storia di Mattia: Mattia è un uomo laureato in ingegneria civile, che ha lavorato come ufficiale in ambito militare per circa quindici anni. All’età di trentatré anni si è sposato con una donna, ma il loro legame non è durato a lungo:  infatti, dopo otto mesi, divorziarono. In seguito al divorzio, Mattia tornò a vivere con i genitori e la sorella, conducendo una vita molto solitaria.
A un certo punto della sua carriera di ufficiale in ambito militare, iniziò a soffrire di disturbi di tipo depressivo e fu congedato in pensione anticipatamente.

Pausa: quando ho letto per la prima volta questo passaggio della storia di Mattia, ho pensato alla scelta poco ponderata dei datori di lavoro: in che modo un licenziamento può essere d’aiuto a una persona che soffre di depressione? Forse, sarebbe stato meglio mandare in cura il militare, e dargli tutta l’assistenza di cui necessitava. Tuttavia, le mie sono solo riflessioni di una studentessa di psicologia, non ho alcun tipo di autorità per affermare che sia stato commesso un errore. Quindi andiamo avanti:

Mattia non svolgerà più alcun lavoro, ma continuerà a indossare ogni giorno la tuta militare. Di tanto in tanto esce di casa, in compagnia della sorella, o per comprare il giornale.

Alcuni appunti dai colloqui clinici:

  1. L’eloquio procede in maniera rallentata ed è a tratti omissivo;
  2. L’affettività è minimamente espressa;
  3. La coscienza appare integra e lucida;
  4. La percezione sembra pronta e costante;
  5. L’intelligenza è “intatta” come i nessi associativi.

Mattia, in merito al reato commesso, sostiene che a un certo punto qualcosa dentro di lui “Non abbia più funzionato”. Sembra, inoltre, provare rammarico per quanto accaduto. L’unico nucleo delirante di tipo paranoico viene fuori quando, riferendosi al suo desiderio di diventare ricercatore universitario, racconta di credere che delle persone avessero convinto a non assumerlo il professore incaricato, tramite delle maldicenze.

All’interno dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario: Mattia all’interno dell’O.P.G in cui si trova, socializza poco e mantiene un atteggiamento distaccato. È chiamato poco frequentemente a dei colloqui con un operatore, il quale sembra mantenere un atteggiamento di prudenza e cautela nei suoi confronti, temendo che una qualsiasi frase possa toccare delle aree sensibili e vulnerabili del paziente.  Il reato commesso da Mattia pesa come un macigno sospeso nell’aria, durante i colloqui tra i due.

In conclusione…

Si può notare come gli autori abbiano analizzato complessivamente il caso di Mattia, senza soffermarsi su psicopatologie o diagnosi, talvolta forzate.

Ma…

  • È davvero la malattia a portare l’uomo qualunque a compiere atti del genere?
  • La malattia psichiatrica è la spiegazione logica per tutto?
  • L’uomo è lucido mentre compie atti del genere?
  • Potrebbe farlo chiunque oppure solo chi è “matto”?

Questi sono dei grandi interrogativi che tutt’oggi spingono gli Psicologi Forensi a interrogarsi e compiere ricerca. Oggi vi abbiamo presentato questo punto di vista, ma le nostre riflessioni non si fermeranno qui…

Bibliografia:

  • GIANNETTO, A., COSENTINO, C., 2009, Violenza Omicida: lo studio psicobiografico di un caso, Rassegna Italiana di Criminologia, anno III
  • LEBOYER, F., 1974, Primo dolore, in “Il messaggio dell’imperatore”, Adelphi, Milano, 1990

Liliana Dassisti

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Liliana Dassisti

Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche, futura studentessa in Psicologia Clinica. Appassionata dei sistemi formati da individui e della complessità che ogni persona rappresenta; forte sostenitrice dei diritti di tutti, con un grande senso di giustizia. Sogno un giorno di poter analizzare i contesti lavorativi per prevenire i comportamenti violenti, infatti, questo è stato il tema della mia Tesi di Laurea. Desidero diventare una Psicoterapeuta a tempo pieno, la scuola di pensiero per cui sono attualmente interessata è la Terapia Sistemico-Relazionale. Sono un'appassionata di libri, anche se con i ritmi universitari il tempo a disposizione per dedicarmi alla lettura è notevolmente diminuito. Tra i miei autori preferiti c'è Coelho. Tra i miei libri preferiti c'è Memorie di una Geisha di Arthur Golden. Pratico sci alpino da circa dieci anni, ho praticato danza classica e moderna durante l'infanzia e l'adolescenza.