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I social network hanno un impatto sulla salute mentale?

È molto semplice trovare nei social network il capro espiatorio per le problematiche che affliggono questi “tempi moderni”. Facendo qualche esempio, una tra queste è l’incremento, in particolare negli ultimi 25 anni, di condizioni di ansia e depressione tra i giovani e adolescenti (Royal Society for Public Health, & Young Health Movement, 2017). La comunità scientifica, al contrario del pensiero comune, non ha ancora una risposta alla domanda “I social network fanno male?”. Dalle ricerche si evidenziano delle correlazioni, a volte anche contrastanti, tra uso dei social network e salute mentale. In questo articolo verrà presentata una panoramica sulla salute mentale nei bambini e adolescenti, successivamente verranno esposte alcune delle ricerche che sollevano alcuni problemi sull’uso dei social network in giovane età ed alcune criticità emerse in questi studi. Diversamente da quanto si pensa, questi, sottolineeranno alcuni punti favorevoli all’utilizzo.

 

La salute mentale nei bambini e negli adolescenti

L’organizzazione mondiale della sanità (WHO) (2017) fa notare che il 10-20% dei bambini e adolescenti riportano di aver esperito problematiche riguardanti la propria saluta mentale. Secondo Kessler e colleghi (2007) e Kim-Cohen e colleghi (2003) si è stimato che il 50% di tutti i disturbi mentali si stabilisce all’età di 14 anni, ed il 75% all’età di 18 anni. Stansfeld e colleghi (2006) e la Mental Health Foundation (20018) riportano che i disturbi più comuni nei bambini e negli adolescenti sono, rispettivamente, disturbi d’ansia ed i disturbi depressivi. La Royal Society for Public Health, & Young Health Movement (2017) sostiene che le diagnosi dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi hanno subito, nei giovani, un incremento del 70% in questi ultimi 25 anni. Stando agli studi di Copeland, Angold, Shanahan, e Costello (2014), Gore e colleghi (2011) e Hetrick, Cox, Witt, Bir eMerry (2016) la depressione e ansia hanno conseguenze negative sullo sviluppo adolescenziale, tra cui il raggiungimento di un basso livello educativo, presenza di dropout scolastico (uscire dal sistema scolastico senza un titolo di studio), relazioni sociali difficili ed incremento del rischio di abuso di sostanze e del rischio di suicidi. (Pag. 1; Keles, McCrae e Grealish, 2019)

McCreae (2019) scrive che l’incremento delle diagnosi può essere stato influenzato, non solo, o non necessariamente, da un effettivo aumento delle condizioni in sé prima descritte, ma anche da una maggiore consapevolezza della salute mentale scaturita dalle molte iniziative educative che ci sono stati in questi ultimi anni. Quindi probabilmente, non sentendosi stigmatizzati, molti giovani ragazze/i si sono sentite/i liberi di discutere delle loro difficolta psicologiche e chiedere un aiuto professionale. Secondo Reid-Chassiakos, Radesky, Christakis e Moreno (2016) un altro fattore importante che potrebbe aver aumentato questo numero di diagnosi è la facilità con cui si è potuto condividere le esperienze personali nell’era dell’informazioni digitali. Mentre in passato i problemi di salute mentale si soffrivano in isolamento, oggi un giovane in difficoltà può facilmente trovare altri con problematiche simili alle sue, e sentirsi aiutato attraverso l’interazione sociale o gruppo di supporto. (Keles, McCrae, & Grealish, 2019)

Social network salute mentale 2

I social network ed i problemi sulla salute mentale

Il paradigma concettuale degli studi di seguito proposti, vedono come una delle cause dell’incrementarsi delle condizioni di ansia e depressione nei giovani e adolescenti, l’incrementarsi, quasi parallelo, dello sviluppo di internet, in particolare dei social media.

Nesi e Prinstein (2015) rilevano una forte relazione tra comparazione sociale e sintomi depressivi, in particolare nelle ragazze. L’impatto potrebbe essere aggravato dalla sovrapposizione delle reti sociali online e offline. Dall’uso dei social media, inoltre, potrebbero scaturire alcuni comportamenti tipici di tratti narcisistici, ad esempio nella continua pubblicazione di selfie su Facebook ed Instagram e la eccessiva enfasi positiva sulla presentazione di sé stessi; inoltre, una ricerca realizzata da Tiggemann e Salter (2013) suggerisce che Facebook esacerba la distorsione dell’immagine del proprio corpo nelle ragazze adolescenti. Più studi hanno mostrato un’alta correlazione tra l’utilizzo di social media e sintomi depressivi in ragazzi ritenuti vulnerabili psicologicamente. Gámez-Gaudix (2014) hanno rilevato che alcune problematiche psicologiche, presenti a priori, sono sia predittori che conseguenze dell’uso problematico di internet, le quali aumentano il rischio di sintomi depressivi. (pag. 325; McCrae et al., 2017)

Marino, Gini, Vieno e Spada (2018), in una metanalisi di 23 studi mostrano una correlazione tra l’uso problematico di Facebook e la presenza di stress negativo psicologico (PD) negli adolescenti e giovani adulti. Hoare, Milton, Foster e Allender (2016) in un’altra review sistematica hanno mostrato una forte e significativa correlazione tra l’uso dei social media e disturbo depressivo. È importante sottolineare che il collegamento tra social media e problemi di salute mentale non è diretto, piuttosto vi sono vari fattori che ne contribuiscono tale portata. Un report della Royal Society for Public Health, & Young Health Movement (2017) suggerisce che uno tra questi mediatori possa essere il sonno, e le problematiche che queste persone mostrano con esso. Continuando, all’uso di internet è collegato un comportamento sedentario, il quale risulta essere particolarmente legato ad alcuni problemi di salute (Iannotti et al., 2009). Inoltre, avere più account è comune nei social media, Primack e EscobarViera (2017) hanno trovato una relazione tra numeri di account social e livelli di ansia. (pag. 2; Keles et al., 2019)

“Ma quindi i social network fanno male?” “Ehm, è più complicato di cosi” – Criticità e limiti presenti in questi studi

Una piccola premessa: in generale tutti gli studi presentano delle criticità, sta al lettore decidere il valore che queste avranno sulla presa in considerazione dei risultati. Questa decisione dovrebbe avvenire in base al modo in cui queste criticità potrebbero concorrere alla spiegazione del risultato trovato nella ricerca, quindi la verifica delle validità e se queste siano state rispettate (https://it.wikipedia.org/wiki/Validit%C3%A0_(psicologia)); ed all’uso che il lettore ne deve fare, ad esempio, se il fine della considerazione dello studio è la progettazione di un intervento, oppure la descrizione di un fenomeno.

Anche le ricerche prima presentate non sono esenti da criticità e limiti, anzi.

La maggior parte degli studi usati delle due review prima citate (McCrae et al., 2017; Kales et al., 2019) non rispondono in maniera diretta alla domanda di ipotesi, cioè se l’uso dei social network influisce sui sintomi depressivi o d’ansia. Guardando gli studi utilizzati non è possibile decidere se sono i social media a causare sintomi depressivi, d’ansia o PD, oppure coloro i quali sperimentano questi sintomi spendono più tempo sui social network, avendo comportamenti di dipendenza da essi (Kales et al., 2019). Inoltre, una delle cause alla base legame tra l’uso dei social network nei giovani e la sintomatologia depressiva o ansiosa potrebbe dipendere “dalle emozioni articolate provate dai giovani e all’incoraggiamento dell’espressione emotiva di sé stessi sui social”, la quale potrebbe esacerbare questi sintomi creando un ambiente che ne stimola la percezione e ne aumenta la visibilità (pag. 325; McCrae et al., 2017).

Anche McCrae (2019) è abbastanza scettico sulla attuale e fantomatica crisi delle patologie mentali giovanili causate dai social network. “Comportamenti che sembrano anormali per gli adulti sono normali per i ragazzi, quindi non dovrebbero essere considerati come mentalmente non salutari. Per esempio, pubblicare continuamente selfie su Intagram non è necessariamente sintomo di un disturbo di personalità, ma una norma sociale. La review sistematica condotta con i miei colleghi Gettings e Prussel (2017) indica che il nesso casuale tra uso social media e depressione negli adolescenti è esagerato” (pag. 709).

In più, talvolta, questi studi presentano delle semplificazioni che non possono non essere considerate, ad esempio: una operazionalizzazione dei costrutti di depressione o di ansia che non coincide alle definizioni cliniche;  risultati ottenuti da un campione auto-selezionato (nei college universitari) e non rappresentativo, che quindi non può essere generalizzato dal laboratorio (per esempio, di età 13-18 anni) alla popolazione adulta fuori dal laboratorio; una maggiore considerazione nei confronti delle cause individuali della salute mentale (per esempio, il disturbo depressivo che deriva da tratti individuali) ed una larga esclusione delle cause sociali ( ad esempio, disturbi depressivi che ritrovano gran parte della loro causa nelle condizioni sociali, fuori controllo dall’individuo) (Pag. 1; Hampton, 2019).

Al contrario del pensiero comune, in letteratura ci sono vari studi che legano l’uso dei social network a conseguenze positive sulla salute mentale, non solo dei giovani/adolescenti, ma anche sulla popolazione adulta.

Social network salute mentale 3

I social network ed i vantaggi sulla salute mentale

In alcuni studi longitudinali la comunicazione con i familiari mediante Internet si è rivelata essere un fattore protettivo per la salute mentale (Bessiére et al., 2010; Hampton, 2019).

In particolare, Hampton (2019) ha studiato il legame tra l’uso dei social media e la salute mentale, tramite l’analisi di dati derivanti dagli anni 2015-2016 dal Panel Study of Income Dynamics (PSID) (https://psidonline.isr.umich.edu/), l’indagine longitudinale più duratura attualmente ancora in corso, con oltre 50 anni di analisi sulle stesse famiglie americane ed i loro discendenti. L’autore nel suo articolo critica la poca chiarezza sui costrutti “depressione” ed “ansia”, come già prima accennato, e distingue lo stress psicologico negativo (PD) dallo stress psicologico negativo serio (SPD), quest’ultimo è associato ai disturbi d’ansia e disturbi depressivi per come sono definiti clinicamente nel DSM-V. Le domande che il ricercatore si pone in questo studio sono essenzialmente quattro:

  1. Un uso individuale delle tecnologie d’informazione e comunicazione (ICT), tra cui i social network, includendo l’uso con alta frequenza, può influenzare il livello di PD?
  2. Lo stesso vale per il livello di SPD?
  3. Esiste una relazione tra percezione di PD in un contatto sociale mantenuto tramite social network (ad esempio il legame familiare che si estende anche sui social) ed aumento del livello del PD nella propria persona?
  4. Lo stesso vale per il livello di SPD?

Stando ai dati ottenuti, sono state trovate relazioni tra un uso di ICT, incluso alta frequenza (uso generale di internet incluso quello dei social network) ed il decremento nel livello di PD. L’uso dei social network è stata l’unica tecnologia d’informazione e comunicazione (ICT) ad essere associata al PD e diagnosi di disturbi dell’umore o altri disturbi di ansia, ma non in maniera negativa: gli utenti dei social network hanno un più basso rischio di provare SPD.

Questa condizione protettiva dipenderebbe esclusivamente da fattori sociali, come avere un membro della famiglia come contatto su di un social network. In particolare, quando un membro della famiglia sui social network riporta esperienze collegate ad un incremento del proprio livello PD, questo incremento è visibile anche nel livello di PD degli altri famigliari.

L’aspetto positivo è che in maniera opposta, anche un basso livello di PD tra i contatti social, porta ad un basso livello di PD esperito dalla persona. Questa relazione vale anche per il livello di SPD, quindi per la maggior parte delle persone l’uso dei social network è associato ad un più basso rischio di SPD. (Hampton, 2019)

La spiegazione di questo meccanismo resta sconosciuta. Una possibile risposta è che i social network rendono le relazioni più persistenti e presenti, facendo in modo di ricevere una risposta anche dalle persone che altrimenti sarebbero state inattive, quindi c’è più possibilità che i cambiamenti del livello di PD possano essere accolti e generare supporto sociale. L’uso generale di internet riduce il livello di PD tramite la ricerca di informazioni sulla salute, partecipando a gruppi di supporto o comunicando con professionisti della salute. Questa ricerca oltre che confermare quanto prima trovato, suggerisce che aggiungere una rete sociale e familiare estesa sui social network, va ad incrementare la percezione di supporto sociale, di condivisione sociale o altre attività di comunicazione, e questo può essere considerato un ulteriore fattore protettivo per la salute mentale. (Hampton, 2019).

Considerazioni finali e personali

Come ho scritto all’inizio, è molto semplice dare la colpa all’ultimo arrivato, riferendomi ai social media. A mio parere, questo comportamento trova la genesi su una delle correnti che è più trasversale tra le epoche e tra il pensiero comune, quella corrente che recita il mantra “era meglio prima”.  Per ovvie ragioni, l’innovazione tecnologica viaggia ad una velocità che non consente di studiarne gli effetti; ed i risultati di questi effetti fanno molta fatica a sostituirsi al pensiero comune, in particolare se le implicazioni sono più complesse da spiegare rispetto al semplice “era meglio prima”.

In più la tendenza umana a “ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi”, quello che in termini tecnici si chiama bias di conferma (https://it.wikipedia.org/wiki/Bias_di_conferma), non è di aiuto; ritengo importante a sottolineare che questa tendenza non è necessariamente sintomo di “ristrettezza mentale”, piuttosto una normale conseguenza della tendenza ad economizzare le risorse cognitive. Quindi non le persone che non fanno un lavoro del genere costantemente non sono da additare, anzi, la gente comune ha tutto il diritto di poter parlare “pour parler”. Il professionista, invece, non ha solo il dovere di rispondere, ma ha anche quello di giustificare tale risposta in modi che risultano essere comprensibili all’interlocutore che pone la domanda.

Incolpare i social network solo perché “prima si stava meglio di adesso, ora ci sono i sono i social network, quindi è colpa loro”, non può essere accettabile come giustificazione per un professionista. Incolpare i social network perché negli adolescenti e nei giovani (i maggiori utilizzatori) sono presenti sintomi depressivi o di ansia, esclude tutta una serie di fattori che, se ben rilevati potrebbero veramente aiutarli a ridurre tale sintomatologia. Una correlazione è statistica, non una causa (Kales et al., 2019).

Infine, la tendenza degli individui che, per di proteggere la propria salute mentale, limitano l’uso dei social network, potrebbe, quindi, non solo risultare del tutto inefficace, piuttosto potrebbe andare anche a ridurre quei nuovi fattori protettivi che si hanno a disposizione per tutelare quella che è la nostra salute mentale, come quelli prima esposti, che fortunatamente man mano stanno emergendo, in particolare nel panorama della ricerca attuale.

Ehi, ma questa è solo la mia risposta, quale è la vostra?

Antonello Luisi

  • Royal Society for Public Health, & Young Health Movement. (2017). StatusOfMind social media and young people’s mental health and wellbeing. Retrieved from https://www.rsph.org.uk/uploads/assets/uploaded/d125b27c-0b62-41c5-a2c0155a8887cd01.pdf
  • Keles, B., McCrae, N., & Grealish, A. (2019). A systematic review: the influence of social media on depression, anxiety and psychological distress in adolescents. International Journal of Adolescence and Youth, 1-15.
  • McCrae, N., Gettings, S., & Purssell, E. (2017). Social media and depressive symptoms in childhood and adolescence: A systematic review. Adolescent Research Review2(4), 315-330.
  • Bessière, K., Pressman, S., Kiesler, S., & Kraut, R. (2010). Effects of internet use on health and depression: a longitudinal study. Journal of Medical Internet Research, 12(1), e6.
  • McCrae, N. (2019). The weaponizing of mental health. Journal of Advanced Nursing, 75(4), 709-710.