Zygmunt Bauman: il paradosso morale e la felicità

Un piccolo tributo alla scomparsa di Zygmunt Bauman, che ha tentato di chiarire una delle mete più agognate dalla società moderna e non: la ricerca della felicità. È possibile trovarla davvero?

 

Colpisce tutti noi nel profondo la recente scomparsa di Zygmunt Bauman, celebre sociologo

polacco del Novecento ideatore del termine “società liquida”, morto a 91 anni il nove gennaio 2017.

 

Bauman iniziò a studiare sociologia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e la sua vita fu costellata da spostamenti in diversi Stati, dove lavorò come professore universitario. Verso la fine degli anni Ottanta ottenne riconoscimenti mondiali per i suoi studi sui totalitarismi, su Nazismo e Olocausto,  sulla modernità,  sulla stratificazione sociale, sulla genesi e sulla formazione della modernità, interessandosi poi alla post-modernità e a tutte le questioni etico-sociali a essa collegate, definendone il carattere principale; tra i suoi studi principali possiamo annoverare inoltre le ricerche sul consumo, sulla libertà, sulle sfide dell’etica, sulla sociologia marxista e sulla critica al senso comune.

 

Ai nostri occhi, tuttavia, le indagini più interessanti sono quelle rivolte alla morale. Per lui, infatti, essa è la regolamentazione dei vissuti e gli agiti di una società attraverso un sistema coercitivo di norme e valori universali, a cui nessun uomo razionalmente inserito in società può sottrarsi. Nasce come azione totalmente individuale e libero di donazione da parte dell’Io verso l’Altro: una relazione diadica del tutto irrazionale e libera. I vincoli e i limiti della relazione vengono dettati unicamente dalle costruzioni sociali interne alla società stessa.

 

Nonostante la mutua dualità apparente, la scelta del donarsi è solo ed esclusivamente del singolo,

dell’Io che sceglie di porsi in maniera collaborativa e crea la società stessa, partendo dalle basi. Ed è

qui che si crea il paradosso: da una parte, la morale è necessaria perché tramite essa vengono a

crearsi le interazioni e la società stessa; dall’altra, però, genera disordine, poiché sono proprio le relazioni sociali instabili a creare la società liquida in cui siamo immersi, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi.

 

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’istinto a donarsi all’altro non è ragionato: è, quindi, scevro

dalle regole che una società sempre più avanzata renderà più sofisticate col passare del tempo.

 

La creazione di una società “liquida”, definita così a causa di quella sensazione di sfuggevolezza e

frustrazione che attanaglia l’uomo sociale facendolo sentire inadeguato e infelice nel momento in

cui non rispetta gli standard di consumo imposti, in cui i rapporti sociali vengono diluiti e si

rendono rari, la ricerca del senso del Sé e della felicità è cosa assai difficile. Per il grande sociologo:

 

La felicità è uno stato mentale, corporeo, che sentiamo in modo acuto, ma che è ineffabile. Una

sensazione che non è possibile condividere con altri. Ciononostante, la caratteristica principale

della felicità è quella di essere un’apertura di possibilità, in quanto dipende dal punto di vista con il

quale la esperiamo. […] Ma esiste una seconda linea di evoluzione del concetto di felicità: la

felicità come stato finale, come obiettivo al quale dobbiamo tendere. La felicità come fine concreto,

che abbiamo dimenticato” (Bauman in Trunfio, 2017).

 

Cosa ci consiglia, dunque, il grande pensatore del Novecento per cercare di ritrovare questa felicità?

La chiave, secondo lui, sta nel tornare a vivere le relazioni quotidiane e nella ricerca di soluzioni ai problemi: la nostra epoca è, infatti, composta da persone che nel ruolo di maschere­ – ci riferiamo qui al modello drammaturgico di Goffman, secondo cui le interazioni personali sono influenzate da chi abbiamo di fronte e, come conseguenza, adottiamo delle “maschere”, dei modi di fare diversi a seconda del nostro interlocutore (Goffman, 1959) ­- effettuano delle azioni dettate in larga parte dal consumismo, perdendo di vista i rapporti più genuini e mostrando a volte ciò che vorrebbero essere, ma non sono..

 

Quando, per motivi diversi, non riusciamo a ottenere ciò che ci viene quasi imposto dal nostro sistema ci sentiamo tristi e insoddisfatti, generando però un pattern di comportamento apatico e lamentoso, invece che attivare un comportamento attivo di risoluzione della frustrazione.

 

Nel momento in cui riusciremo a uscire da questa spirale di consumo, gratificazione e frustrazione,

per andare alla ricerca dei valori che in qualche modo abbiamo perduto o dimenticato, nella ricerca dell’Altro forse potremo ritrovare quei legami e quella felicità che tanto aneliamo.

 

Per concludere, vorrei lasciare un estratto della lectio che Bauman fece qualche tempo fa al Festival Leggendo Metropolitano di Cagliari, e vorrei porre l’attenzione sulla frase di chiusura, che recita:

 

“La felicità comincia a casa. Non in internet, ma a casa. In contatto con altre persone. La felicità sta anche nel litigare animatamente con gli altri, non solamente nello scambiarsi baci: quella è la parte più facile. Ma proprio nelle discussioni, nel cercare un accordo, nei litigi, nel provare a capire le ragioni dell’altro. Ora, qui è dove la felicità comincia. Se non dovesse partire da qui, allora io credo che essa non abbia grandi possibilità di esistere nella società contemporanea” (Bauman, 2016).

 

Bibliografia:

 

Sitografia:

 

 

 

© Giada Sciumè

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Giada Sciumè

Giada Sciumè

Sono una Dottoressa in Psicologia Clinica, Applicata e della Salute, vicina all'inizio dell'Esame di Stato e con uno studio di tipo psico-criminologico alle spalle: sono infatti laureata in Scienze dell'Investigazione e in Psicologia della Devianza e Sessuologia. Il mio sogno era lavorare nel campo del crimine; ad oggi, sono molto interessata al contrasto della violenza, della pedofilia e del crimine, e a tutto ciò che riguarda l'animo umano nel suo intimo. Amo leggere, scrivere e disegnare e ritengo l'aggiornamento e la formazione continua estremamente importanti.